Salernitana in crisi d'identità: l'amaranto che ignora l'anima granata
C'è un dettaglio, in questi giorni di calciomercato, che sta facendo discutere la tifoseria granata più di qualsiasi trattativa: il colore della nuova maglia. Presentata il 6 luglio sulla spiaggia di Santa Teresa, con Anastasio, Tascone e Lescano come testimonial, la divisa 2026/2027 firmata Givova doveva essere un omaggio al mare di Salerno, tra texture ondulate e giochi di luce. Il club, nella nota ufficiale, ha parlato di un "tradizionale colore granata". Ma bastano pochi minuti dopo la pubblicazione delle foto perché i social si riempiano di innumerevoli commenti assai critici: quella tonalità, dicono in tanti, non è granata. È amaranto.
La differenza, per chi non mastica il lessico cromatico del tifo, può sembrare sottile. Non lo è affatto. Il granata è un colore preciso, quasi un'istituzione: un rosso scuro venato di marrone, la tonalità della terra bruciata, che nel calcio italiano appartiene a un'anagrafe ristretta di club, il Torino, appunto, e la Salernitana. L'amaranto, invece, vira su toni più violacei, più vicini al bordeaux. Sono cugini, non gemelli. E in una città che ha costruito la propria identità sportiva attorno a quel colore specifico, la sfumatura non è un vezzo estetico: è quasi un articolo di fede.Il colore granata, per la tifoseria salernitana, non è mai stato un semplice tratto distintivo della maglia. È il filo che lega generazioni di tifosi, la trincea attorno a cui si è stretta la città nei momenti difficili e non ne sono mancati, tra fallimenti societari, retrocessioni e ripartenze dal basso. Non stupisce che, in un momento storico segnato da tre stagioni difficili, molti tifosi abbiano vissuto questa scelta cromatica come un affronto ulteriore. "Ci hanno tolto anche i colori", ha scritto qualcuno sotto al post di lancio, in un commento che pesa più di mille analisi tattiche.
La società, dal canto suo, sembra aver colto il malumore: alcune foto pubblicate successivamente mostrerebbero una tonalità più fedele al granata storico, quasi a voler correggere il tiro senza ammetterlo esplicitamente. Resta il fatto che, in un'epoca in cui il marketing sportivo insegue texture e narrazioni suggestive legate al territorio, il rischio di allontanarsi, anche di poco, dal codice cromatico che un popolo riconosce come proprio è un errore che nessun ufficio comunicazione dovrebbe permettersi. Perché in fondo, per chi lo indossa dagli spalti dell'Arechi, il colore non è un dettaglio del prodotto. È l'identità stessa della fede granata.


