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Ora o mai più. Mezzogiorno di fuoco!TUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Ora o mai più. Mezzogiorno di fuoco!

Tra vent'anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi molla gli ormeggi. Esci dal porto sicuro. Lascia che i venti alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna. Scopri. (Mark Twain)

Nel grande teatro del calcio, dove gli dèi distribuiscono gioie e condanne senza mai rilasciare ricevute, la Juventus si ritrova improvvisamente nuda. Spogliata della vecchia e rassicurante certezza che basti il peso della sua storia per intimidire l'avversario, ora cammina su un filo teso sopra il vuoto. Mancano gli ultimi respiri di questo campionato, le ultime due battaglie: all’Allianz Stadium contro la Fiorentina e il Derby della Mole all’Olimpico. La posta in gioco non è un semplice trofeo da esibire in bacheca, ma l'accesso all'Europa dei grandi, l'Olimpo della Champions League. Eduardo Galeano avrebbe detto che il calcio, in momenti come questo, smette di essere un gioco e diventa lo specchio fedele della nostra fragile condizione umana: un luogo dove la felicità e il disastro distano appena lo spazio di un rigore fallito o di un rimpallo sfortunato.

Contro la Fiorentina, il destino non concederà il lusso delle ombre della sera. Si giocherà a mezzogiorno in punto. Le lancette si sovrapporranno verticali nel cielo, cancellando ogni filtro, esponendo i muscoli e le anime al sole più implacabile. Non sarà una partita; sarà, inevitabilmente, un Mezzogiorno di Fuoco.

La settima arte di Fred Zinnemann si fa oggi realtà. I bianconeri dovrebbero scendere in campo avendo nello spirito e nella mente The Ballad of High Noon nell'interpretazione ruvida e ancestrale di Tex Ritter: strappati al presente e scaraventati in una dimensione sospesa, dove lo spazio si dilata e il tempo diventa un carnefice. Non è una semplice canzone, è un paesaggio dell'anima, un condensato di fatalismo e dignità. Fin dalle prime note, l'elemento che cattura l'orecchio non è una melodia aperta, ma quel battito ostinato, secco e minimale della chitarra e delle percussioni. Evoca immediatamente il ticchettio di un orologio invisibile o, forse, il battito cardiaco accelerato di un uomo conscio che i minuti rimasti si stanno consumando. Questo ritmo genera un'angoscia geometrica. È la colonna sonora del conto alla rovescia, la colazione del condannato. Trasmette la sensazione opprimente, ma anche una adrenalina vincente, che il futuro stia convergendo verso un unico, inevitabile punto di scontro, e che non esista alcun modo per rallentare la marcia delle lancette. La voce di Tex Ritter entra nel silenzio come un vento caldo che solleva la terra secca. Il suo è un baritono profondo, privo di vibrati artificiali o di compiacimenti estetici; ha la consistenza del legno bruciato dal sole e del cuoio consumato dall'uso. In quel timbro non c'è traccia di esaltazione eroica, ma una fiera e malinconica rassegnazione. Ritter non canta come un guerriero che lancia la sua sfida al mondo, ma come un uomo comune investito di una responsabilità troppo grande per le sue sole forze. La sua interpretazione evoca una solitudine radicale: la consapevolezza che, quando arriverà il momento decisivo, nessuno potrà camminare al nostro posto sulla strada polverosa. Il contrasto emotivo più struggente della ballata risiede nella spaccatura tra le parole e l'andamento della musica. Il testo è una supplica d'amore disperata e umanissima: "Do not forsake me, oh my darlin”. È il grido di un uomo che confessa la propria fragilità, che ammette di avere paura e di non voler restare solo nel momento del pericolo. Eppure, mentre la voce implora vicinanza, il ritmo marziale della ballata continua a spingere in avanti, senza un attimo di esitazione. Questo evoca un profondo senso di nobiltà tragica: l'emozione di chi sente il cuore tremare per l'attaccamento alla vita e agli affetti, ma possiede una spina dorsale morale così rigida da non permettersi di fuggire. È l'essenza stessa del coraggio, che non è assenza di paura, ma la capacità di camminare dritti proprio mentre la paura ti morde le caviglie. Quando l'ultima nota di Tex Ritter sfuma, non resta il ricordo di un trionfo, ma l'eco di un silenzio immenso. Lascia addosso il sapore della polvere, la nostalgia per una pace che sembra irraggiungibile e la certezza che, prima o poi, ognuno di noi ha un mezzogiorno di fuoco da affrontare, armato solo dei propri principi.

Oggi quell’ora sesta è propria della Juventus: dovrà scendere sul prato verde stringendo gli occhi come Gary Cooper nel leggendario western. Nei panni dello sceriffo Will Kane, un eroe d'altri tempi: un uomo taciturno, inflessibile, terribilmente solo, ma deciso ad andare fino in fondo, fino alla fine. Mentre l'intera città cercava una scusa per voltarsi dall'altra parte e fuggire davanti all'imminente arrivo dei fuorilegge, Kane rimaneva lì, a camminare sulla strada polverosa, con la stella sul petto e il peso del dovere sulle spalle. Non lo faceva per una ricompensa, ma perché l'onore e il destino non ammettono passi indietro.

La squadra bianconera dovrà possedere lo stesso carattere di Gary Cooper: quel silenzio fiero, quella dote rara di non cercare scuse quando il termometro scotta e il nemico avanza. Quando l'orologio batterà il dodicesimo rintocco, non ci sarà spazio per la paura.

Vincere queste partite non è un'opzione, è l'unico modo per esistere. Il margine d'errore è stato interamente consumato nei mesi passati; oggi il contatore segna lo zero assoluto. Nella grande letteratura, l'assenza di margine è la culla della tragedia e dell'esattezza. Pensiamo a Borges nel Giardino dei sentieri che si biforcano: "A differenza dei giochi, dove la mossa persa può essere rimpianta, il tempo non ammette repliche. Una sola decisione devia l'eternità." La Juventus si trova esattamente in quel labirinto borgesiano: ogni passaggio, ogni deviazione difensiva, ogni tiro in porta non è una scelta ripetibile, ma un verdetto definitivo che riscrive la storia.

Questo rigore geometrico ci riporta anche alle Lezioni Americane di Italo Calvino, in particolare a quella dedicata all'Esattezza. Calvino scriveva che l'esattezza è l'unica arma che l'uomo possiede contro il caos perenne del mondo. Per lo scrittore, la parola deve coincidere perfettamente con l'idea, senza sbavature, senza approssimazioni. Sul campo, la Juventus dovrà essere calviniana: ogni stop dovrà essere perfetto, ogni chiusura millimetrica. Quando non c'è margine, la precisione cessa di essere un vezzo estetico e diventa una questione di pura sopravvivenza, proprio come per il vecchio Santiago di Ernest Hemingway ne Il vecchio e il mare, consapevole che un solo nodo teso male avrebbe spezzato la lenza e svanito il sogno della grande cattura.

Se la Juventus saprà sopravvivere alla calura delle dodici contro la Viola, ad attenderla ci sarà l'ultimo e più antico dei rituali torinesi: il Derby della Mole. Contro il Torino non si tratterà soltanto di raccogliere punti per la classifica, ma di strappare l'anima profonda della città. Nel corso della vita un uomo può cambiare quasi tutto – moglie, fidanzata, religione, partito politico – ma non può mai, per nessuna ragione, cambiare la propria squadra del cuore. Il derby è lo scontro frontale tra due fedi incrollabili che si nutrono l'una dell'esistenza dell'altra.

La Juventus sa che la Champions passa da questo cammino cosparso di spine. La palla – quella "signora imprevedibile e fiera" che Galeano amava tanto – è lì che aspetta. Non accetterà corteggiamenti timidi o promesse a metà. Chiede il coraggio solitario di Gary Cooper e la precisione chirurgica dei grandi scrittori. La Juventus non può più sbagliare: deve solo vincere, prima che il sipario cali e il silenzio si impadronisca dello stadio.

Roberto De Frede