L’insostenibile leggerezza dell’essere (giornalisti) in Italia
Massimo Reina
~~L’articolo 21 della Costituzione italiana, quello per intenderci che sancisce la libertà di stampa, enuncia che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione”. Tale diritto è però a sua volta “limitato” dall’articolo 595 del codice penale, che si occupa di disciplinare il reato di Diffamazione e quindi della tutela della reputazione. Questo perché se da un lato è importante garantire il diritto di critica, dall'altro è giusto anche tutelare l’onorabilità di chi questa critica la subisce. La libertà di opinione o quella di poter esprimere dei giudizi non può in sostanza essere equivocata con la libertà di offesa. Senza impelagarci troppo in dettagli “tecnici” o argomentazioni che non ci competono, aggiungiamo solo che la giurisprudenza ha stabilito in tal senso quali elementi la critica debba avere affinché possa essere considerata lecita, e cioè che vi sia un interesse pubblico alla notizia, che i fatti raccontati corrispondano a verità e che l'esposizione dei fatti avvenga in maniera corretta e serena, secondo il principio della continenza. La mancanza di uno solo di questi elementi configura il reato di diffamazione.
In questi giorni, ma anche nei mesi passati a dire il vero, su alcuni giornali e televisioni, fra una rosicata e l’altra, si è fatto un gran parlare come sempre a sproposito di Juventus.
E qualcuno, come spesso accade, si è spinto un po’ troppo oltre, utilizzando frasi e concetti considerabili offensivi, seppur nella loro stucchevolezza e cretineria.
Come sempre in questi casi, a coloro che hanno mostrato una certa rimostranza sul contenuto di tali osservazioni contro la società bianconera, come per esempio Beppe Marotta, è stato risposto da più parti, con la solita levata di scudi, che in Italia c’è il “diritto di cronaca e di critica” e che non bisogna arrabbiarsi, che si tratta comunque di semplice ironia. Ma nessuno però che si sia degnato di spiegare perché questa “critica”, becera e faziosa, spesso insensata, avvenga sempre e solo contro una sola squadra.
Perché per esempio durante le telecronache dei match i soliti noti debbano manipolare le immagini, commentare a sproposito e a senso unico, insinuare dubbi su presunti episodi pro-Juve, e tacere o trovare mille giustificazioni, invece, quando la Vecchia Signora viene sfavorita dagli arbitri (vedi Juventus-Fiorentina di ieri).
Ad ogni modo, se non riconoscere i meriti di una società sportiva sana come la Juventus, e il lavoro e i successi dei suoi tesserati adducendo a mille scuse, a complotti fantasiosi, a teoremi astrusi, ricorrendo spesso a frasi volgari e a insinuazioni offensive sulla legittimità dei suoi successi significa fare satira, allora perché non considerare come tale certi cori beceri, i buu razzisti, o liquidare come “battuta ironica” qualsiasi epiteto indirizzato alla madre o alla moglie di qualcuno? Se dessimo dell’idiota a un collega di lavoro, ma sorridendo. Se insinuassimo il dubbio che faccia un determinato mestiere perché raccomandato, piuttosto che per meriti acquisiti sul campo, e se sostenessimo che magari la sua laurea o il suo posto di lavoro ben retribuito sia stato comprato, rubato ad altri più meritevoli grazie al papà importante, ai soldi o a qualche raccomandazione, potremmo definirla solo satira? E la persona a cui indirizzeremmo tali “battute scherzose”, reagirebbe sorridendo compiaciuto perché “persona colta e di spirito, che sa apprezzare l’ironia”? Ne dubitiamo.
Siamo seri, la gente non è stupida: la verità è che troppo spesso nelle redazioni giornalistiche si annidano ultrà in giacca e cravatta, professionisti validi che però sembrano trasformarsi davanti al Dio calcio al punto da diventare il più sfegatato, malsano, piagnone ed esagitato tifoso, arrivando a utilizzare la penna al posto del manganello e la lingua al posto del tirapugni. In tale contesto, annebbiato “dall’oppio” pallonaro dimentica la sua funzione primaria, che per un giornalista è quella di informare il pubblico in maniera asettica, senza pregiudizi. Raccontando i fatti per quelli che sono, senza interpretarli in relazione alle proprie simpatie e antipatie, idee o gusti.
E la cosa più triste, che lascia perplessi, è che molti dei personaggi appena descritti sono bravissimi colleghi, persone intelligenti e professionisti esemplari nel 99% dei casi.
Tranne in quell’1% delle circostanze, quando si parla di calcio.


