Il capo delegazione di Pasadena e il ricordo di Baresi: "Pianse sulla mia spalla. Era un gigante"
A Pasadena il Capo delegazione dell’Italia era Raffaele Ranucci, oggi intervenuto ai microfoni de Il Messaggero per omaggiare l’allora capitano della delegazione azzurra che contro il Brasile sfiora la conquista del Mondiale, Franco Baresi, scomparso ieri all’età di 66 anni. “È rimasta questa foto del pianto, di quell’avventura del Mondiale del ‘94”.
Aveva un carattere schivo, da dove tirava fuori quella leadership Baresi?
“Era proprio quello: essere un uomo di poche parole. Serio, grandissimo professionista e uomo. Quando parlava veniva ascoltato. Dopo la prima partita persa con l’Irlanda, lui mi tracciò, con la sua lentezza mentre mangiavamo un filetto, tutti i motivi per cui si era usciti sconfitti. Ne parlò anche con Sacchi, che lo ascoltava moltissimo”.
Dopo il ko al ginocchio tornò in campo dopo 24 giorni…
“Poteva farlo solo lui. Proprio perché tra Arrigo e Franco c’era un feeling fortissimo. Quel pianto a fine partita, io che lo abbraccio: era come se grazie a quella foto fosse rimasto un filo ross. Avrei voluto piangere anche io, oggi lo piangono tutti. Cosa gli dissi? Gli dissi che solo i grandi campioni si prendono responsabilità. Lui era un gigante”.
C'è qualcuno che oggi le ricorda Baresi?
"Di italiani onestamente no, in generale dico Modric. Il calcio è cambiato. Oggi l’unico scopo di tanti calciatori è aprire Instagram. Ce ne sono di mediocri che hanno milioni di follower e che vivono su un altro mondo. La Nazionale? L’ultimo che è riuscito a riappassionare l’Italia è stato Mancini, e sono contento sia tornato. Maldini andava bene, ma non per fare il Direttore Tecnico, una figura che onestamente non capisco a cosa serva”.
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