Ceuta, dove il calcio attraversa il confine: viaggio nella squadra che gioca tra Europa e Africa
Il nostro reportage alla scoperta dell'AD Ceuta FC, squadra di seconda divisione spagnola che gioca... in Africa. E che unisce, anziché dividere.
Mentre gli occhi dell'Europa sono tornati a posarsi su Ceuta per il nuovo e massiccio afflusso di migranti provenienti dal Marocco, la piccola enclave spagnola nel Nordafrica è tornata a essere ciò che è da sempre: il simbolo di una frontiera. Tra il 30 e il 31 luglio circa 70mila persone hanno tentato di raggiungere il territorio spagnolo, lasciando dietro di loro un bilancio drammatico di oltre 80 vittime, ahinoi ancora in aggiornamento.
Ogni volta che il nome di Ceuta finisce sulle prime pagine dei giornali, si parla di reti metalliche, pattuglie della Guardia Civil, tensioni diplomatiche tra Madrid e Rabat. Di uomini, donne e bambini che vedono in quella stretta lingua di terra il primo lembo d'Europa. Di una città dove la geografia incontra la politica e dove le crisi internazionali assumono il volto di una barriera d'acciaio. È una cronaca che non può e non deve essere ignorata, perché racconta drammi umani prima ancora che questioni geopolitiche. Purtroppo, però, è quasi sempre questa l'unica immagine che arriva all'esterno. Ceuta finisce sotto i riflettori quando divide, molto più raramente quando unisce. Eppure esiste un'altra Ceuta che merita di essere raccontata.
Novanta minuti tra Europa e Africa
È quella che ogni due settimane si ritrova allo stadio Alfonso Murube. Quella che canta, soffre e si emoziona davanti a una squadra di calcio. Una squadra spagnola che, però, gioca... in Africa. L'AD Ceuta FC è probabilmente l'"anomalia" più affascinante del calcio europeo, ve lo diciamo subito. Per raggiungerlo bisogna salire su un traghetto ad Algeciras e attraversare lo Stretto di Gibilterra. Quaranta minuti di navigazione e la geografia smette improvvisamente di avere senso. Si mette piede in Africa, ma il telefono continua a collegarsi alla rete europea. Si paga in euro, le insegne sono in castellano, la Guardia Civil presidia il porto e la bandiera spagnola sventola sugli edifici pubblici. Pochi chilometri più avanti, oltre una doppia recinzione di acciaio, comincia il Marocco. È in questo fazzoletto di terra di appena diciotto chilometri quadrati che vive una delle storie più sorprendenti del calcio spagnolo. Ceuta, coi suoi 85.000 abitanti circa, è una città autonoma abituata ai contrasti. Da secoli rappresenta un ponte tra due continenti, un luogo in cui il Mediterraneo incontra l'Atlantico e dove convivono comunità cristiane, musulmane, ebraiche e hindu. Lo spagnolo si mescola all'arabo darija, le tradizioni si intrecciano nella quotidianità e il porto scandisce il ritmo di una ciudad che ha imparato a vivere sulla linea sottile che separa - e allo stesso tempo unisce - Europa e Africa. Per chi arriva da fuori, tutto sembra ruotare attorno al confine. Per chi vive qui, invece, il confine è semplicemente parte del paesaggio. Forse è anche per questo che il pallone ha assunto un significato diverso rispetto ad altre piazze.La rinascita di un club, il riscatto di una città
L'Alfonso Murube non è uno stadio monumentale, parliamoci chiaro. Poco più di cinquemila posti, incastonato nel tessuto urbano, senza l'imponenza delle grandi cattedrali del calcio. Eppure, quando il Ceuta gioca in casa, quelle tribune diventano il luogo in cui la città si riconosce. Le differenze che fuori alimentano il dibattito lasciano spazio a un'unica appartenenza. Conta soltanto la maglia bianca. L'Agrupación Deportiva Ceuta FC nasce nel 2013 raccogliendo l'eredità della storica AD Ceuta, ma la svolta arriva tre anni dopo, quando la presidenza passa a Luhay Hamido. Il suo progetto non si fonda sulle spese folli o sulle promesse irrealistiche. L'idea è costruire una società solida, sostenibile, profondamente legata al territorio. Un club capace di crescere senza perdere la propria identità. I risultati arrivano con una rapidità sorprendente. Nel giro di cinque stagioni il Ceuta compie una scalata che lo porta dalla Tercera RFEF fino alla Segunda División. Tre promozioni, una dopo l'altra, culminate con il ritorno del calcio professionistico in città quarantacinque anni dopo l'ultima apparizione della vecchia Agrupación Deportiva Ceuta. Una favola, verrebbe da dire. In realtà c'è molto metodo dietro quei successi. Mister José Juan Romero ha dato alla squadra un DNA ben preciso: organizzazione, intensità, equilibrio. Il Ceuta non ha cercato di imitare le grandi del calcio spagnolo, ha scelto di diventare una versione migliore di sé stesso. Una squadra difficile da affrontare, soprattutto tra le mura casalinghe, capace di conquistare la permanenza in Segunda División nel 2025-2026 e di dimostrare che il suo posto nel calcio professionistico non è frutto del caso. E a Ferragosto ci sarà l'esordio nel campionato 2026-2027, in trasferta contro il Futbol Club Andorra di Gerard Piqué.Molto più di una squadra di calcio
Ma sarebbe un errore raccontare il Ceuta soltanto attraverso la classifica, perché il vero cuore del progetto si trova qualche metro più in là rispetto al campo. La Fundación AD Ceuta FC è oggi uno dei pilastri della società. Lavora nelle scuole, collabora con associazioni e istituzioni cittadine, promuove attività dedicate all'inclusione, all'educazione e alla diffusione dei valori dello sport. Nella scorsa stagione il club ha preso parte anche alla LALIGA Genuine, il progetto dedicato ai calciatori con disabilità intellettiva, rafforzando una filosofia che mette al centro rispetto, solidarietà, uguaglianza delle opportunità e integrazione. Coincidenze? Nient'affatto. In una città che troppo spesso viene apostrofata come il luogo dove il mondo si divide, il Ceuta prova ogni giorno a dimostrare il contrario. Lo fa attraverso il settore giovanile, il lavoro del Ceuta B, la squadra femminile, l'attenzione verso il territorio e il rapporto con una tifoseria che vede nella squadra qualcosa di più di undici giocatori in campo. Forse è proprio questo il fascino dell'AD Ceuta FC: non quello della piccola che sfida le grandi, ma quello di un club che finisce per assomigliare perfettamente alla città che rappresenta.La Ceuta che unisce, anziché dividere
Ogni trasferta comincia con un traghetto. Ogni ritorno a casa significa rimettere piede in Africa per giocare il campionato professionistico spagnolo. Ogni partita ricorda che il calcio, a volte, è capace di spiegare la geografia meglio di qualsiasi atlante. La cronaca continuerà, inevitabilmente, a parlare del confine e delle sue ferite. Il Ceuta, invece, continua a raccontare le persone che quel confine lo abitano ogni giorno. Ed è forse questa la sua vittoria più importante. Ricordare che una frontiera non è soltanto il luogo in cui due mondi si separano. Può diventare, piuttosto, anche lo spazio in cui imparano a conoscersi. Per novanta minuti, all'Alfonso Murube, Europa e Africa smettono di guardarsi da lati opposti della rete. Fuori dallo stadio c'è il confine più discusso d'Europa. Dentro, c'è una città che continua ostinatamente a ricordare che esiste ancora qualcosa capace di unire. El fútbol.Altre notizie
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