Il Real-Vicenza, la Roma di Liedholm, il Verona tricolore: la storia di Luciano Marangon
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A TMW Radio, protagonista della nuova puntata di Storie di Calcio, condotta da Francesco Tringali, è stato Luciano Marangon. Cresciuto nelle giovanili della Juventus, passò nel 1975 al Lanerossi Vicenza, giocando da titolare, diciannovenne, il campionato di Serie B, per poi essere titolare e conquistare la promozione in Serie A nel primo anno di Giovan Battista Fabbri e di Paolo Rossi a Vicenza. Nell'estate del 1980 il passaggio al Napoli, con il quale conquistò il terzo posto, prima dell'approdo alla Roma e nel 1982, al Verona. Qui trovò per la terza volta (dopo Vicenza e Napoli) Mario Guidetti, ma fu con la guida di Osvaldo Bagnoli che conquistò poi uno storico scudetto con i veneti. Nel 1985 la sua avventura all'Inter, dove però trovò poco spazio, chiudedno poi la carriera nel 1987.
"Ho avuto una carriera molto fortunata, tranne l'ultimo anno all'Inter con l'infortunio - ha detto Marangon -. Ero andato in Inghilterra ad allenarmi con il Tottenham, volevo fare un'esperienza all'estero. L'Inter però pretendeva molti soldi per il mio cartellino, hanno trattato per un po' ma io dissi che se non mi davano questa opportunità mi sarei ritirato. E alla fine andai da Pellegrini e gli dissi che avrei smesso di giocare. Lo mandai a quel paese in realtà e me ne andai a New York. Mi cercò Trapattoni qualche giorno dopo per convincermi a tornare sui miei passi ma non ce la fece. Provai a giocare nel calcio a 5 lì, ma l'Inter non mi diede il nullaosta".
Mentre sulla Juve e il mancato esordio con i 'grandi': "Venni selezionato quando giocavo in una squadra del mio paese in Veneto. Dopo un paio di provini mi presero. Andai a 13 anni a 13 milioni di lire. Ho fatto tutta la trafila in bianconero, essendo poi abbastanza forte sono passato subito alla Primavera, vincendo due titoli italiani. Poi a 17-18 anni chiaramente ambivo ad altro. Era difficile entrare in prima squadra, quindi mi vollero dare in prestito per farmi fare esperienza. Boniperti mi convocò e mi disse che mi voleva il Catanzaro. Io però volevo andare al Nord. Mi disse che avevo un bel carattere e che così non sarei mai tornato alla Juve. E poi andai al Vicenza".
E con i biancorossi tante soddisfazioni si tolse Marangon, al fianco di Paolo Rossi: "Non se ne vanno mai certe persone speciali. Paolo è uno di questi. Sono cresciuto con lui alla Juve, quando andai al Vicenza lui andò al Como ma non ebbe fortuna. Il mio presidente mi chiese di consigliargli qualcuno e gli dissi lui. Tentennò, perché aveva avuto infortuni e aveva giocato poco. Alla fine lo prese e da lì partì una bellissima cavalcata. Avevamo però una bella squadra, con tanti talenti. Eravamo veramente fratelli, cresciuti nel collegio della Juve. Poi ci separammo quando andai al Napoli, ma il rapporto è stato sempre molto forte".
Per Marangon poi altro momento chiave il Verona, con uno scudetto incredibile targato Bagnoli: "Ho avuto la fortuna di stare tre anni, sono arrivato quando erano risaliti dalla B. L'anno dopo forse fu ancora più forte di quello che vinse il titolo. Venivo dalla Roma, ero nel giro della Nazionale, andare lì era un rischio ma Mascetti e Bagnoli mi convinsero delle loro idee. E ho passato tre anni meravigliosi. In piazze importanti sentivi la pressione addosso, lì invece eravamo tranquilli, era bello vivere a Verona. Sono stato fortunato, era una squadra di ragazzi perbene, semplici, non come certi giocatori di oggi".
Ma anche un accenno sulla Roma: "Un grande legame con Sebino Nela. Entravamo in campo con il sorriso. Era un ambiente incredibile quello che aveva creato Liedholm. Ho avuto la fortuna di avere allenatori incredibili, tutti grandi personaggi. Liedholm allenava quasi i portieri, tirava sempre in porta tutto il tempo. La domenica un ora e mezza prima della partita entrava dentro lo spogliatoio e consegnava le maglie. E dava poche indicazioni ma chiare". L'unica amarezza la Nazionale: "Dovevo andare ai Mondiali ma rimasi fuori per infortunio. Mi rendevo conto però che non avevo grandi possibilità di giocare, perché Cabrini era più forte. E spesso dicevo a Bearzot di non convocarmi, perché non mi piaceva la panchina".
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