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Gli allenatori, lo ius soli, i costi. Le vere riforme che servono al calcio italiano di baseTUTTO mercato WEB
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews
Oggi alle 09:20Serie A
di Raimondo De Magistris

Gli allenatori, lo ius soli, i costi. Le vere riforme che servono al calcio italiano di base

Quali sono i veri problemi del calcio italiano? Praticamente, perché in Italia non formiamo più giovani di talento? Perché a differenza di altri paesi integriamo tardi e peggio i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri? Su TMW, chiacchierando con l'agente FIFA Cheikh Fall, abbiamo provato a dare una risposta a queste domande. Lui che è procuratore di tanti calciatori nati in Italia da genitori non italiani e che segue tanti ragazzi anche in giovanissima età conosce bene il problema ei ci dà un quadro piuttosto chiaro e circoscritto del perché, ad esempio, in Italia non crescono più talenti, mentre in Francia e Spagna sì. Lo fa sfatando anche qualche mito che oggi va per la maggiore. Un esempio? Il fatto che in Italia andiamo bene nelle Under ma poi ci manca l'ultimo passaggio. "E' chiaro - dice - che se in Italia i bambini già dagli otto anni giocano già per il risultato nei tornei Under 15 o Under 16 vincono loro. Negli altri paesi top in Europa a quell'età conta divertirsi, coltivare la tecnica, il rispetto per l'avversario. Un lavoro che paga nel lungo periodo". ASPETTO FORMATIVO Ma perché in Italia già a 8-9 anni si gioca per il risultato? La questione è soprattutto economica. In Italia a differenza che in altri paesi non abbiamo allenatori qualificati per formare i nostri bambini. "Bisogna prendere allenatori diplomati, allenatori veri che vivono di quello - prosegue Fall -. Non puoi far allenare un Under 8, un Under 9 o Under 10 a un allenatore che non è diplomato perché poi quella mancata formazione la paghi più avanti". Se allenano i ragazzini, le società pagano gli allenatori poco e male e quindi l'unico modo che hanno per mettersi in evidenza, per fare la scalata ed essere notati, sono i risultati. Il tutto a discapito della formazione dei ragazzi che a quell'età dovrebbero pensare a tutto tranne che al risultato. "E succede a tutti i livelli, anche nelle società più importanti d'Italia l'allenatore dell'Under 8 fa un altro lavoro. E così vai a vedere questi bambini e non senti l'allenatore chiedere di puntare l'avversario, non lo senti incoraggiare un dribbling. L'allenatore è lì a richiamarli perché hanno sbagliato una verticalizzazione, perché hanno sbagliato un ripiegamento. C'è in testa solo il risultato, anche a sette anni l'obiettivo è il risultato. Hanno allenatori o sedicenti tali che puntano a fare carriera. Però se a 7 anni non incoraggi un bambino a fare ciò che gli piace, una veronica, un dribbling, se non lo invogli a lavorare sulla tecnica, dove vuoi che vada?" Altrove non funziona così: "In Spagna è completamente diverso: a parte che già gli Under 8 giocano a sette e non a cinque, ma lì davvero il risultato è l'ultimo dei problemi. In Italia i ragazzini a 7-8 anni hanno già un ruolo, in Francia e in Spagna fino a 12-13 anni gli insegnano a giocare ovunque. A quell'età devi migliorare in tutte le posizioni e questo poi è un bagaglio che ti porti dietro se diventi professionista. E ancora: in Italia nei tornei che riguardano i ragazzini di 12-13-14 anni ci sono già le retrocessioni, ma ti rendi conto? Questi ragazzi che pagano la quota rischiano di non giocare: se non sei all'altezza dei titolari vai in panchina perché la squadra rischia la retrocessione". ASPETTO ECONOMICO Già, pagare la quota alla scuola calcio. Ormai diventata un lusso che non tutti si possono permettere. Si parla tanto dei ragazzini che non giocano più per strada, ed è una realtà. Ma la selezione è ancora più dura quando vogliono entrare nelle scuole calcio. E' una selezione di natura economica. "Un giorno - prosegue Fall - parlavo col presidente dell'Albinoleffe e lui mi chiese: 'Se giro per Bergamo vedo tanti ragazzini figli di extracomunitari di origini africane, poi vado nel settore giovanile dell'Albinoleffe e non ce n'è uno. Perché?'" La risposta è soprattutto nei costi: 1000 euro di retta annua, poi tutto il vestiario e accompagnare i ragazzi nelle trasferte. Costa tanto, per molti troppo. "Mentre in Francia è diverso, lì anche le famiglie più povere ricevono molti più sussidi. L'accesso al calcio è più economico e facilitato. In Italia, invece, senza un certo stipendio semplicemente a calcio non puoi giocarci. Si parla tanti di investimenti nel calcio, ma perché la Federazione non investe sulle scuole calcio? Facciamo in modo che i ragazzini paghino solo la retta, diamogli i kit di allenamento e di gioco gratuitamente. Invece no, in Italia si paga tutto. Il calcio è un lusso". ASPETTO NORMATIVO E poi ci sono le regole, quelle che penalizzano oltremodo i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri. Ragazzi che magari conoscono solo l'Italia, parlano solo italiano e frequentano le scuole italiane. Ragazzi che però non possono richiedere il passaporto italiano prima dei 18 anni. "E a 18 anni - prosegue Fall - presenti la domanda, poi chissà quando ti arriva il passaporto. Possono passare mesi o anche anni. Nel frattempo, questi ragazzi non possono rappresentare le nazionali giovanili. E allora, secondo te, le società lanciano ragazzi che possono rappresentare le nazionali giovanili o chi non può farlo?" La domanda è retorica, il problema è la questione dello ius soli che in Italia non viene affrontata e nel calcio rappresenta un vero e proprio tappo che frena l'integrazione. Nel calcio e non solo nel calcio. "Se un ragazzino è nato qui, tu politico che diritto hai di dire che non è italiano? Se i genitori sono nati in Senegal, il Senegal è il paese dei suoi genitori. Non il suo. Ma tu politico gli dici che non è italiano, ma che diritto hai?" Negli altri paesi europei ovviamente non funziona così e infatti Lamine Yamal gioca con la Spagna, non con l'Italia. Anche perché in Italia (clicca qui per leggere l'approfondimento) non sarebbe mai diventato Yamal.