L'INTERVENTO - Noi che il calciomercato lo amiamo, in guisa di un elogio alla noia
Raffaella Bon
Quando nel mondo in cui viviamo era ancora tollerata la noia, la vita lasciava spazio a una costellazione infinita di scelte. I pensieri di ogni persona, e soprattutto quelli dei bambini, erano liberi, per esempio, di giocare e volare tra pianeti lontani; mentre il corpo, a quei tempi così secondario, era tutto preso - che cosa ne so - a far affogare formiche, a imprigionare le mosche, a rotolare sul cemento bollente di agosto.
Mi ha raccontato un’amica di quando suo figlio, poco più che bambino, sull’isola delle vacanze di agosto - la bella Amorgos - aspettava ogni giorno, all’ora di cena e sul molo del porto, la nave che portava i giornali, e dunque la tanto agognata Gazzetta. Ricordo me stesso affrontare la noia, quando passavo certe lunghe estati in città, alternando la lettura di Tex Willer a quella delle notizie di calciomercato. Si trattava di invenzioni, il più delle volte, ma erano invenzioni che mi facevano sognare: e poi, qualche volta, bruscamente tornare coi piedi per terra. Ricordo soprattutto quel lontano 1989, quando improvvisamente Candido Cannavò attribuì alla Juventus l’acquisto - per cinquanta miliardi - di Pietro Vierchowod, Mancini e Vialli. Sarebbero presto passati, tutti insieme, dalla Sampdoria alla Juve. Faceva caldo, quel giorno... che dico, faceva caldissimo. Incurante del clima, io bruciai i duecento metri che separavano l’edicola e l’amata casa di Via Scaldasole come fossi Carl Lewis. Correndo, e anche affannandomi, perché non vedevo l’ora di strillare la notizia a mia madre. Che però, appena mi vide, m’invitò alla prudenza: aveva, ancora una volta, maledettamente ragione. Dopo alcuni giorni di conferme e smentite, l’affare non si fece: ma una trattativa c’era stata davvero, come avrebbero confermato, qualche anno più tardi, i giocatori coinvolti. La delusione fu enorme, ma in quello stesso momento iniziai ad intuire la necessità di un approccio critico a ciò che leggevo. Quale meraviglioso dono mi fece dunque la noia! Ancora prima di Svevo, ancora prima della letteratura mitteleuropea d’inizio Novecento, fu dunque Cannavò ad istruirmi in tal senso: un uomo, a questo punto sarete d’accordo anche voi, incredibilmente, inaspettatamente poliforme. E che risorsa, la noia!, non l’ho ripetuto abbastanza. Devo ricordarmi di parlarne a mio figlio, a Pietro, che è quello più grande dei due: Pietro è reduce dalle lezioni aperte di lingua inglese e francese; da due gite in due giorni; dall’esame di judo; da un concerto all’Auditorium; dal concerto tra i banchi di scuola; dalla pizzata coi compagni di classe; dalla recita teatrale. Pietro, che ieri ha finito la scuola e lunedì comincerà il centro estivo. E dire che giugno è appena iniziato! Pare comunque che il caldo stia infine arrivando, e con esso i tanto attesi europei: forse, io e lui, potremo finalmente fermarci… a semplicemente guardare.
Luigi Vergallo, scrittore e ricercatore di Storia contemporanea


