ESCLUSIVA TLP - Lei non sa chi sono io : Alberto Bertolini (Sondrio)
Il Sondrio, insieme con il Rieti è stato protagonista dell'ennesimo pasticcio all'italiana dell'estate scorsa. Il club lombardo in un primo momento era primo nella graduatoria di un eventuale ripescaggio in serie D per un punteggio migliore, nel computo totale, della propria squadra Giovanissimi fascia B . Il ricorso del club amarantoceleste e la conseguente nota del Consiglio Regionale del Lazio, attribuivano il suddetto punteggio a favore del Rieti, così ripescato dal Consiglio Federale e inserito nel girone E. Il Sondrio ha dovuto attendere il 12 settembre per poter sapere dove avrebbe giocato, finendo nel girone B di serie D.
I ragazzi di Alberto Bertolini, fresco di promozione dagli Allievi alla prima squadra, hanno lavorato sodo l'intera estate con la fiducia che gli veniva dai vertici del club di un'eventuale ammissione dalla porta di servizio al campionato di serie D. Il piano B prevedeva una stagione da protagonisti in Eccellenza lombarda. Quest'ultimo non è servito, dando al Sondrio una seconda parte di 2014 da veri mattatori, chiuso in un invidiabile quarto posto.
Il tecnico della squadra lombarda si è concesso in esclusiva ai nostri microfoni nel corso della rubrica del giovedì mattina "Lei non sa chi sono io". In questo spazio concediamo la vetrina di TuttoLegaPro.com a quei personaggi che si mettono in vista settimana dopo settimana in serie D.
Un'estate tribolata la vostra: partiti per fare l'Eccellenza, a fine 2014 vi trovate quarti...in serie D.
"Hai ragione. Ci siamo preparati tutta l'estate per affrontare un campionato - qualunque esso sia stato - con lo spirito giusto. Sapevo di avere una buona squadra, fatta di valori importanti dal punto di vista morale e caratteriale. Abbiamo una percentuale molto alta di territorialità, di ragazzi della zona che giocano con il Sondrio. Ci alleniamo alla sera per favorire quei giocatori che durante la settimana lavorano. La voglia e l'abnegazione sono lo specchio dei risultati che otteniamo la domenica".
In alcune interviste che hai concesso, dichiari che il tuo sogno era fare l'allenatore: due anni fa smetti di giocare e vai ad allenare gli Allievi del Sondrio. Quest'anno subito la promozione in prima squadra. Un bel salto...
"Ho smesso due anni fa di giocare perchè facevo fatica, sia fisicamente che mentalmente ad abituarmi agli allenamenti la sera, dopo aver fatto il professionista per tanti anni con gli allenamenti che si svolgevano prevalentemente di giorno. Ho iniziato a pensare a qualcosa di diverso dal giocatore e il ruolo più naturale è l'allenatore. Ho voluto mettermi subito in gioco, facendo un'esperienza bellissima con gli Allievi, ma avevo anche un ruolo come responsabile tecnico delle giovanili del Sondrio. Mi è tornata utile quest'anno, ad esempio la gestione del gruppo è diversa: se prima eri in una posizione di ascolto, adesso devi essere credibile e dare la tua impronta alla squadra che dirigi. Ora devi entrare nella testa dei giocatori. Dal punto di vista di allenatore, come principi e metodi, l'esperienza degli Allievi mi è stata utile e ogni giorno cerco di migliorarmi andando a guardare gli aspetti da correggere del mio lavoro, fermo restando che la differenza la fanno sempre quei giocatori di qualità".
Bella la tua considerazione nel cambio di ruolo: da giocatore in posizione di ascolto ad allenatore e quindi nella condizione di colui che deve farsi ascoltare da tante teste.
"Negli ultimi anni che ho giocato, anche qui a Sondrio, cercavo di mettermi nell'ottica di determinate situazioni e cosa avrei detto se fossi stato l'allenatore in quel momento. Quando fai l'allenatore devi trasmettere la tua idea di calcio e devi essere credibile. Se mi comporto in maniera diversa da quello che cerco di infondere ai ragazzi, non potrò mai essere ascoltato. La credibilità di un allenatore è una qualità che deve risaltare prima di qualunque altra".
Se da calciatore non ti perdonavi nulla, adesso da allenatore sei diverso?
"Devo dire che questa esperienza in panchina mi fa capire meglio quanti sbagli ho fatto quando ero calciatore. Se prima di una partita arrivavo che avevo i crampi alle gambe avendo una tensione addosso molto forte, adesso cerco di guardare al mio passato, evitando di farlo ai miei ragazzi. Voglio che la mia squadra arrivi alla partita scarica mentalmente ma con la testa giusta per affrontare l'avversario. Tu pensa che un'ora e mezza prima della partita faccio mettere della musica nello spogliatoio, cose che se tornassi indietro mi darei del matto".
Da protagonista, l'allenatore diventa co-protagonista del gruppo: tu crei i presupposti per far si che il gruppo risponda presente alle tue sollecitazioni.
"Sono un po come un direttore d'orchestra. Quando fai bene durante la settimana, l'allenatore non dovrebbe neanche andare in panchina".
Voltiamo lo sguardo al campionato: il vostro girone (il B) è uno di quelli dove si segna poco. A cosa lo attribuisci questo scarso feeling con il gol?
"A livello generale non lo so. Per come interpreto il calcio, avendo giocato in posizione offensiva nella mia carriera da calciatore, voglio fare gol. Cerco di impostare la squadra per riuscire in questo intento, in particolar modo lavoro sui calci piazzati che sono divenuti con gli anni un'arma da perfezionare. Abbiamo fatto tanti gol da palla inattiva, ma questo è frutto di una mia convinzione e questo deriva da un assorbimento della squadra delle mie idee. Il fatto che si segni poco si può ricondurre al tanto tatticismo e al fatto che oggi con i mezzi che abbiamo a disposizione le notizie sugli avversari sono molte di più e di conseguenza le contromisure diventano più efficaci".
Voglio tornare a soffermarmi sulla tua idea di credibilità come allenatore: nella tua carriera da calciatore hai vissuto ben tre fallimenti (Lucchese, Reggiana, Pro Belvedere Vercelli, ndr), che, se non fosse per tutti i drammi che comporta, sono una bella scossa al carattere e di seguito ti possono tornare utili come esperienza nel tuo nuovo ruolo da allenatore.
"Sono d'accordissimo con la tua analisi. Quando vivi situazioni simili, ti trovi ad un bivio: o il gruppo si fortifica o si distrugge. La seconda ipotesi si verifica quando ognuno dei giocatori va per il conto proprio, cercando di salvarsi gli interessi personali. Ho avuto la fortuna di giocare in gruppi dove la figura dell'allenatore era molto forte, dove nonostante tutto, credevamo in quello che diceva. In questi casi un tecnico utilizza parole importanti come "proviamoci, facciamo uno sforzo ulteriore. Fortunatamente qui a Sondrio abbiamo una società molto forte alle spalle. Però il fatto di trasmettere un'idea ora che faccio l'allenatore è sicuramente frutto delle esperienze passate che ho avuto da calciatore, con uomini come Cadregari, Braglia, Gasperini, Donadoni, Sonzogni. Cerco di prendere da ognuno di loro quello che di positivo mi hanno trasmesso".
Il vostro motto è "La nostra forza è l'ignoranza". Ce lo spieghi?
"Non è proprio un motto: è uno sfogo a fine partita, della squadra e del gruppo. Un modo per scaricare la tensione dei novanta minuti".
Ce n'è un altro: "Testa, cuore, gambe".
"Questa si, mi piace di più. Credo che queste tre doti racchiudano il calcio: quando non arriva una delle tre, le altre possono venire a supporto. Mi piace trovare prima delle partite una frase motivazionale - di personaggi sportivi e non che hanno fatto la storia -, un po' come fa Mihajlovic nella Sampdoria".
Ipotizziamo che Alberto Bertolini perde di motivazioni, come fa a recuperarle?
"Uno quando decide di fare l'allenatore non può mai perdere le motivazioni. La squadra è plasmata su te stesso e se non riesci a motivare il gruppo, questo se ne accorge subito, creando i mali come la rassegnazione e la sfiducia. In questi casi l'allenatore deve veramente tirar fuori il massimo dai giocatori. Deve essere il primo a crederci e sono dell'idea che la testa faccia tantissimo. Quando avviene che sono scarico, stacco la spina - ma è molto difficile non staccare del tutto - cerco di nutrirmi di quotidianità: la mia famiglia, mia moglie e mia figlia. Sono loro la mia forza".
Un allenatore deve essere quasi un invincibile.
"Invincibile no, perchè siamo umani, però non si può concedere pause. Anche noi abbiamo le nostre sensazioni, le nostre percezioni: però io cerco di trasmettere tanta convinzione. Ad esempio contro la Folgore Caratese abbiamo vinto nel finale. Quando la testa, come dicevo prima, non risponde, devi affidarti al cuore e alle gambe. Già contro il Mapello Bonate avevo visto che la squadra faceva fatica fisicamente, ma è proprio in quei momenti che devi toccare il punto giusto dei tuoi per motivarli a credere nel fare un passo in più. E alla fine sono arrivati due successi molto importanti per la nostra classifica. Penso che un allenatore durante la settimana deve valutare quale aspetto vada curato maggiormente e spingere per una partita o un campionato".
Nella tua carriera da giocatore hai sempre sfiorato la B senza mai arrivarci. C'è un po di rammarico in questo?
"Ho avuto la fortuna di vincere due campionati: uno dalla C2 alla C1 con il Lecco (1996/97, ndr) e uno dalla C1 alla B con il Crotone (2008/09, ndr). Se non ho mai fatto il salto credo che ognuno alla fine faccia la carriera che meritava. Forse è vero che non ho fatto tanti gol e questo ha influito. E' anche vero che non ci ho mai provato oppure non lo meritavo. Rimango comunque soddisfatto della mia carriera da giocatore".
Se nascevi dieci anni dopo, magari sarebbe cambiata la tua carriera.
"Non lo so. E' cambiato il calcio. Prima per andare al piano superiore dovevi fare quattro cinque campionati di alto livello. Però non me ne faccio un cruccio: sono contento di quello che faccio e mi fa piacere che qualche giovane adesso possa fare il salto che non ho fatto io".
Tempo fa a "Il Giorno", hai detto: "Nonostante tutto credo ancora nel calcio che può uscire da questa crisi, ma soltanto se farà prevalere la passione sugli interessi di parte".
"Sono convinto, ma è logico che la crisi economica che stiamo vivendo si rifletta anche nel calcio. C'è qualcosa da fare, perchè in altre nazioni gli stadi sono pieni, mentre da noi a parte qualche isola felice in A, il resto è un quadro desolante di spalti vuoti. Siamo indietro, ma non lo dice Alberto Bertolini: sono i fatti a dirlo. Sarebbe molto bello se ci avvicinassimo agli standard europei".
Nelle tue interviste utilizzi spesso la parola entusiasmo.
"L'entusiasmo è fondamentale. Ma non deve soltanto racchiudersi nei novanta minuti. Mi spiego meglio: quando ti alleni alle sette di sera, sotto la neve, lì deve nascere l'entusiasmo, così l'allenatore deve trovare le esercitazioni giuste per far svolgere l'allenamento al meglio. Mi rendo conto che non basta a vincere le partite, ma quello dell'entusiasmo è una carica non indifferente che non dimentico".
Tra i ragazzi degli Allievi che hai portato con te in prima squadra, si è messo in luce questo ragazzo del '97: Mirco Speziale. Attaccante che recentemente è stato convocato dal tecnico Augusto Gentilini nella Rappresentativa della serie D. Tu, non contento gli hai messo addosso la maglia numero dieci.
"Il ragazzo l'ho conosciuto l'anno scorso e non sono partito prevenuto verso nessuno. Ho visto subito che questo ragazzo ha una dote naturale: il calcio. Riesce a calciare benissimo, sia da fermo che in corsa. Ha delle grosse qualità, per me aveva prospettiva l'anno scorso e appena sono stato promosso in prima squadra l'ho subito chiamato con me. So bene che le regole mi impongono di far giocare dei ragazzi in età di Lega. Adesso è infortunato, ma ha fatto due gol su calcio d'angolo, due su punizione e le rimanenti da fermo. Adesso sta migliorando nei movimenti senza palla. So bene che il 10 è una maglia importante, ma è un ragazzo molto umile. Si vedrà se potrà fare qualche salto in più".
In Italia dobbiamo utilizzare "il coraggio" per far giocare i giovani. All'estero questo problema non se lo pongono.
"E' normale che un ragazzo di diciotto anni non sia del tutto formato: gli mancano i movimenti, il fisico, però è anche vero che le altre nazioni hanno un'altra mentalità. Come Sondrio il discorso è anche diverso: al coraggio si abbina la necessità. Come ti dicevo prima, la maggior parte dei nostri ragazzi sono della zona e logisticamente siamo messi male: se un ragazzo va a scuola a Milano, per venire qui ci vogliono almeno due ore, quindi cerchiamo di curare i prodotti del nostro settore giovanile e se uno del '97 è più bravo di uno del '96, lo faccio giocare senza problemi. Ultimamente abbiamo fatto giocare un altro '97, Giovanni Della Mina, terzino sinistro titolare".
Qualche altro giovane interessante che hai in squadra?
"Sono contento di tutti i nostri fuori quota: Marco Fascendini, portiere del '96 che lo scorso anno giocava con la Juniores. Mostacchi del '94 che ha già tre quattro anni da titolare in Eccellenza, ed è già pronto. C'è Christian Buzzella, centrocampista del '96 che si sta mettendo anche in mostra. Siamo contenti e questa politica dei giovani della zona - ci tengo a dirlo - è condivisa tra me e la società".
Per il 2015 cosa ti aspetti?
"In primis la salute. Dal punto di vista sportivo sono uno che non si accontenta mai: se a fine girone di andata ho fatto 30 punti, al ritorno voglio provare a farne 31".
L'ultima domanda è la classica che facciamo a tutti gli ospiti di "Lei non sai chi sono io": se la tua carriera tra calciatore e questi tuoi primi anni da allenatore, fosse un film: quale titolo avrebbe?
"Direi 'Quanto sono fortunato'. A prescindere dai ruoli e dall'aspetto economico, fare calcio non è da tutti e mi ritengo una persona fortunata a poterlo fare".
Prossima intervista per "Lei non sa chi sono io": giovedì 15 gennaio.


