Malagò cadrà per meno di un cavillo: la fotografia del calcio italiano. La Juve e la regola del Corvo: mai sbagliare il centravanti
Quello tra Giovanni Malagò e il calcio è un matrimonio che proprio non s’ha da fare. Il dirigente più vincente nella storia dello sport italiano - calcio escluso - aveva già avuto un breve flirt con il pallone ai tempi in cui, da presidente del CONI, commissariò la FIGC e prese la guida della Lega Serie A. È una storia importante da ricordare, perché certe cose si ripetono. Andò, per la cronaca, malissimo: erano i tempi della fallimentare vicenda MediaPro, ma soprattutto Malagò lasciò Via Rosellini come principale sponsor dell’elezione di Gaetano Micciché a presidente di Lega. Vinse per acclamazione, e fu proprio questo il problema: non molti mesi dopo, Micciché si dovette dimettere per evitare di vedere dichiarata illegittima quell’elezione. Un precedente utile per capire cosa sta succedendo in questi giorni.
Malagò, sponsorizzato proprio dai club di Serie A, forse dimentichi di cosa era successo (e del fatto che avesse chiamato i presidenti “delinquenti”), è stato eletto presidente della Federcalcio con un consenso, se non bulgaro, molto ampio. Da lì in poi ha inanellato una serie di inciampi, diplomatici e pratici: la vicenda Maldini-Leonardo ha sorpreso tutti, la scelta di Mancini come ct ha scontentato proprio la Serie A, puntare su Bianchedi come capodelegazione della Nazionale ha incrinato il suo sostegno in ambienti CONI, togliere l’appoggio a Infantino - per quanto condivisibile - ha lasciato perplesso chi non era stato consultato prima, cioè un po’ tutti. Una serie di vicende che, però, non sono alla base della sua prossima, probabile caduta.
Malagò viaggia verso la decadenza, e di conseguenza la FIGC è diretta al commissariamento, per meno di un cavillo. Non era tesserato, e non ha mai detto altro, infatti non rischia nulla a livello personale e disciplinare. L’art. 29 dello Statuto federale prevede che i candidati debbano “essere in regola con il tesseramento”. Per la commissione elettorale federale, non implica la necessità di essere tesserati. Per Taucer, procuratore generale dello Sport presso il CONI, sì. Ora Luciano Buonfiglio, succeduto proprio a Malagò alla guida del CONI, ha rimesso la palla nel campo del diritto: aspetta un parere giuridico, che con tutta probabilità gli suggerirà di commissariare. E a quel punto lui e la Giunta non potranno fare altro, anche perché altrimenti piomberebbe il governo - con Abodi in prima fila - a commissariare il CONI e i componenti della Giunta rischierebbero il danno erariale.
È difficile immaginare una vicenda più italiana di così, anche perché si sta parlando di qualcosa di inferiore al grado di cavillo. Certo, se Malagò non poteva essere eletto, il problema si pone. Però non sempre la sostanza diventa forma: al netto della considerazione che uno statuto che esclude in partenza l’arrivo di un uomo nuovo - con chi si sarebbe dovuto tesserare Malagò? - ci pare semmai un problema ancora più allarmante, è evidente a chiunque che si tratti di una questione di rito, del tutto superabile dal consenso degli elettori federali (che nel frattempo è evaporato, ma questo è un altro discorso), e dallo stato di necessità in cui ci troviamo. A meno di sorprese, non sapremo mai se Malagò potesse risollevare il pallone italiano. Magari potrà farlo Buonfiglio - che prenderà il ruolo di commissario fino a nuove elezioni -, o magari il futuro presidente (e perché non Abodi? A patto di superare la legge Frattini), ma intanto avremo perso, nella migliore delle ipotesi, una buona metà dell’anno per tornare al punto di partenza. Del resto, se non sappiamo nemmeno eleggere un presidente, come pensiamo di qualificarci ai Mondiali?
La nuova Juventus assomiglia, per ora, alla vecchia. C’è da capire dove finiscano i limiti di Luciano Spalletti e inizino quelli della squadra che gli è stata costruita, o viceversa. Di sicuro l’allenatore toscano malcela segnali di nervosismo: l’invito a non piangere, a un giornalista che non stava piangendo ma solo facendo il suo lavoro, è una caduta di stile. Un’uscita a effetto in una carriera fatta anche di interlocuzioni mai banali con i media, ma nel calcio e nella vita esistono anche le uscite a vuoto. Spalletti sulla panchina della Juve siede scomodo, per forza di cose. Sa di non essere stato scelto dalla dirigenza e sa di essere stato confermato nonostante la prima mancata qualificazione alla Champions League da 15 anni. Ha incassato la fiducia, pubblica e privata, di Giovanni Carnevali, ma la Juve non ha mai tempo, specie ora, e il punto sta anche qui: l’anno zero riguarda la dirigenza, per il tecnico sarebbe già l’anno uno.
Quanto alla squadra, una massima di Pantaleo Corvino, uno dei più fini conoscitori di calcio, recita: “Nella vita puoi sbagliare moglie, ma non bisogna mai sbagliare il portiere e il centravanti”. Sul portiere sospendiamo il giudizio, sul centravanti l’impressione è che questo rischio la Juve abbia deciso di correrlo per scelta. Ha inseguito per settimane un attaccante bravo ma normale come Kolo Muani, e ha preso all’ultimo secondo di mercato un 9 potenzialmente molto forte come Nick Woltemade, ma decisamente atipico. Uno di quelli attorno a cui - al netto del valore che per ora non giustificherebbe un ragionamento di questo tipo - va costruita una squadra, perché ha caratteristiche molto particolari e molto specifiche, che non vanno bene in tutti i contesti. Ecco, la Juve potrebbe aver sbagliato il centravanti. Curiosità: sapere chi rese nota la sentenza del Corvo? Un certo Antonio Conte.
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