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ESCLUSIVA MN - Donadoni: "Se fossi stato compagno di Leao qualche volta l’avrei preso per le treccine per fargli capire che qualcosa di diverso è bene che anche lui faccia”
Oggi alle 16:00ESCLUSIVE MN
di Redazione MilanNews
per Milannews.it
fonte intervista di Antonello Gioia

ESCLUSIVA MN - Donadoni: "Se fossi stato compagno di Leao qualche volta l’avrei preso per le treccine per fargli capire che qualcosa di diverso è bene che anche lui faccia”

Roberto Donadoni, storico esterno del Milan di Sacchi, ha parlato a MilanNews di tanti temi che riguardano il mondo rossonero, e non solo

Sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe Europee e quattro Supercoppe Italiane: Roberto Donadoni ha scritto una parte importante della storia del Milan insieme ai suoi compagni vincendo e rendendo immortale l'immagine dei rossoneri nel mondo. L'ex esterno d'attacco del Diavolo, oggi svincolato da allenatore dopo l'ultima esperienza allo Spezia, è stato ospite del Milan Club Carovigno in Puglia e ha parlato di tanti argomenti, rispondendo alle domande dei tanti tifosi presenti e dell'inviato di MilanNews.it, che ha condotto la serata.

Del Milan di oggi chi giocherebbe nel Milan degli immortali?

“È difficile dire una cosa di questo tipo. Quando io giocavo in quel Milan e capitava, a livello giornalistico, che mi dicessero che mi avevano paragonato a tizio o caio del passato. Credo che ognuno debba essere sé stesso, ognuno ha qualità e peculiarità ed è giusto che esprima sé stesso. Poi ci possono essere delle similitudini con qualcuno in qualcosa, però poi le epoche cambiano e i momenti sono differenti. Oggi ci sono sicuramente dei giocatori che ai tempi ci sarebbero potuti stare, ma anche allora ci sono stati campioni che sono arrivati. Si parla Gullit, Baresi, Rijkaard, van Basten, Maldini, Tassotti, giusto per dirne qualcuno, ma sono arrivati campioni durante gli anni e hanno faticato. Giocatori che magari avevano fatto bene l’anno precedente, però poi quando entri in quello stadio, su quel terreno di gioco, le cose cambiano. Mi ricordo l’episodio di Laudrup, il fratello che è stato al Milan che era un calciatore di assoluto valore e di grande qualità, però lo stadio di San Siro per lui era pesante. Mi ricordo una volta che a metà primo tempo disse: “Io nel secondo tempo non entro più”. Quindi nella mia vita ho vissuto tanti calciatori, anche prima di arrivare al Milan, che dal punto di vista qualitativo non erano granché, ma avevano una forza, una grinta, un temperamento e una determinazione… Mi chiedevo come facessero a giocare, che tecnicamente erano solo bravini. Però alla fine giocavano sempre. Non bastano solo i piedi, poi c’è la testa ed un aspetto che diventa fondamentale. I ragazzi di oggi hanno un po’ questa difficoltà, io che alleno i giovani e li vivo da diversi anni. Oggi i giovani sembrano sicuri di sé, spavaldi, però poi se arrivi al dunque e si trovano davanti una difficoltà la cosa migliore che riescono a fare è cercare di scansarla, non di affrontarla. È chiaro che quando io ero al Milan e affrontavo Franco Baresi nell’uno contro uno sapevo benissimo che saltarlo era difficile, però se mi allenavo contro di lui e riuscivo a saltarlo, la domenica poi avevo benefici. Se mi allenavo contro un ragazzo della Primavera o la riserva avevo vita facile e lo saltavo 8 volte su 10. Quello ci ha aiutato a crescere e a diventare migliore, così come ci ha fatto diventare ancora migliori il fatto di avere avuto un allenatore come Sacchi. Ci ha dato delle nozioni, ci ha insegnato a giocare da squadra in un modo che ci ha fatto apparire anche più forti di quello che in realtà eravamo. Sapevo che se io sbagliavo qualcosa dietro di me c’era un altro che sopperiva con quel difetto. Questa è stata la nostra forza e la nostra grandezza, oltre al fatto di aver avuto una società e un presidente che erano veramente 15-20 anni rispetto agli altri”.

Con Leao cosa farebbe?

“Prima di tutto le persone devi viverle per capire come sono. Giudicare da fuori è una cosa… È chiaro che per quello che vediamo, io le cose le vedo come le vedete voi e non sono presente nello spogliatoio del Milan, però Leao spesso e volentieri se ne parla più per quello che non fa piuttosto che per quello che fa. È un giocatore che ha sicuramente delle doti al di sopra della media, ma avere la continuità è un’altra componente fondamentale e lui in questo difetta. Mi auguro che tutte queste situazioni finalmente lo rendano consapevoli e diventi, con continuità, il campione a cui ogni tanto vediamo fare delle cose straordinarie. Se fossi compagno di Leao qualche volta l’avrei preso per le treccine per fargli capire che qualcosa di diverso è bene che anche lui faccia”.

Lo vede nel 3-4-2-1 di Amorim? O meglio trovare uno più adatto?

“Torniamo al discorso di poc’anzi. Anche negli anni in cui sono stato giocatore del Milan, sono passati dei calciatori che avevano una specializzazione, bravi in un ruolo. Io mi sono sempre un po’ adattato: ho giocato a destra, ho giocato a sinistra, ho giocato in mezzo e questo mi ha dato più opportunità. Se in quel ruolo lì c’è qualcuno più bravo di te allora fai fatica a giocare. Ma se ti adatti e capisci cosa vuol dire giocare a sinistra piuttosto che a destra, e ti impegni a voler migliorare questo aspetto dai più opportunità a te stesso e alla squadra. Se dobbiamo star qui a discutere del modulo tattico per cercare di sfruttare meglio Leao abbiamo perso in partenza”.

Sulle dimissioni di Maldini come DT della Nazionale dopo i contrasti con Malagò:

“Credo che le cose si possano fare, ma c’è un modo giusto per fare le cose. Questo credo sia stato l’ennesimo capitolo negativo della nostra recente storia sportiva a livello calcistico. Credo che le cose siano state gestite nella maniera sbagliata, non so nel profondo cosa abbia mossa l’uno rispetto all’altro. Una delle cose che mi dà fastidio del nostro mondo è che si sentono parlare le persone, anche gli addetti ai lavori, di cambiamenti e di fare le cose in un modo. Ma è difficile cambiare se poi fai sempre le stesse cose. È un po’ il cane che si morde la coda. Questo è stato l’ennesimo episodio che ha dato poco lustro a quello che è il nostro mondo”.

Hai mai avuto l'idea di andare in una rivale del Milan?

“C’è stato un momento in cui all’Inter c’era Trapattoni e ha provato a corteggiarmi, chiedendomi se volessi andare da loro. In quel momento lì, oltretutto un passaggio tra Milan e Inter era complicato, era apprezzabile la cosa che un allenatore di una squadra ti apprezzasse. Ma l’idea di lasciare il Milan era lontana, tant’è vero che ho anche deciso poi che nel momento in cui sarei andato via dal Milan in Italia non avrei più indossato nessun’altra maglia”.

Le famose dichiarazioni di Cruyff prima della finale di Atene ’94:

“Cruyff poi l’ho conosciuto personalmente e l’ho frequentato, per me era straordinaria. È stato uno dei più grandi campioni al mondo di tutti i tempi. Ne ho parlato anche con qualche giocatore del Barcellona di allora che mi ha raccontato dell’atmosfera, Cruyff cercava di caricare i propri giocatori di metterli tranquilli perché poi affrontassero la partita in modo adeguato. Tant’è che disse “Noi abbiamo preso a Barcellona un giocatore come Romario, mentre il Milan ne ha preso uno come Desailly”. Però poi le cose gli si sono ritorte contro. Noi facemmo l’allenamento di preparazione alla finale, e prima di entrare in campo c’era il Barcellona. Cruyff era in mezzo al campo, sdraiato, con il pallone poggiato sotto la nuca, tranquillo, e guardava i giocatori quello che facevano. Capello disse: “Vediamo di togliergli quel pallone da sotto la testa”. E nonostante mancassero giocatori importanti come Baresi e Costacurta venne fuori una partita dove se si fosse vinto 7 a 0 non ci sarebbe stato niente da dire. Era ancora una volta la dimostrazione che quando stimoli certi giocatori e certe squadre poi i risultati possono essere differenti da quelli che hai immaginato. Però anche quel Barcellona lì era squadra fortissima… Anche se non ci hanno capito molto in quella partita”.

Sulle amichevoli estive del Milan di Amorim:

“Queste amichevoli sono importanti, ti aiutano a raggiungere una condizione. Ma sei nel pieno del lavoro e quindi il risultato ha un peso specifico relativo. Bisogna trovarsi pronti alla partenza del campionato”.

Amorim è quello giusto per il Milan?

“Se l’hanno preso penso proprio di sì, altrimenti sarebbe assurdo (sorride, ndr)”.

Su Gonçalo Ramos:

“Se valutiamo le cose solo in termini economici allora lo stesso discorso vale anche per Leao. Leao sembrava che dovesse andare via, però alla fine non c’è stato chi ha offerto quello che pretende il Milan. Quindi il valore economico secondo me ha un peso relativo: i valori veri sono altri. Poi è chiaro che quando si sente parlare di queste cifre fa abbastanza specie. Avere giocatori buoni e di qualità non è semplice e penso che si paghino quei prezzi lì”.

Su Comotto:

"È un bel ragazzo di prospettiva, con me allo Spezia ha giocato tanto perché chi ha qualità è giusto che giochi. È da Milan? Conta molto la mentalità di come ci si approccia al lavoro. Lui è un ragazzo con la testa sulle spalle, è molto intelligente”.

L’importanza dell’apporto difensivo di un calciatore offensivo nel calcio di ieri e nel calcio di oggi.

“Il mio ragionamento principale è sempre stato quello di essere utile alla squadra. Sapevo che quando avevo la palla potevo determinare qualcosa, ma nel momento in cui la palla ce l’avevano gli altri bisognava anche farsi un po’ il mazzo e cercare di dare una mano alla squadra. Questo credo sia stata una componente importantissima che Sacchi ha inculcato, e ha anche trovato dei giocatori molto risentiti da questa cosa. Per cui, oggi forse ci sono dei giocatori che dal punto di vista del dribbling e del saltare l’avversario sono totali, però magari fanno fatica a mettere insieme le due cose. Spesso e volentieri si sente dire: “No, sai, quello è bravo tecnicamente, salta l’avversario e dobbiamo lasciargli fare quello”. Però poi sono gli altri che corrono per saltare le situazioni e per difendere la squadra. Bisogna saper far bene le due fasi, credo che questa sia stata una delle cose che mi ha permesso di giocare con più continuità. Al Milan i compagni mi chiamavano con un soprannome, “Osso”. Perché ero uno a cui non piaceva mai stare dietro, volevo sempre essere davanti. In quel Milan c’erano giocatori che erano più forti di me, e quindi mi superavano. Io però cercavo di superarli a mia volta. E questo ha portato tutti a dare qualcosa in più, è stato un esempio che lo stesso Franco Baresi ha trasmesso. Quando hai giocatori di questo tipo ogni giorno è motivo di crescita e miglioramento. E così quando entravi nel tunnel di San Siro, e avevi di fianco l’altra squadra, e quando vedevi che loro abbassavano lo sguardo allora capivi che iniziava 1-0 per te e questo era un vantaggio”.

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