Il risparmio che costa caro
Da tre campionati la Salernitana si presenta in ritiro con una rosa incompleta e con tanti giocatori in uscita con la valigia pronta e questo certamente non agevola l’allenatore di turno nella preparazione precampionato. Come di consueto si sta rincorrendo il mercato invece di anticiparlo, e ogni volta la stessa giustificazione aleggia sopra Mary Rosy: bisogna contenere i costi, risanare un bilancio che sanguina. È un teorema che si ripete a ogni sessione di mercato, ma che i numeri, quelli veri, smentiscono con la freddezza di un bilancio consuntivo letto a fine esercizio.
Perché la verità, quella scomoda, è che allestire una squadra a metà, arrivare tardi sugli obiettivi e recuperare via via che la stagione si consuma, non fa risparmiare nulla. Semmai il contrario: deprime il potenziale sportivo, allontana la promozione, e prolunga la permanenza in un campionato, la Serie C, che è una palude economica travestita da categoria minore.
Si dice che la C costi meno della B. È un'illusione ottica. I costi di gestione di una struttura professionistica, tra staff, strutture, trasferte, personale, restano pressoché sovrapponibili a quelli cadetti, ma gli introiti non sono nemmeno lontanamente comparabili: diritti televisivi ridotti all'osso, sponsorizzazioni che si contraggono, un pubblico che, per quanto viscerale, per quanto fedele, non riempie gli stadi con la stessa convinzione quando l'orizzonte sportivo si fa grigio e ripetitivo. Un imprenditore accorto, e il patron lo è stato in altri campi, questi conti li sa fare meglio di chiunque altro.
Il paradosso del risparmio che impoverisce
Ogni euro risparmiato sul mercato estivo, ogni rinforzo rimandato a gennaio nella speranza di trovare l'occasione a basso costo, si traduce quasi sempre in un conto salato pagato altrove: punti lasciati per strada nelle prime giornate, un allenatore costretto a gestire un organico spuntato, una piazza che perde fiducia prima ancora che la stagione entri nel vivo. È un investimento mancato che genera una perdita differita, meno visibile nei bilanci trimestrali ma più corrosiva nel tempo, perché intacca ciò che non ha prezzo: la passione di una città che si è vista precipitata, in soli tre anni, dalla serie A all’umiliazione della serie C, un record assai poco lusinghiero.
La Serie B, al contrario, non è soltanto un traguardo sportivo. È un piano industriale che si autofinanzia: diritti tv incomparabilmente superiori, un mercato dei cartellini più liquido, plusvalenze che diventano concretamente esigibili perché i giocatori si valorizzano su un palcoscenico che il mercato osserva con altra attenzione. Una promozione ripagherebbe in un solo colpo anni di sacrifici, restituendo linfa a un bilancio che altrimenti continuerà a boccheggiare, esercizio dopo esercizio, nell'anonimato di una categoria che non produce ricchezza ma la consuma lentamente, come un'erosione carsica che si nota solo quando il terreno è già crollato.
C'è qualcosa che si rinnova ogni stagione: si aspetta il mercato giusto, si aspetta il colpo a parametro zero, si aspetta che gli altri si indeboliscano per emergere per inerzia. Ma queste attese, si sa, non arrivano mai per chi si limita ad attendere. La squadra finisce per galleggiare e Salerno merita di uscire da questo tempo sospeso. E il patron ha gli strumenti per decretarne la fine: non con un ulteriore taglio, ma con un investimento che sia finalmente proporzionato all'obiettivo dichiarato. Perché il vero risparmio non sta nel trattenere, ma nel costruire una volta per tutte una squadra che sappia vincere in fretta, risalire in fretta, e chiudere, finalmente, questo esercizio di logoramento che dura ormai da tre anni.


