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Clemente di San Luca: “Ci vuole equilibrio, ma veramente"
Oggi alle 20:20Le Interviste
di Antonio Noto
per Tuttonapoli.net

Clemente di San Luca: “Ci vuole equilibrio, ma veramente"

Clemente di San Luca analizza Allegri e intravede segnali di cambiamento nel Napoli.

Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, nel suo consueto editoriale in esclusiva per i lettori di TuttoNapoli:

1. Il primo spunto di riflessione – mi sembra indispensabile – è ancora sulle regole. È diventato ormai proprio insopportabile. Si persevera, senza pudore, lungo la pericolosa deriva secondo cui, allo scopo di favorire la fluidità del gioco, sia possibile non far rispettare le regole. Ma basta! Le trattenute, le spinte, le entrate scorrette vanno sanzionate. Tutte! Non si può lasciare al direttore di gara l’arbitrio assoluto di stabilire se punire o meno un intervento falloso. Arbitrio è concetto ben diverso da discrezionalità. Questa è libertà contenuta nello spazio definito dal disposto normativo. È dunque limitata, vincolata nel fine per come dettato dalla regola. Quello, invece, è libertà assoluta.

Lo si osserva in ogni partita. Gli arbitri fischiano come gli pare, una volta rinvenendo gli estremi del fallo, un’altra, che pur si presenta del tutto analoga, no. Deliberatamente, così, si monta il libero «metro di giudizio» (locuzione inesistente nel testo regolamentare) di ciascun direttore di gara, sacrificando l’uniformità. E parte cospicua dei commentatori e degli ‘addetti ai lavori’, preferendo affidarsi alla ‘bravura’ ed alla ‘equità’ degli arbitri, plaude supina. Non so quanto inconsapevole. Più verosimilmente, al malcelato scopo di condiscendere al disegno eversivo delle regole vigenti.

Il calcio, come ogni sport, si risolve nel competere per vincere, per essere migliore. Ebbene, questi obiettivi hanno senso e sono riconosciuti da tutti solo se, e nella misura in cui, le regole vengono fatte rispettare. Altrimenti non v’è argine agli abusi, che minano la credibilità dei risultati.

2. Veniamo a noi. Com’è risaputo, sono fra coloro che si auguravano (e anzi caldeggiavano) l’ingaggio di Italiano. Sono rimasto deluso dalla scelta del Presidente di puntare su Allegri (anche per le modalità: il garbo e l’eleganza non possono annoverarsi fra le sue doti più spiccate). Una volta che l’ha fatta, però, sin da subito ho dichiarato che, diventando l’allenatore del Napoli, diveniva il mio allenatore (com’era stato, ahimè, anche per il suo antecedente). E quindi – pur mai rinunciando all’analisi critica, condotta in maniera persino spietata (ché è propria di chi ama veramente), senza alcun superfluo riguardo mellifluo e servile – invitai a ragionare sulle differenze dal predecessore.

I due anni di Conte ci hanno rovinati. Una squadra satura di stress psico-fisico e una situazione finanziaria disastrata. È un fatto che pretese Lucca, Lang, Milinkovic e Beukema all’inizio del ritiro, facendo spendere più di 120 milioni, per giocatori che sono costati tanto solo perché li si è voluti subito (a fine mercato sarebbero stati pagati la metà). Così ha inibito possibili investimenti futuri per chissà quanto tempo. A questo proposito (fra parentesi) non si può non guardare con stupore al lavoro fatto dalla Lazio (ai raffinati competenti domanderei pure: com’era Gattuso?). E chissà se si riuscirà mai a de-juventinizzare quella parte del tifo azzurro contaminata dall’infezione portata dal salentino sabaudo. Chest’è, purtroppo. Ma chi un po’ capisce di pallone non può non riconoscere che, sia pur a piccoli passi, il gioco sembra progressivamente migliorare. Soprattutto perché liberato dalla ossessione integralista di ragionare solo sull’avversario di turno, caratterizzante la stagione di Conte.

Intendiamoci. Dopo le tre sconfitte con Como, Inter ed Arsenal, il mio umore era nero. Chi come me è malat’, quando il Napoli non vince, soffre. Dopo la (pur ‘faticata’) vittoria col Bologna sto assai meglio. Dunque, da tifoso, è un’ovvietà sentirsi più contenti se si vince. Verrebbe di dire, è la scoperta dell’acqua calda. Però si deve andare oltre. E con equilibrio. Autentico, non peloso.

A partire da ciò. Da un canto, se è vero che – come è quasi universalmente riconosciuto – la nostra civiltà ha dentro di sé la ricerca della bellezza, non possiamo pedissequamente omologarci al motto del nostro antipode («La vittoria non è importante, è l’unica cosa che conta»). Perché l’identità azzurra è altro, non può consistere nel pensare alla vittoria senza considerare come la si consegue. D’altro canto, i fatti inopinabilmente smentiscono l’assunto che vuole contrapposti «giochisti» a «risultatisti». Oggi vince chi si propone di giocare bene, e lo fa. Guardare il Como, obiettivamente, fa invidia. Un tantino meno, forse, guardare Inter e Roma, che comunque, come i lariani di Fabregas, concepiscono l’estetica (non fine a sé stessa, ma) in funzione del risultato da conseguire.

In tale prospettiva, allora, equilibrio significa evitare entrambi gli eccessi. Non bisogna lasciarsi vincere dal pregiudizio secondo cui Allegri sarebbe artefice di un calcio vetusto e superato, e per questo ingiustamente «seppellito sotto una valanga di fango social e di snobismo da salotto». Nemmeno, però, va bene esaltarsi adulanti giacché egli avrebbe, «puntuale come sempre, rispedito al mittente il veleno di chi già pregustava il suo esonero con campagne social prive di senso». O perché «ha vinto campionati e una trentina di trofei e vittorie importanti, diventando uno degli allenatori con più successi nella storia del nostro campionato». Questo invero non accade ormai da diversi anni (il dato è incontestabile). Mica si può campare di rendita, del «vissuto nella storia di un allenatore», per sempre. Né si è meritevoli d’esser etichettati quali «professionisti del disfattismo ad oltranza», oppure iscritti al «partito contro Allegri», se si ritiene che il suo calcio sia superato e non allineato alle ormai consolidate tendenze evolutive. Oppure se si considera sbagliata la mentalità ‘attendista’ con cui non di rado posiziona la squadra in campo. Ove s’invoca onestà intellettuale, occorre praticarla sempre. E giudicare, perciò, soltanto da quanto si vede oggi. Non da quello che s’è fatto ieri o tanti anni fa.

Sicché, a me pare di rilevare in Allegri piccoli ma confortanti indizi di superamento del cd. ‘cortomusismo’. E a convincermi non è solo la vittoria coi felsinei. Lo sono, bensì, alcuni segnali (timidi ma intravedibili) di un mutamento di direzione. Avevo auspicato che si fosse lasciato permeare dall’umore della nostra terra, in cui doveva giocoforza calarsi. È ancora presto per dire con sicurezza che l’abbia fatto. Staremo a vedere. Ma se, per un verso, non può considerarsi del tutto infondata la «vera domanda [formulata da Ziliani] che nessuno ha il coraggio di porre ad Allegri»: e «se a “sbagliare troppo tecnicamente” non fossero i giocatori ma fosse lei?». Nondimeno, per l’altro, da quanto s’intuisce non si può sostenere con disinvoltura «la scarsa dotazione tecnica dell’allenatore».

Insomma, ho la sensazione (la quale, naturalmente, chiede conferma) che, un passettino alla volta, anche considerando il quadro sfavorevole in cui sta operando (da un lato, i tanti infortuni – ma stavolta derivanti, prevalentemente, da malaugurati accidenti, cattiva programmazione sanitaria e scorie della dissennata gestione fisica dei due anni contiani –, e, dall’altro, un calendario obiettivamente infausto), Allegri, da scaltro livornese qual è, stia portando la rosa di cui dispone a trovare un’identità meno incoerente con le sue proprie caratteristiche. Capace, cioè, di costruire trame offensive a prescindere dalle caratteristiche degli avversari. Aspettiamo. Firenze rappresenta un passaggio cruciale. Molto difficile. Tuttavia, vincendo, e recuperando dopo la sosta ‘pezzi’ importanti del mosaico, Allegri potrebbe saperli proficuamente alternare, in una prospettiva meno deprimente di quella fin qui goduta. Almeno così sembra lasciar sperare.

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