Eccolo il centravanti per vincere!
Il rettangolo verde non è mai stato un semplice pezzo di terra. È, per chi sa guardare oltre la polvere, un immenso palcoscenico di desideri, un teatro dove la domenica si celebra il rito pagano della speranza. E in questo culto, l’infanzia di ogni tifoso — che abbia otto o ottant’anni poco importa, perché il calcio è l'unica macchina del tempo che funziona al contrario — aspetta sempre la venuta di un solo uomo: il centravanti. Non uno qualunque, non quell’impiegato del gol moderno, tutto numeri, algoritmi e pressing scientifico. No. Noi sogniamo il centrattacco che sfida la legge di gravità. Il centravanti è l’abitante più solitario del pianeta rettangolo. Vive in esilio volontario nella terra di nessuno, circondato da giganti con i tacchetti affilati che lo marcano a uomo, respirandogli sul collo. Per novanta minuti, quest'uomo cammina sul filo del rasoio: se segna è un dio che scende dall'Olimpo; se sbaglia, è un ladro di sogni, un traditore della patria calcistica.
Il centravanti ideale, in fondo, non è solo un atleta; è un paradosso vivente che trasforma la materia grezza del gioco, nella sostanza sottile della letteratura. Per comprenderlo appieno, bisogna strapparlo alle cronache sportive e consegnarlo alla poesia. Ci sono pomeriggi in cui il centravanti sembra invisibile, un fantasma che vaga per il campo. Ma la sua è l'attesa del predatore, una solitudine che ricorda i versi di Eugenio Montale: «Spesso il male di vivere ho incontrato:/era il rivo strozzato che gorgoglia,/era l’incartocciarsi della foglia/riarsa, era il cavallo stramazzato».
Il numero 9 conosce quel male di vivere nell'ora dell'errore, quando la porta si rimpicciolisce e il portiere sembra un gigante. Ma sa anche che bastano pochi centimetri per capovolgere il destino. Il suo movimento a tagliare la difesa è la ricerca della maglia rotta nella rete, quel varco improvviso da cui scappare per agguantare la gloria. Il gol del centravanti non è un calcolo, è un'epifania. È quello che Carmelo Bene definiva la bellezza d'atto, qualcosa che esiste solo nel momento in cui accade e che non può essere replicato.
Eppure, tra tutti i centravanti che la storia ha masticato e sputato, ce n'è uno che non è ancora arrivato, ma che abita già l’immaginario di ogni bambino che stringe tra le mani una bandiera bianconera.
Ecco il ritratto di quel numero 9 ideale, l’archetipo del gol per la maglia della Vecchia Signora. Non ha il corpo rozzo del demolitore, né la leggerezza eterea del fantasista. È un centauro: metà uomo e metà fulmine. Possiede il senso dello spazio che apparteneva a Jorge Luis Borges, capace di vedere labirinti e vie d'uscita dove gli altri vedono solo un muro di gambe avversarie, volando sul portiere avversario. Immaginatelo. Il cross parte dalla fascia, una parabola tesa, un invito scritto col gesso nel cielo. In quel preciso istante, mentre i mortali restano con i tacchetti piantati nel fango, lui decolla. Non salta, abita l'aria. Resta sospeso lassù, in quell'attimo eterno che separa il desiderio dalla realtà, dove il tempo si ferma e i difensori diventano statue di sale. È il colpo di testa che evoca la poesia della sovranità fisica: la fronte che impatta il cuoio non per colpire, ma per battezzare la rete. Un fermo immagine che i bambini ritaglieranno nei loro sogni e gli adulti custodiranno come un talismano contro la vecchiaia.
La storia della Vecchia Signora, d'altronde, ha i polmoni pieni di questa aristocrazia dell'aria. Come si fa a non vedere, nella nebbia dei ricordi, l'ombra regale di John Charles? Il gigante buono che dominava i cieli di Torino con la grazia di un re gallese e la potenza di un elemento della natura. O le torsioni impossibili di Roberto Bettega, che sembrava dipingere traiettorie nel cielo con la precisione di un compasso, trasformando il colpo di testa in una delle belle arti.
Il volo non basta se non è nutrito dal fuoco. Il centravanti che la Torino bianconera invoca per la prossima stagione deve possedere quella rara dualità che appartiene solo agli eroi mitologici: la potenza della roccia e la velocità del fulmine. Deve avere lo scatto felino che brucia l'erba, quel primo passo che lascia l'avversario a masticare la polvere dell’umiliazione, e al tempo stesso la forza d'urto di un treno merci lanciato nella notte. Una forza che non è violenza, ma prepotenza poetica. Quando punta la porta, lo stadio deve trattenere il respiro, avvertendo il brivido di un pericolo imminente, la sensazione che stia per crollare il muro di Berlino delle difese avversarie.
È il richiamo ancestrale a quella forza della natura che fu Pietro Anastasi, una saetta che squarciava le domeniche piene di sole, o alla ferocia agonistica di Gianluca Vialli, che caricava l'area di rigore come se fosse una trincea da espugnare, con il petto in fuori e il cuore in mano, o a quella rabbia d'area di rigore, a quel ghigno rapace che apparteneva a David Trezeguet, l’uomo che non toccava la palla, la battezzava direttamente in rete. Questo è l’identikit della felicità domenicale. Un centravanti che sappia unire il frac del fuoriclasse agli scarponi del minatore, capace di restituirci la bellezza pura del gioco, quella che ci faceva correre in cortile da bambini gridando un nome inventato dopo aver scaraventato la palla tra due sassi che facevano da pali. Lo vorremmo così per la prossima stagione: un misto di vento, muscoli, ali e furbizia. Un profeta del gol che sappia dialogare con la storia e far battere all’unisono i cuori dei padri e dei figli sulle tribune dello Stadium. Ogni sua rete è una poesia scritta con i piedi, un verso fulmineo che i bambini impareranno a memoria, sognando un giorno di poterlo recitare, con lo stesso identico divino tempismo.
Vi piacerebbe, vero, un centravanti così descritto? Un titano del genere, capace di volare sulle miserie umane e di gonfiare la rete con la facilità di un soffio? Ah, la meraviglia del calciomercato e delle utopie della domenica sera... Piace da impazzire anche a me. E allora, uniti in questa poetica allucinazione collettiva, incrociamo le dita e guardiamo il cielo. Speriamo arrivi. (Ma nel dubbio, se qualcuno ha il numero del suo procuratore, lo squilli adesso).
Roberto De Frede


