Menu Serie ASerie BSerie CCalciomercatoCalcio EsteroFormazioniCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomofiorentinafrosinonegenoainterjuventuslazioleccemilanmonzanapoliparmaromasassuolotorinoudinesevenezia
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenahellas veronalatinalivornomonzapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasampdoriasassuolo
Altri canali calciomercatoserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistichemondialimondiale per club
tmw / juventus / Editoriale
CUADRAture del calcio tra professionismo e tradimentiTUTTOmercatoWEB
domenica 30 luglio 2023, 20:48Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

CUADRAture del calcio tra professionismo e tradimenti

Uno scrittore professionista è un dilettante che non ha mai smesso di scrivere. (Richard Bach)

Il calcio, come la vita, è questo. Gente che va, gente che viene. Gente che stancherà, gente che nonostante tutto ti mancherà, gente che ricorderai, gente che rimpiangerai, gente che occuperà una piccola parte del cuore sempre, gente che si prenderà il tuo cuore e che te lo restituirà distrutto, gente che lascerà un segno comunque vada, ma soprattutto gente del proprio tempo. Il verbo italiano tradire, dal latino tradĕre, significava propriamente consegnare, affidare, trasmettere. Da questa accezione originaria è derivato il termine tradizione, che indica appunto una trasmissione di conoscenze, sentimenti, valori. In un senso ancor più specifico, il verbo assumeva il concetto di consegnare al nemico la bandiera, una fortezza, una persona o altro che si sarebbe dovuto difendere, e di conseguenza ingannare, soprattutto nel latino cristiano, a partire dall’interpretazione dell’atto di Giuda della consegna di Gesù alle guardie come tradimento verso una figura che simboleggia amore assoluto. Interpretazione che si è conservata fino a noi. Una parola – tradimento - dalle molte sfaccettature. Un prisma destinato a bruciare le mani che lo stringono, ad abbagliare lo sguardo di chi lo osserva troppo da vicino. Un termine dalle implicazioni ramificate con un esito spesso e volentieri maligno.

Quindi tutto questo per dire che Cuadrado è come Giuda? Per carità, neanche a pensarci! Non si avvicina nemmeno lontanamente ai tradimenti letterari che si incontrano nel conte di Montecristo, in Madame Bovary e Anna Karenina.

Tutt'al più un Core 'ngrato post moderno. Rammentate l’originale? C’entra sempre la Juve. No, non parlo della bella e struggente canzone napoletana del 1911 di Salvatore Cardillo, bensì di Altafini. Infatti l'origine dell'uso calcistico del termine risale al 6 aprile 1975, quando José, il Mazzola brasiliano, segnò per la Juventus un gol decisivo (quello del 2-1) nello scontro diretto fra i bianconeri allenati da Carlo Parola e il Napoli di Vinicio. Il grande attaccante di San Paolo era quasi al capolinea e da tre stagioni nella Juventus veniva usato come arma della disperazione nei minuti finali, ma dal 1965 al 1972, dopo anni eccellenti al Milan, aveva esaltato il pubblico di Napoli per tre stagioni in coppia con Sivori e poi anche da solo. Anche in quella partita Altafini era stato buttato in campo nel quarto d'ora finale, al posto di Oscar Damiani: a due minuti dalla fine, sinistro di Cuccureddu che finì sul palo e poi sul destro di Altafini, che sotto porta ebbe il riflesso giusto. Quel gol diede di fatto lo scudetto alla Juventus e fece guadagnare all'incolpevole “professionista” Altafini la definizione di core 'ngrato da parte dei tifosi partenopei, con i giornalisti bravi a farne un tormentone.

Che lo vogliate o no Lettori cari, i famosi tempi sono cambiati. Odio questa espressione, ma è la verità. Oggi il professionismo, i guadagni sempre più importanti (Arabia docet!), il lavoro dei procuratori, i bilanci societari (veri, fittizi e fluttuanti) hanno cambiato radicalmente il mondo romantico del calcio. Di certo oggi un Bigatto («Carneade! Chi era costui?») sarebbe considerato come un reperto archeologico.  Carlo Bigatto, un vecchio capitano bianconero, dal 1913 per diciotto anni con la Vecchia Signora (all’epoca giovanissima) ritratto in posa da guerriero, baffi da pirata e in testa uno strano copricapo alato. Prima centravanti, poi mediano, fu soprannominato l’ultimo dei dilettanti. Rifiutò sempre di essere stipendiato dalla Juventus, non volle mai premi, giammai accettò corteggiamenti da altre squadre blasonate. Una scelta di autonomia, forse d’amore e di fedeltà, di tifo verso quella maglietta a strisce palate bianconere.

Ogni giocatore vive nel bene e nel male il suo tempo e si culla nelle sue illusioni. Illusioni necessarie, che danno forza alla vita; ma anche legate al tempo e destinate all'inesorabile declino. Come il sole che sorge, si alza alto in cielo e poi cala. Tramonta il sole, figurarsi il giocatore. Cos'è la vita di un uomo misurata con l'eternità della physis dicevano i Greci? Cos'è oggi la carriera di un giocatore misurata con la grandezza dei giochi di potere che tutto governano?

In effetti – un tale disse - si può cambiare moglie, idee politiche oppure religione, ma niente potrà mai farti cambiare la tua squadra di calcio, quella che fa battere il tuo cuore. Beh vorrà dire che Bigatto tifava Juve, Cuadrado no, e come lui di “non tifosi” della maglietta che sudano e stropicciano ogni santa domenica, ce ne sono che ce ne sono! L’esser traditori sarebbe cosa troppo romantica, non è da mondo contemporaneo. Diciamo sono tutti dei grandissimi… professionisti!

Roberto De Frede

Altre notizie