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Esclusiva. Zanetti: "La mia Primavera può giocarsela con tutti"
martedì 15 ottobre 2013, 23:36Calcio
di Nicola Marra
per Amaranta.it

Esclusiva. Zanetti: "La mia Primavera può giocarsela con tutti"

Tirrenia - Il campionato Primavera è fermo, a causa del turno di qualificazione dell’Europeo Under 19, dove l’Italia, nel girone israeliano (dodici gironi, ognuno giocato nel paese di una delle quattro squadre partecipanti), è arrivata terza alle spalle dello stesso Israele e della Danimarca, che abbiamo però battuto per 2 a 0. La squadra di Zanetti ha comunque continuato ad allenarsi in questi giorni, disputando ben otto amichevoli in diciotto giorni, fra cui quella contro la prima squadra di sabato mattina, in attesa della sfida del 26 ottobre a Formello contro la Lazio. Il Livorno arriverà a quell’appuntamento con quattro vittorie in altrettante gare in campionato, e con il morale alle stelle. Il successo di questi ragazzi, transitati dal penultimo posto della scorsa stagione al primato di quest’anno, passa dai loro piedi, ma anche dai consigli di un mister attento e in gamba come Sergio Zanetti.

Ma chi è Zanetti? Sergio Ariel Zanetti nasce ad Avellaneda, in Argentina, nel 1967, ed è il fratello maggiore di Javier Zanetti, capitano dell’Inter. Sin da bambino il suo sogno è quello di fare il calciatore, ma per esigenze economiche a 14 anni suo padre gli impone di lavorare, e Sergio diventa postino, dovendo fare tutti i giorni venticinque chilometri in bicicletta per fare le consegne. Ma la sua passione per il calcio è intramontabile, così alle 15.30, dopo aver terminato il lavoro, va ad allenarsi per un’ora e mezza, e la sera frequenta una scuola per terminare gli studi. Dopo tre anni di sacrifici, la squadra per cui gioca decide di offrirgli un contratto da professionista e debutta in Prima squadra. Per lui, dodici stagioni nella Primera divisiòn argentina e tre in Svizzera, dopo le quali decide di chiudere col calcio giocato, ma non di abbandonare il terreno di gioco.

Debutta come tecnico a Sesto San Giovanni, allenando gli esordienti della Pro Sesto. Passa poi al Monza e, nel 2010, approda all’Inter, dove con la Berretti vince il campionato di categoria. Il secondo anno viene sconfitto in finale dall’Atalanta di Beppe Bergomi, ottenendo comunque un buon risultato. In estate viene chiamato ad allenare la Primavera del Livorno, una squadra che non partiva per lottare nelle parti alte della classifica. E proprio da qui è iniziata la nostra intervista.

Mister, si aspettava un inizio così scoppiettante di campionato?

“No, sinceramente no. Non pensavo di poter vincere le prime quattro giornate. Mi hanno parlato di questo progetto il 12 luglio, il 22 ero già in campo. Sapevo che la squadra non aveva fatto benissimo l’anno prima, ma ho trovato un gruppo disponibile e con buoni giocatori. Questi ragazzi avevano bisogno di dimostrare ciò che valevano dopo la brutta esperienza dell’anno prima”.

Cos’è cambiato rispetto allo scorso anno?

“Avevo sentito dire che qua Primavera e Prima squadra erano realtà distinte. Ma io voglio che la Primavera lavori per la Prima squadra, con la prospettiva di far bene in futuro. Per questo ho imposto delle regole da calciatori veri, come l’arrivare in orario e portare rispetto ai compagni e allo staff. Io ho promesso di trattarli come calciatori professionisti e loro in cambio devono comportarsi da tali. Per ricevere bisogna dare. Il mio compito è quello di aiutarli a crescere, e per questo devo ringraziare anche il tecnico Nicola. Il mister è sempre stato attento alla squadra, si vede che ci tiene e ha portato molti ragazzi a provare l’esperienza in Prima squadra”.

Quanto ha dato l’innesto di Cannataro?

“Cannataro è un buon giocatore, ed è sicuramente importante. Tutti i giocatori sono importanti, ma nessuno è indispensabile. Chi è in panchina deve comunque tenersi pronto, non sai mai quando arriva la tua occasione. Chi è arrivato con me dall’Inter ha una doppia responsabilità perché mi conosce e deve aiutare gli altri. Stiamo ancora aspettando pure Businaro, fermo per infortunio”.

Tutti conosciamo Bartolini e Biasci (quest’ultimo si è aggiudicato la Targa Amaranta 2012 dedicata al miglior talento del calcio livornese, ndr) che hanno fatto parte della Prima squadra molte volte, e Biasci ha addirittura esordito. Ma c’è un giocatore che è partito molto bene quest’anno, si tratta di Simonetti. Che ci dice di lui?

“Simonetti è un centrocampista, classe 1996, ed è molto importante. Fa il gioco sporco, copre molto bene e da vivacità alla manovra, inoltre aggredisce gli avversari. Lui e Stoppini lo scorso anno hanno fatto qualche partita in Primavera, e volevano sicuramente rifarsi per la brutta stagione”.

Per adesso molti hanno detto che il tasso tecnico delle avversarie non era particolarmente alto. Adesso si comincia con avversarie dure come Lazio e Fiorentina…

“Non credo che sia vero, la Reggina era forte. Veniva da due ottimi risultati eppure abbiamo vinto giocando bene. Alla fine dipende tutto da noi. Ora ci attendono quattro sfide difficilissime, tre di cui in trasferta, contro Lazio, Napoli, Fiorentina e Roma. Non dico che vinceremo, sono ottime squadre, ma sicuramente daremo la nostra, perché possiamo giocarcela con tutti. Dobbiamo esprimere il nostro gioco sempre, rispetto per tutti, paura di nessuno”.

Per un ragazzo, ancor più che per un adulto, è facile perdere la testa e montarsi, specie se fa bene così...

“Qui è compito mio, dobbiamo far capire che nel calcio bisogna stare sempre attenti. Non bisogna credere di aver fatto la maggior parte del lavoro arrivando. Arrivare è facile, il difficile è confermarsi. Nel calcio l’opportunità arriva quando meno ci si aspetta, per questo dobbiamo farci sempre trovare pronti. E sono io che devo dimostrare a loro che serve impegno, per questo mi metto sempre in gioco. Se fanno ciò che devono fare questi ragazzi riceveranno solo bene!”.

Un altro problema che (purtroppo) i ragazzi devono affrontare è la scuola. Come si vive questo dualismo?

“La scuola è importantissima. Per questo non ci sono problemi se un giorno un ragazzo salta gli allenamenti per studiare. Non devono pensare di essere già calciatori affermati. Il calcio oggi c’è, domani chi lo sa, per questo la scuola deve rimanere una priorità. Purtroppo devono impegnarsi tanto, alzarsi la mattina presto per andare a scuola, uscire, mangiare un panino e venire qua. Ma la loro è una vita di sacrificio, come lo è stata la mia, e se ce l’ho fatta io, possono farcela loro. Non sono i primi e non saranno gli ultimi. Se ci piace qualcosa bisogna sacrificarci tanto per ottenerla. Questo anno è importantissimo per loro, i classe 1995 affronteranno l’esame di maturità ed alcuni di loro il prossimo anno dovranno trovare una Prima squadra, se non in A o in B, anche in C dove troveranno delle belle realtà”.

Parlando più in generale del campionato, per ora nei tre gironi le capolista sono Torino, Chievo e Roma. Cosa ne pensa?

“Tre ottime società, davvero. La Roma ha dei ragazzi che giocano insieme fin da piccoli e non cambia mai l’allenatore (si tratta dell’ex amaranto De Rossi, ndr). Puntano molto sui giovani, e per questo sono usciti dei giocatori importanti che giocano in categorie alte. Se ogni anno arriva in semifinale o in finale, un motivo c’è! Il Chievo come la Roma ha un ottimo settore giovanile e riesce sempre a fare bene, nel Torino conosco l’allenatore, Longo, che è un’ottima persona e sono convinto che farà del bene con questi ragazzi. Bisogna capire che per fare un ottimo settore giovanile ci vuole del tempo”.

Roma che oltre ad essere in testa al campionato Primavera è in testa alla Serie A. Sette vittorie su sette non è poco. Anche l’Inter di Javier sta facendo bene. Ci parli del campionato di A.

“La Roma è una squadra che gioca benissimo, ma nessuno si poteva aspettare che facesse un campionato a questi livelli. Ha giocatori importantissimi che hanno tanta esperienza, eppure sta emergendo Florenzi che non a caso è un prodotto del vivaio giallorosso. Hanno deciso di tenerlo anziché mandarlo via in prestito, e la loro scelta è stata ripagata. L’Inter ha bisogno di rifondare la squadra. Mazzarri sta facendo molto bene, però servono nuovi acquisti per tornare a lottare per certi obiettivi”.

Quando tornerà suo fratello?

“Javier dovrebbe tornare a novembre. Per lui questo è un mondo nuovo, ha paura di affrettare troppo il rientro e vuole essere sicuro prima di fare ogni passo. Dopotutto ha 40 anni e adesso il calcio è sempre più fisico. L’importante è che mantenga sempre l’umiltà che l’ha contraddistinto, i soldi vanno bene.. ma bisogna rimanere sempre brave persone”.

Una carriera da vero lottatore. L’infortunio di adesso è il primo dopo tantissimi anni…

“Sì, per fortuna siamo forti, anch’io non mi sono mai infortunato in carriera, e ho smesso a 38 anni. Non lo so come mai, dev’essere una nostra qualità (ride). Comunque il fatto di essere sempre allenati ci ha aiutati molto... Ho 45 anni e riesco ancora ad allenarmi con i ragazzi.. bisogna sempre tenersi in forma”.

L’altro giorno in amichevole contro la Prima squadra, ha avuto modo di vedere Borja e Mosquera. In molti si aspettano di veder esordire questi ragazzi. Che impressione le hanno fatto?

“Vengono entrambi dal campionato colombiano, che è molto diverso da questo. Borja soprattutto è abituato a giocare d’istinto, mentre qui c’è più dedizione alla tattica. Nicola è intelligente, aspetta il momento giusto per farli esordire. Mosquera è molto bravo a centrocampo, arriverà il suo momento”.

E Benassi...?

“Ho allenato Marco quando era alla Berretti dell’Inter. E’ un ragazzino umile, fa molto bene durante la settimane e darà il suo contributo. Conosco bene anche Mbaye, che di carattere è più impulsivo e infatti ha già esordito. Ma anche Benassi entrerà e farà bene, ne sono sicuro”.

Un’ultima curiosità, cosa significa il soprannome Pupi, affibbiato prima a lei e poi a suo fratello?

“Beh, una volta un mio compagno di squadra mi era venuto a prendere a casa, e io ero con la mia ragazza, che ora è mia moglie, e lei mi chiamò Pupi. Allora cominciò a chiamarmi così per prendermi in giro, e tutti quanti iniziarono a chiamarmi Pupi, anche i miei allenatori. Gli stessi allenatori andarono poi al Banfield dove c’era mio fratello, e siccome c’erano vari Javier diedero a lui il soprannome, col quale ora è conosciuto in tutto il mondo!”.