Lazio, la lettera di Pulici: "La squadra merita i tifosi. Ma manca sempre..."
Il tema della protesta è centrale nella lettera scritta da Gabriele Pulici, pubblicata su Il Tempo e diretta al direttore del quotidiano Daniele Capezzone. Il figlio del portiere Felice, tra gli eroi dello Scudetto del '74, ha commentato le reazioni dopo i risultati della squadra di Gattuso che, a detta sua, meriterebbe un ritorno dei tifosi allo stadio, ma che ad oggi risulta impossibile senza un passo verso questi da parte della società.
"Caro Direttore,
qualche mese fa ti scrivevo che stavamo vivendo il punto più basso della nostra storia. Oggi la squadra va bene. Gattuso le ha dato un'anima, i ragazzi corrono, lottano, fanno risultato. E allora qualcuno si aspetta che la contestazione si spenga da sola, come un temporale estivo. Non succederà. E non per ostinazione.
Lo ha spiegato meglio di chiunque il tifo organizzato nel suo ultimo comunicato: «Non sono i risultati sportivi ad animare la nostra protesta». Non i mercati, non la classifica. Ma il rispetto negato alla nostra storia, alle nostre tradizioni, ai nostri morti. È questo il punto che la società non ha mai voluto capire. Si può vincere una partita e perdere un popolo.
E voglio dirlo con chiarezza: è inaccettabile che qualcuno cerchi di strumentalizzare la nostra protesta, a cui hanno aderito spontaneamente anche dei personaggi che hanno una visibilità maggiore. Nessuno ci ha imposto di scendere in piazza. È stata una nostra iniziativa, per tutelare un patrimonio che è la nostra storia.
L'ho scritto allora e lo ripeto oggi: i tifosi della Lazio non hanno abbandonato nessuno. La prova sta nei settori ospiti, pieni ogni domenica. Chilometri, sacrifici, trasferte in mezza Italia per stare vicino alla squadra e al suo allenatore. Senza creare un problema. Chi dice che la piazza ha voltato le spalle alla Lazio dovrebbe andare a vedere quelle curve lontano da casa. Troverebbe la risposta.
Poi c'è l'Olimpico. Vuoto, o quasi. E c'è un'immagine che mi porto dentro più di ogni altra. Nel comunicato i tifosi parlano del seggiolino che molti di loro occupano «dai tempi di Lenzini». Un posto che si tramanda, che ha un nome e una storia. Rinunciarci, dicono, è il loro estremo atto d'amore. Io so bene cosa significa. La mia lazialità ha il volto di mio padre, che per questa maglia ha difeso una porta. Certi posti non sono di plastica: sono memoria. Lasciarli vuoti fa male. Farlo per protesta fa ancora più male. Eppure migliaia di persone lo stanno facendo. Chi guida la Lazio dovrebbe chiedersi cosa li ha spinti fin lì.
Per un laziale disertare lo stadio resta un gesto contro natura. Io di anni di Lazio ne ho vissuti 52, e una contraddizione così non l'avevo mai vista: una squadra che finalmente gira e uno stadio che resta muto. Ma oggi nessuno può più dire che dipende dai risultati. I risultati ci sono. La frattura pure. Vuol dire che il problema non è mai stato il campo.
E il futuro? Io vedo in una squadra che merita un pubblico e in un pubblico che merita una società. Gattuso sta facendo la sua parte. I giocatori la loro. I tifosi, a modo loro, anche. Manca un solo tassello, sempre lo stesso: un passo indietro, un gesto di ascolto, un segnale vero verso chi questa maglia la porta nel cuore da generazioni. Una società che vuole crescere non può farlo contro la propria gente.
Non chiedo miracoli. Chiedo di tornare a casa. Di rivedere quei seggiolini occupati, di sentire l'Olimpico cantare per una squadra che finalmente se lo meriterebbe. La Lazio è più grande di tutti noi. È immortale. Ma una stagione come questa, con una squadra così e uno stadio così, è un'occasione che non torna. Sarebbe un peccato sprecarla. Per l'ennesima volta".


