Osvaldo Bagnoli, il saluto di Verona alla sua leggenda più grande
Il silenzio, a volte, fa molto più rumore di un gol al novantesimo.
Ed è stato un silenzio surreale, quasi sacro, ad avvolgere lo stadio Marcantonio Bentegodi prima del fischio d'inizio del match di Serie B contro l'Ascoli., per un pomeriggio, il verdetto del campo è scivolato in secondo piano.
Verona si è fermata per stringersi attorno al ricordo di Osvaldo Bagnoli, l’uomo che ha regalato a questa città il sogno più grande, trasformando la provincia calcistica nel tetto d'Italia.
Sul seggiolino della tribuna d'onore, quello che Bagnoli occupava di solito negli ultimi anni con la sua discrezione di sempre, il presidente esecutivo dell'Hellas, Italo Zanzi, ha deposto un mazzo di fiori.
Un gesto semplice per colmare un vuoto immenso, poi, mentre i maxischermi rimandavano le immagini sgranate di un calcio in bianco e nero e a colori pastello, la Curva Sud ha rotto l'incanto con un boato d'affetto, srotolando uno striscione che è già storia:
«Condottiero silenzioso, storia e leggenda di questa città. Osvaldo Bagnoli, Verona ti rende onore».
Un calcio che non c'è più: le origini del Mago della Bovisa
Per capire l'emozione che ha bagnato gli occhi dei tifosi più anziani e dei ragazzi che quel calcio lo hanno solo sentito raccontare, bisogna fare un passo indietro, bisogna tornare a quel calcio romantico di cui Bagnoli è stato uno degli ultimi, grandissimi interpreti.
Nato nel quartiere operaio della Bovisa, a Milano, Bagnoli aveva portato nel calcio la concretezza, l'umiltà e il valore del lavoro tipici della sua terra d'origine, non era un allenatore da copertine o da proclami urlati ai microfoni.
Parlava poco, Osvaldo.
Ma quando parlava, ogni parola pesava come un macigno. Il suo era un calcio pane e salame, fatto di ruoli chiari, contropiede fulmineo, marcature ferree e un'intelligenza tattica fuori dal comune.
Dopo una onesta carriera da calciatore e le prime esperienze in panchina, il destino decise di incrociare la sua strada con quella dell'Hellas Verona nel 1981, fu l'inizio di una sinfonia perfetta.
La nascita di un miracolo: la cavalcata del 1984/85
Quando Bagnoli arrivò in riva all'Adige, il Verona era in Serie B, lo portò subito nella massima serie, ma nessuno – nemmeno il più ottimista dei tifosi gialloblù – avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe accaduto nella stagione 1984/1985.
Quello era il calcio dei giganti.
Era il calcio del Napoli di Diego Armando Maradona, della Juventus di Michel Platini, dell'Inter di Rummenigge e della Roma di Falcão, della Fiorentina di Antognoni e Bertoni, dell'Udinese di Zico.
Squadre costruite con budget miliardari per dominare, eppure, pezzo dopo pezzo, Bagnoli costruì un ingranaggio perfetto.
Dietro la solidità di Garella tra i pali e la regia di Tricella; in mezzo al campo la corsa e i polmoni di Volpati e di un giovane Briegel; davanti l'estro di "Cavallo Pazzo" Elkjaer e il cinismo sotto porta di Nanu Galderisi e Pietro Fanna, sotto la regia di Antonio Di Genaro.
Bagnoli non si impose come un sergente di ferro, ma come un padre di famiglia, sapeva rigenerare calciatori considerati scarti e valorizzare i campioni stranieri, inserendoli in un gruppo unito da un legame d'acciaio.
Domenica dopo domenica, quel Verona operaio cominciò a correre più forte dei miliardari, il 12 maggio 1985, con il pareggio per 1-1 a Bergamo contro l'Atalanta, l'Hellas Verona si laureò Campione d'Italia.
Un'impresa irripetibile, l'unico scudetto della storia scaligera, e probabilmente l'ultimo vero miracolo del calcio italiano.
Il Verona 1984/85 di Osvaldo Bagnoli ha ridefinito il calcio italiano fondendo il classico "Giuoco all'Italiana" con la zona moderna, creando un'orologeria tattica basata su un libero regista come Roberto Tricella e su un motore asimmetrico a centrocampo, orchestrato da Antonio Di Gennaro. La squadra ha trionfato grazie a una struttura fluida, che sfruttava la fisicità di Hans-Peter Briegel e la potenza verticale di Preben Elkjær, trasformando il contropiede in un'arma ad alta ingegneria.
Questa rivoluzione tattica, pane e salame nell'anima ma d'alta ingegneria nella mente, ha abbattuto i giganti del calcio miliardario degli anni '80.
L'eredità del Condottiero
Il tributo del Bentegodi non è stato solo il saluto a un grande allenatore, ma l'abbraccio eterno a un uomo che ha scelto Verona come sua seconda casa, rimanendovi a vivere anche dopo aver chiuso con il calcio.
Bagnoli non ha mai cercato le luci della ribalta, preferendo la quiete di una vita normale, la stessa normalità con cui aveva conquistato l'Italia calcistica, mentre gli applausi scroscianti e i cori della Curva Sud si spegnevano per lasciare spazio alla partita, è rimasta la netta sensazione che il fischio finale, per Osvaldo Bagnoli, non arriverà mai.
Il suo nome resta scolpito nella pietra della leggenda gialloblù, Verona non dimentica il suo condottiero.






