Perché è stato giusto fare la A1
Livorno – Rinunciare al campionato di A1 e ripartire dalla Serie C? Era forse preferibile, per il Livorno Rugby, destinato come pare ad una inesorabile retrocessione in A2? La domanda mi è stata posta molte volte, dallo scorso mese di maggio, da appassionati e non. Che dire? E’ vero, la prima squadra biancoverde, al suo quarto campionato consecutivo in A1, sta facendo fatica. La formazione, composta in larghissima parte da giovani alle prime armi nel ruvido mondo seniores, sta stentando al cospetto di antagonisti più solidi ed esperti. Eppure la scelta della società e dallo staff tecnico di affrontare il durissimo campionato di A1 è stata la più logica, a mio avviso, l’unica che può consentire di acquisire utili esperienze e programmare un buon futuro.
Per far crescere i tanti ragazzi inseriti in prima squadra, è molto più utile giocare partite contro attrezzate formazioni di A1 e non limitarsi al “compitino” con antagoniste di C con scarso pedigree. L’eventuale retrocessione in A2, o addirittura in B, non è da considerarsi un “dramma”, termine da intendere nel suo limitatissimo valore sportivo perché i “drammi” nella vita sono ben altri…
Rinunciando a tavolino alla Serie A1, il Livorno avrebbe subìto multe salate da parte della Federugby e, soprattutto, avrebbe perso in un sol colpo tutti i suoi giocatori della prima squadra e del proprio floridissimo settore giovanile. Si sarebbe persa una pattuglia di validi giovani che si sta facendo le ossa nei vari campionati juniores e che potrà accedere a pieno titolo, tra pochi anni, sul palcoscenico maggiore. Almeno trenta sono gli atleti biancoverdi nati fra il 1993 al 1999 dal sicuro avvenire.
D’altra parte, in Italia, la palla ovale ha finalmente separato in maniera netta il professionismo, limitato alle due squadre che partecipano alla Celtic league, ed il dilettantismo, dove sono convogliate tutte le altre realtà. In un simile contesto, la creazione un valido vivaio diventa imprescindibile per assicurare lunga vita ad una società sportiva come quella livornese.
Il club biancoverde ha perciò puntato sulla creazione di uno staff tecnico di assoluto valore, formato da propri giocatori, taluni ancora in attività, i quali, accanto ad una grande competenza, sono in grado di trasmettere ai giovani quell’attaccamento alla maglia tipico del rugby. La bontà del lavoro svolto è stato premiato dal recente riconoscimento federale di “centro di formazione”, ottenuto solo da dieci club in Italia, con Livorno unica “eletta” in Toscana.
Insomma, può anche darsi che in Serie C, a patto che ci si fosse ricostituiti con una struttura simile a quella in essere, il numero delle vittorie sarebbe stato superiore ed apparentemente più gratificante, perché è noto che fa più scalpore un campionato vinto trionfalmente in sesta serie che nella seconda divisione del rugby nazionale. Ma poi, in effetti, quale sarebbe stato il domani e il dopo domani di un club che nello scorso mese di settembre ha compiuto i suoi primi (e splendidi) ottanta anni di esistenza?


