La difesa cambia lingua: e ora serve un madrelingua della zona
Chi ha studiato una lingua straniera da adulto sa che il problema non è il vocabolario, è la sintassi: le parole si imparano in tre mesi, il modo di ordinarle richiede anni, e per accelerare non c'è niente di meglio che vivere accanto a qualcuno che quella lingua la parla da sempre. La difesa dell'Atalanta, quest'estate, sta esattamente imparando una lingua nuova. Dieci anni di marcatura a uomo, di difensori che seguivano l'avversario fin dentro gli spogliatoi, e adesso una linea a quattro orientata sulla palla, con gli scivolamenti, la diagonale, il fuorigioco da governare in tre passi. Serve un madrelingua. E la partenza di Berat Djimsiti, ormai vicino all'Al-Diriyah dopo una vita in nerazzurro, rende la ricerca urgente.
Perché il vuoto, va detto subito, non è soltanto sentimentale. L'inventario dei centrali a disposizione racconta un reparto folto ma tutto da tradurre: un titolare designato (Scalvini), due profili da collocare (Hien, Kossounou), due dirottati altrove da Sarri, che li sta provando terzini (Kolašinac e soprattutto Ahanor). Nessuno di loro, e non è una colpa, ha imparato la nuova grammatica prima di quest'estate. Chi serve davvero, allora?
La prima risposta ha un nome che a Formello suona familiare: Alessio Romagnoli, l'ex capitano del Milan che Sarri ha già allenato alla Lazio, mancino puro, capace di guidare una linea a quattro con l'unica cosa che non si insegna a luglio — la voce. È il madrelingua per eccellenza: parla sarrismo da anni, senza accento. L'ostacolo non è tecnico ma diplomatico, perché dopo la telenovela con l'Al Sadd, saltata quando il club qatariota ha chiesto di rivedere i termini di pagamento a stretta di mano avvenuta, Gennaro Gattuso sta spingendo per trattenerlo in biancoceleste in un momento societario non semplice.
La seconda risposta viaggia verso nord ed è la più moderna: Thomas Kristensen, danese classe 2002, all'Udinese dall'estate 2023 e cresciuto con una progressione importante per media prestazioni in campionato e tre gol in dote. Non è un madrelingua, è un poliglotta giovane: impara in fretta, costa in prospettiva, e a differenza di Romagnoli non porta con sé alcuna scadenza anagrafica.
La terza risposta, invece, dorme già in casa e si chiama Relja Obrić. Duemilasei, un metro e novantaquattro, colonna dell'Under 23 nelle ultime due stagioni, terzino di nascita e dunque mancino educato al pallone prima che al contrasto: esattamente il tipo di difensore che una linea a quattro sarriana chiede di avere sul centro-sinistra. Che poi è il modo bergamasco di risolvere i problemi da vent'anni a questa parte, e non c'è ragione di smettere ora che il tecnico sta valutando chi merita spazio nel nuovo assetto.
Un veterano che la lingua la parla, un ragazzo che la impara in fretta, un figlio della casa che l'ha già studiata. Tre grammatiche diverse per la stessa frase da comporre. L'unica cosa che l'Atalanta non può permettersi, con Djimsiti già alla porta, è restare senza interprete al momento del fischio d'inizio.
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