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Ludi: "Non sarei mai tornato da Madrid senza Nico Paz. Il Como non è un modello"

Alessio Del Lungo
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Alessio Del Lungo
Oggi alle 19:38Serie A
19.10.2026 19:38Serie A
Il direttore sportivo dei lariani elogia anche Cesc Fabregas: "Si capiva anche quando giocava che fosse un predestinato".
FotoTUTTOmercatoWEB
© foto di www.imagephotoagency.it

Carlalberto Ludi, direttore sportivo del Como, ha raccontato i primi giorni di lavoro nel club lombardo a Cronache di Spogliatoio: "Il primo elemento che ho trattato è Alessio Iovine, che si era svincolato dalla Giana Erminio. Oggi rappresenta l'identità del Como perché è all'interno dello staff di Fabregas. Sono arrivato nel 2019, non c'era niente e c'era da fare tutto. Bisognava ricostruire il parco giocatori, trovare una casa... Guardando indietro si può sorridere, ma a 10 giorni dall'inizio della pre-stagione lo sponsor tecnico ci comunicò che non ci avrebbe consegnato niente, facemmo il primo giorno di ritiro con t-shirt non brandizzate".

In estate è riuscito a trattenere a Como un talento come Nico Paz.
"Non sarei mai tornato da Madrid senza Nico Paz. Pensavamo di avere delle carte da giocarci, è stato un meeting di 3 ore di grande successo perché ho avuto la percezione che il Real ci rispettasse. Ci siamo confrontati su un sacco di opzioni, ho percepito l'evidente volontà dei Blancos di continuare questa partnership. Poi c'è stata la forza della proprietà nel comprendere i termini in cui si inseriva l'operazione e la volontà di Nico Paz di voler rimanere a Como, che ha determinato anche solo l'inizio della conversazione. Se una stella del calcio decide di rimanere per il completamento o per lo step successivo della sua carriera vuol dire che stiamo facendo un buon lavoro".

Siete un modello?
"Il Como non è un modello, siamo troppo giovani e focalizzati sul quotidiano per elevarci a questo tipo di dimensione. Per me è paradossale parlarne perché siamo diversi, siamo partiti dal contesto in cui ci inseriamo, quello determina. Magari in altri contesti noi non funzioneremmo, invece qua siamo stati bravi e fortunati a riuscirci. È naturale fare mercato coinvolgendo tutti, a partire dall'allenatore. Ho la fortuna di parlare con lui tutti i giorni dello sviluppo dei giocatori. Sulla base dei feedback che ci dà lui elaboriamo delle short-list che vengono presentate a me e Cesc e capiamo se ci sono giocatori funzionali o se dobbiamo cominciare di nuovo la ricerca".

Qual è l'operazione che spiega bene il vostro modo di lavorare?
"La trattativa che è molto significativa è quella di Butez, che non era più titolare nell'Anversa. Era difficile immaginare che si potesse iniziare con lui la stagione, ma lo abbiamo analizzato profondamente e abbiamo deciso di affidarci a lui per la seconda parte della prima stagione ed è stato determinante".

Ci racconti Fabregas.
"Il fatto che potesse essere un predestinato, malgrado non mi piaccia questo termine, e avesse i caratteri dell'allenatore d'élite lo lasciava carpire anche quando giocava e, quando ha smesso, ci ha presentato un piano metodologico molto, molto profondo, ben strutturato e ben pensato, costruito in mesi e anni e ci sembrava andasse nella direzione del calcio che voleva il presidente. Nei mesi in Primavera ha dato subito un'identità molto importante e quello è il presupposto di ogni allenatore di successo. Il presidente e la proprietà volevano inserirlo per velocizzare un processo che, in virtù delle evidenze, era qualcosa di scontato".

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