Kakà serve come il pane al Milan cinese. Non deve fare la bandiera, ma il numero 2
Franco Ordine
Non è solo una questione di affetto. E nemmeno una semplice e scontata suggestione. L’arrivo di Riccardino Kakà al Milan è una necessità assoluta che qui bisogna spiegare e declinare con estrema semplicità. I cinesi, e in particolare Fassone e Mirabelli, hanno bisogno di una persona così carismatica che col suo passato indiscutibile possa restituire al club smalto e slancio per affrontare le prossime curve insidiose della stagione. Al fine di evitare che si realizzi la stessa “pantomima” registrata all’epoca del sondaggio presso Paolo Maldini, è bene chiarire alcuni punti della prossima mossa per evitare di finire nuovamente fuori strada. Il primo punto della questione è il ruolo: Kakà non può fare da bandiera, deve avere un compito codificato nel cda rossonero e quello di vice-presidente, perciò emanazione diretta del presidente lontano e dell’azionista unico, è l’unico a disposizione. Significherebbe metterlo sullo stesso piano ai tempi di Rivera e per guardare ai giorni nostri, di Nedved nella Juve e Zanetti nell’Inter.
Fin qui la forma. Poi tocca definire anche la sostanza dei compiti da far svolgere a Kakà. Che non può essere solo quello di riconosciuto diplomatico, di rappresentanza quindi, da esibire nei viaggi a Nyon presso gli uffici dell’Uefa e in giro per l’Italia. No. Ci vuole altro. Nel frattempo Riccardino può cominciare a studiare bilanci e norme per capire cosa significhi amministrare una società di calcio come il Milan e nello stesso tempo colmare l’evidente lacuna dell’attuale società. E cioè la seconda voce in fatto di comunicazione. Il ds Mirabelli ogni volta che si presenta dinanzi a un microfono, è capace di provocare qualche conflitto se non proprio di scatenare il putiferio. Lo fece ai tempi con Montella, si è ripetuto con Raiola. In più Kakà deve poter esercitare anche la sua indubbia competenza in materia calcistica e quindi diventare il referente naturale, oltre che dello staff tecnico, anche di Fassone e della stessa proprietà.
Stabilire in modo preciso i confini del ruolo da assegnare a Kakà può aiutare la scelta dell’interessato e può anche offrire al management rossonero attuale uno spessore più copnsistente. D’altro canto che il fuoriclasse brasiliano, ultimo Pallone d’oro del calcio italiano, sia la persona adatta lo sostiene anche Ariedo Braida che ebbe la fortuna e la bravura di scoprirlo e di trascinarlo nell’estate del 2003 a Milanello. “Non lo vedo adatto per fare l’allenatore ma nel ruolo di dirigente” la sua idea che qui possiamo sottoscrivere senza se e senza ma.


