Americanizzazione del calcio moderno: il Milan di Cardinale è il perfetto esempio di cosa NON fare
I tifosi milanisti lo vivono sulla propria pelle ormai da quasi 10 anni e anche il resto dell'Europa è alle prese con questa "american invasion": ad oggi sono ben 117 i club del Vecchio Continente con una proprietà a stelle e strisce. Tanti investitori statunitensi, tra fondi d'investimento, miliardari e uomini d'affari vedono il calcio europeo con un'occasione per entrare in un business dal potenziale altissimo e che non è ancora stato sviluppato. Il Financial Times, in un articolo che potete leggere QUI, ha sviluppato un'analisi molto interessante, raccogliendo dati e dichiarazioni di protagonisti, da investitori a finanziatori, su questo importante fenomeno economico e culturale.
La tesi di fondo del pezzo è che l'obiettivo della wave di investitori USA è quello di massimizzare audience, sponsor e ricavi, andando verso un'americanizzazione spiccata dello sport europeo più popolare. È però giusto sottolineare il netto contrasto in atto: in Europa il calcio è sempre stato considerato un patrimonio culturale e sociale, non soltanto un prodotto commerciale. Anche per contrastare l'ormai naufragata Super League tanti leader calcistici hanno usato l'espressione: "Il calcio è del popolo". Ma è davvero così?
MODELLO AMERICANO NEL CALCIO, PRO E CONTRO DELLA VISIONE USA
Difficile generalizzare quando si parla di un movimento così ampio: oltre metà della Premier League, più di un terzo della Serie A e oltre un quarto della Ligue 1 hanno proprietà made in USA. Trattandosi poi di proprietà diverse è logico aspettarsi anche programmi e progettualità diverse. Ma non la finalità. Nell'articolo si legge che gli obiettivi principali sono comuni: valorizzare un asset globale sottovalutato, sfruttare un'enorme opportunità commerciale visti i costi d'ingresso relativamente bassi rispetto al mercato USA e sviluppare al meglio quella che viene considerata una piattaforma di intrattenimento ancora poco sfruttata. In poche parole: costo d'ingresso basso, potenziale ritorno decisamente alto, possibilità di "monopolizzare" un mercato che è rimasto ancora indietro nelle infrastrutture, nella spettacolarizzazione dell'evento e così via. Ovviamente, tutto questo è da inquadrare secondo la logica e la visione USA.
È tutto oro quello che luccica? Assolutamente no. I tifosi, da sempre centrali in ogni aspetto della gestione dei Club (sia in modo indiretto che in modo diretto, come succede in Germania), sono preoccupati per diversi aspetti: in primis l'aumento dei prezzi dei biglietti com'è successo nell'ormai prossimo Mondiale che si disputerà tra Canada, USA e Messico. Una ricerca spasmodica del profitto a tutti i costi, sacrificando anche l'aspetto della competitività sportiva e andando verso un appiattimento dell'identità storica: il voler uniformarsi ad un modello considerato "vincente" elimina tutte le diversità che rendono unico ogni club. Chiedere ai tifosi del Milan per avere un parere in merito.
Nell'articolo del Financial Times c'è anche un piccolo intervento di Gerry Cardinale, che riportiamo integralmente:
«Negli Stati Uniti, i prezzi di ingresso sono saliti alle stelle. Quindi la gente guarda al calcio europeo e dice: questa è un'occasione per investire in un'opportunità economica e di intrattenimento globale a un prezzo scontato. L'opportunità economica è enorme perché questo sport non è ancora stato professionalizzato come lo sono gli sport americani».
MODELLO AMERICANO NEL CALCIO, L'ESEMPIO SBAGLIATO DI REDBIRD
Ci distacchiamo dall'analisi generale del FT, molto interessante ed esaustiva, per concentrarci ancora una volta sulle dichiarazioni del numero uno di RedBird. È stato ovviamente interpellato sull'argomento e sarebbe stato strano se avesse divagato su altro, ma queste parole sono l'ennesima dimostrazione di come il manager americano veda il Milan: un'opportunità di guadagno, di creare portfolio e di, come gli piace tanto dire, sfruttare al massimo una Proprietà Intellettuale.
Il tifoso, inizialmente, avrebbe potuto pensare che anche non parlando la stessa lingua gli obiettivi avrebbero potuto coincidere. Alla fine nel calcio, banalmente, ha successo chi vince e vince chi ha successo. Sarebbe logico pensare che dall'arrivo di RedBird al Milan nel 2022 ci saranno state numerose vittorie, giusto?
Niente di più sbagliato. Cardinale ha proprio fatto l'americano, nell'accezione più sbagliata e negativa del termine. È arrivato in un mondo che non conosceva per sua stessa ammissione, non sapeva neanche quante Champions League avesse vinto il Milan, e ha ben pensato di catechizzare tutto e tutti con le sue idee rivoluzionarie. Il risultato? Un club disintegrato del suo aspetto sportivo, svuotato della sua passione, assolutamente privato di ogni velleità di vittoria e con una tifoseria in perenne contestazione da due anni a questa parte.
In tutto questo Cardinale pensa ancora di essere nel giusto, di essere il messia illuminato arrivato in un paese retrogrado e non riesce a comprendere fino in fondo i motivi della dura protesta verso la sua gestione. Se non fosse una situazione disperata ci sarebbe quasi da ridere. Per ora però ridono solo i tifosi delle altre squadre.
L'americanizzazione del calcio è un processo in atto ormai da tempo e che difficilmente potrà essere fermato. O almeno, non subito. E di certo non va fatta di tutta l'erba un fascio e rifiutare a prescindere l'arrivo di nuove culture e metodi. Ma dopo 4 anni di Cardinale e gestione RedBird si può quasi iniziare a parlare di un nuovo case study. Questa volta ad Harvard dovrebbero prendere come esempio il Milan per spiegare ad una futura classe dirigente ed imprenditoriale come NON si gestisce un club calcistico che ha 126 anni di identità, passione e storia gloriosa.
CLICCA SUL BANNER DI MILANEWS PER ASCOLTARE IL PODCAST


