CAOS MICCOLI - L'attaccante dice la sua: «Non sono un mafioso, chiedo scusa a Palermo»
E' un Fabrizio Miccoli affraonto e pentito, quello che si presenta davanti microfoni e taccuini dei colleghi palermitani. Ieri, l'incontro fiume con i Pm che lo accusano di estorsione e accesso abusivo a sistemi informatici, oggi il tentativo di gisutificare a tutta la piazza rosanero, il motivo di quelle frequentazioni pericolose e sopratutto, quelle frasi sul giudice Falcone..
«Per me è un giorno importante, dopo tutto quello che è successo sono tre notti che non riesco a dormire perché sono uscite delle cose che io non penso assolutamente e l'ho dimostrato anche con i fatti. Al di là della generosità, l'ho dimostrato scendendo in campo nel 20esimo anno della morte di Falcone. Sono qui per chiedere scusa alla città di Palermo, alla mia famiglia che mi ha fatto crescere in un contesto di valori e di rispetto. Sono vent'anni che faccio questo lavoro. Sono andato via da casa a 12 per fare questo lavoro. Sono un padre di famiglia - piangendo - e voglio crescere i mie figli nella legalità. Sono un calciatore e non sono mafioso. In questi anni anni che sono stato a Palermo sono stato amico di tutti in modo spontaneo senza pensare a cosa andavo incontro. Sono contento che sia uscito tutto perché per me può essere importante».
Un'esperienza, per l'ex numero 10 palermitano, da dimenticare presto: «Ho sentito la signora Falcone, mi ha detto che era sufficiente che chiedessi scusa alla città e io vorrò rendermi utile come testimone ad azioni di legalità. In Procura ho passato cinque ore importanti nelle quali ho risposto a quello che mi si chiedeva e sono uscito molto sereno. È uscito un altro Fabrizio, da questa storia prenderò le cose positive. A 34 anni devo mettere da parte le mia ingenuità da bambino e le sciocchezze, devo pensare di più alla vita vera, a mia moglie e ai miei figli e alla vita vera».
(dichiarazioni fonte Gazzetta.it)


