Bisseck e il salto dall'Aarhus: "Parlavano di Inter e City: ridevo con il mio agente"
Il difensore dell'Inter, Yann Bisseck, ha parlato del suo percorso in carriera dall'Aarhaus all'Inter, fino alla finale di Champions persa con il PSG.
Il difensore dell'Inter, Yann Bisseck, ha rilasciato una intervista al podcast Football Finance su YouTube nel corso della quale ha ripercorso le tappe della propria carriera, con un aneddoto divertente riguardante il suo approdo in maglia nerazzurra. Bisseck ha poi parlato anche della finale di Champions persa con il PSG e della convocazione con la Germania.
Le parole di Bisseck sull'arrivo all'Inter
Ecco le sue parole sull'arrivo all'Inter: "Ero molto concentrato su un possibile trasferimento in Bundesliga, l'Eintracht Francoforte era un'opzione concreta. Per me Danimarca e Germania rappresentavano il percorso più logico. Anche mio padre mi diceva che era la scelta giusta e che bisognava procedere passo dopo passo. Ma quando chiama l'Inter, ascolti per forza". Poi ha ammesso: "All'inizio pensavo alle solite voci di mercato; poi ho letto persino del Manchester City e ho riso: "Certo, vado dall'Aarhus al City!". Ti chiedi da dove nascano certe notizie e ci ridi su. I miei genitori mandavano gli articoli nella chat di gruppo e io rispondevo ironicamente: 'Ah, ok, bello!'. Poi però il mio agente mi fa: 'City? Ma sei ubriaco?'. Quando le cose con l'Inter si sono fatte serie, ho risposto: 'Ok, fatemi parlare al telefono con i dirigenti dell'Inter e ci crederò'. All'improvviso avevo davvero il direttore sportivo in chiamata e ho pensato: 'Oh, ok!'. Ci ho parlato e a quel punto bisognava capire se non fosse un salto troppo grande: passare dalla Danimarca all'Inter per una cifra contenuta, sapendo che nel calcio ci sono gerarchie precise e chi viene pagato 80 milioni viene trattato diversamente da chi arriva per 7 milioni. Mio padre temeva che potesse servirmi un anno intero per ambientarmi — cosa a cui io non credo affatto. Alla fine la decisione è stata mia, volevo fortemente fare questo passo. Mio padre disse: 'È la tua vita, vedremo!'. Ma alla fine dei conti ne è valsa decisamente la pena. Immagino di essere piaciuto: sono sempre me stesso e in una videochiamata non puoi mostrare come giochi, conta la personalità. Soprattutto quando entri da sconosciuto in uno spogliatoio di quel livello, serve carattere, altrimenti rischi di essere sopraffatto. Se mi ricordo quando ho salutato Lautaro e gli altri? Il fatto è che non mi faccio troppi problemi: credo a prescindere nel buono delle persone e pensavo che mi avrebbero accolto a braccia aperte. E devo dire che all'Inter le grandi stelle sono state estremamente amichevoli fin dal primo giorno, senza alcun tipo di presunzione. Ti fai sentire subito a casa".Bisseck parla della finale con il PSG
Bisseck parla poi della finale persa 5-0 contro il PSG: "'Incubo' è la parola esatta per descriverla. Il giorno prima pensi a quanto sei vicino al traguardo e ricordi le sfide precedenti, quando nessuno credeva potessimo eliminare il Bayern o il Barcellona. A livello personale speravo di partire titolare, ma aspetti il tuo momento; era una delle poche partite in cui fossi davvero nervoso in panchina". Poi prosegue: "All'intervallo, sul 2-0 per loro, l'allenatore mi fa capire che sarei potuto entrare. Sulla linea di fondo mi sono detto: "Giuro che questa partita la ribalto da solo!". Sono entrato bene e nell'azione dell'infortunio stavo per fare gol, ne sono sicuro al 100%. Poi ho sentito quella fitta alla coscia... A bordo campo i fisioterapisti scuotevano la testa; ho provato a fare uno scatto di prova, ma al primo passo ho capito subito. E mentre camminavo a bordocampo sono passato proprio sotto i miei amici e la mia famiglia. Erano proprio lì sopra: non potevo guardarli, perché se avessi incrociato lo sguardo di mia madre o di mia sorella sarei scoppiato a piangere. Ho cercato di trattenermi, ma ho pianto lo stesso. Mi sono tirato la maglia sul viso e sono uscito zoppicando: non c'era niente da fare. Poi è arrivato il 3-0, la sconfitta finale e la consapevolezza che la gente avrebbe speculato su quel 5-0... È stato davvero troppo tutto insieme. La nota positiva è che dopo la partita la mia famiglia e i miei amici sono venuti in hotel: abbiamo parlato d'altro e dopo un po' realizzi che, in fin dei conti, è solo calcio. Ha fatto male? Assolutamente sì. Ma non è un pensiero fisso. Quando guardo al percorso che ci ha portato a disputare due finali, capisci quante poche opportunità si abbiano ed è lì che brucia ancora un po', ma bisogna guardare avanti".Bisseck e la sconfitta con il Real Madrid
Il difensore nerazzurro parla poi della sfida persa recentemente contro il Real Madrid: "Mentirei se dicessi che non mi fa alcun effetto: era la mia prima volta al Bernabéu ed era la prima volta contro il Real Madrid. Certamente fa una certa impressione entrare in uno stadio del genere, senza contare che dall'altra parte conosco anche diversi ragazzi. È sempre bellissimo, ma fa tutto parte del contorno. Non appena l'arbitro fischia l'inizio, tutto il resto diventa irrilevante: ti dimentichi dei tifosi che hai intorno e pensi solo a fare una buona prestazione. E, per come la vedo io, abbiamo disputato davvero un'ottima partita". Sul proprio errore in compartecipazione con Curtis Jones: "Il punto è che in Champions League, contro squadre di questo livello, se commetti due errori Mbappé non si fa pregare e ti punisce subito. Abbiamo pagato a caro prezzo questo scotto, soprattutto nei primi venti minuti. Ma, come dicevo, dopo abbiamo giocato davvero bene. Partite del genere sono incredibilmente divertenti, sono le sfide che tutti desiderano giocare. È tutta una questione di mentalità: l'inizio della partita è fondamentale. Mi dico sempre che la prima giocata — anche se si tratta di un semplice passaggio al compagno di reparto — deve riuscire perfettamente. In caso contrario, rischi di farti condizionare dai dubbi: cominci a esitare, rischi di meno e questo finirà per rovinare il tuo gioco. Purtroppo, però, gli errori fanno parte del calcio. Il mio primo allenatore in Danimarca, David Nielsen, mi ha insegnato una regola importante: se in campo commetti un errore, dà la colpa a qualcos'altro. Dalla all'erba o persino a un compagno di squadra, se ti serve a livello mentale per liberartene la testa nel giro di cinque secondi. Trovo che sia un consiglio davvero valido. Così ho guardato un attimo a terra, dando la colpa ai tacchetti che si erano incastrati nell'erba del Bernabéu". Sulla convocazione della Germania: "Devo dire che mi ha fatto subito un'ottima impressione e spero di avergli fatto lo stesso effetto! Ma dovreste chiederlo a lui. Comunque mi ha fatto una breve telefonata: ero all'allenamento e appena finito ho guardato il telefono, notando un numero tedesco non salvato. Controllando su WhatsApp, dove compare sempre il nome, c'era scritto 'Jürgen'. Ho pensato: 'Potrebbe essere lui, magari porta buone notizie'. Mi aveva lasciato un breve vocale chiedendomi di richiamarlo perché ci teneva a dirmelo di persona. Trattandosi del giorno della partita l'ho richiamato l'indomani: mi ha dato la bella notizia ed ero felicissimo; non vedo l'ora di andare in ritiro".Altre notizie
Ultime dai canali


