Dietro la svolta arbitrale c’è la guerra per il calcio. Orsato, va bene la linea dura. Ma i rigori restano rigori
C’è sempre molta più politica di quanto possa sembrare, o di quanto sarebbe auspicabile vedere, dietro quello che accade in campo. Le prime cinque giornate di Serie A ci hanno restituito un campionato mai così veloce, pieno di gol, divertente. Da 77 anni non si registrava l’assenza di zero a zero nei primi cinque turni di campionato e risale proprio a quell’edizione un record di gol che questa edizione del torneo potrebbe anche pensare di scalfire. Tutto, o almeno una parte, nasce dalla svolta arbitrale impressa in estate, con le nuove norme volute dall’IFAB - il curioso custode del calcio che decide con quattro voti FIFA e quattro del Regno Unito - e mediate, per i campionati europei, da Roberto Rosetti, responsabile degli arbitri UEFA.
Qualche settimana fa, Rosetti ha detto che, sostanzialmente, per lui il Football Video Support - cioè il cugino “povero” del VAR, che però ha il challenge in favore degli allenatori - non è la direzione da prendere. Del resto, l’ex fischietto torinese ha imposto (sarebbe da dire suggerito, ma la verità è quell’altra) un netto passo indietro sull’uso del VAR: meno ce n’è e meglio stiamo. E forse ha anche ragione lui, ma su questo ci arriviamo. La stessa visione non la condivide Pierluigi Collina, che ha più o meno lo stesso ruolo di Rosetti ma in seno alla FIFA, e che è stato uno dei grandi tramiti - con Daniele Orsato all’epoca designatore in Serie C - per l’introduzione sperimentale del FVS nella terza serie italiana. È una piccola differenza di vedute, che non vale la pena di far assurgere a scontro (anche perché risulta che i rapporti tra i due siano più che buoni), ma che mette la FIFA da un lato e la UEFA dall’altro. Come avviene in tante altre questioni.
La stessa campagna contro Gianni Infantino, peraltro giustificabile perché il presidente FIFA ha sbagliato davvero troppo e spesso solo per tenere la scia di Donald Trump, non nasce certo dalle buone intenzioni di Aleksander Ceferin e di chi gli sta intorno. Tutt’altro: alla fine si riduce al tentativo di un burocrate - e della sua cerchia di potere - di togliere il pallone a un altro burocrate. Il grande obiettivo di tutti è il controllo del calendario. Che, di fatto, vuol dire soldi, perché il calcio ha ormai preso una deriva di totale subordinazione alle TV e quindi ne segue le logiche: più partite, più eventi in palinsesto, più diritti TV. Poi importa poco se sia più appassionante vedere una partita/soap opera ogni sera o una partita/capolavoro cinematografico ogni settimana: alle TV importa riempire i propri schermi e il pallone si adatta volentieri. Da anni, sia FIFA sia UEFA hanno ampliato i loro calendari: il Mondiale per club da un lato e la nuova Champions League dall’altro ne sono gli esempi più lampanti. Ma pure l’allargamento del Mondiale a 48 e presto 64 nazionali, come pure la nascita di Nations o di Conference League, non hanno altro obiettivo che proporsi come il soggetto più in grado di saturare i palinsesti e quindi come miglior interlocutore possibile. Il povero Andrea Agnelli - che povero ovviamente non è, ma è stato estromesso dal mondo del pallone con una vicenda grottesca solo perché scomodo a qualcuno - non aveva tutti i torti nel volere la Superlega. Semplicemente - e, per carità, non è affatto un dettaglio - tempi e modi erano del tutto sbagliati.
La diatriba quasi concettuale tra chi vuole più o meno VAR è, insomma, una piccola (anche piccolissima) fetta di una guerra molto più ampia. Se ne sta combattendo una anche in Italia, sempre per il controllo del pallone, a colpi di carte bollate: il commissariamento della FIGC è dietro l’angolo. Quella del mancato tesseramento è oggettivamente una vicenda dalla rilevanza così minima che sembra assurda e, se ci fosse stato un altro clima politico, sarebbe certamente passata in sordina, però giuridicamente la questione tiene. Non si andrà più tardi di metà ottobre, poi la FIGC finirà nelle mani del CONI e del suo presidente Luciano Buonfiglio. Ci saranno ricorsi - come è giusto che sia -, ma la durata del commissariamento ci darà anche indicazioni su cosa succederà più avanti: se sarà breve (2/3 mesi), allora davvero il CONI voleva risolvere il problema e restituire subito il pallone a chi lo maneggia da anni, magari quell’Adriano Galliani il cui nome è tornato a circolare da qualche giorno, sia a Roma sia a Milano, come possibile futuro presidente federale. Se invece il commissario avesse vita più lunga, allora servirebbe a tenere in caldo la poltrona presidenziale a chi nell’attuale maggioranza di governo - e non è detto che sia Andrea Abodi - l’ha puntata sotto traccia da un po’ di tempo.
Quanto alle vicende arbitrali, la svolta è comunque, oggettivamente, apprezzabilissima. Abbiamo visto partite più divertenti, con più gioco effettivo e anche meno proteste: la conferma che il VAR non le ha smontate, anzi. La linea dura voluta da Orsato - che era un arbitro “all’inglese”, come si diceva una volta - funziona e infatti la promuovono un po’ tutti. Resta però un tema: in queste prime cinque giornate ci sono state delle decisioni oggettivamente discutibili, se non proprio errate, non corrette. Mancano almeno un paio di rigori (all’Atalanta, al Torino, al Milan) e qualche contatto - per esempio quello di De Bruyne prima del gol con il Genoa - non può essere derubricato a contatto di gioco, quando in realtà era un fallo. A settembre, nessuno se ne preoccupa davvero: a marzo/aprile, quando chi può vincere vede il traguardo e chi può retrocedere il baratro, qualsiasi sbavatura diventa meno perdonabile, specie se si sceglie di non correggerla tramite uno strumento (il VAR) che comunque esiste. Perché, anche a monitor spento, i falli resteranno falli e i rigori resteranno rigori. E, quando ci sono, vanno fischiati.
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