Atalanta-Hapoel Tel Aviv, l'Europa comincia dalla porta stretta
Agosto 2018, Copenaghen: due gare a reti bianche, i rigori, e l'Atalanta fuori da un'Europa League che sembrava già in tasca. Non si rivanga per masochismo, si rivanga perché quella sera insegnò una cosa che vale ancora adesso: i preliminari non si passano con la carta d'identità. Fu il playoff più amaro dell'era di Gian Piero Gasperini, arrivato peraltro dopo aver eliminato Sarajevo e — dettaglio che oggi fa sorridere — un'altra Hapoel, quella di Haifa. Otto anni dopo il copione si ripresenta con altri nomi, ma la lezione è identica.
Perché i numeri, va detto, non lasciano molto spazio all'immaginazione. La rosa nerazzurra vale 429,3 milioni secondo Transfermarkt — settima in Serie A anche dopo un mercato che l'ha alleggerita del 10% —, mentre l'intero campionato israeliano, tutte e quattordici le squadre messe insieme, si ferma a 172,87 milioni. Detto altrimenti: l'Atalanta da sola vale più del doppio della lega da cui arriva il suo avversario. E poi c'è la posta, che nel calcio di oggi si misura in bonifici: la qualificazione alla League Phase garantisce 3,17 milioni di quota di partecipazione, più 400 mila euro per ogni vittoria e 133 mila per ogni pareggio, dentro un montepremi complessivo da 285 milioni che la UEFA distribuirà ai 36 club ammessi. Senza contare il ranking, che è la valuta più preziosa di tutte.
Dice: eh, ma è l'Hapoel, mica il Liverpool. Vero. Solo che il calcio d'agosto non si gioca sui listini, si gioca sulle gambe — e quelle degli israeliani girano da un pezzo. Gli uomini di Elyaniv Barda, ex attaccante del Genk oggi quarantaquattrenne e sulla panchina di Tel Aviv dal dicembre 2024, hanno già eliminato il Ludogorets e poi il GKS Katowice, superato 3-2 nel doppio confronto, e arrivano a Bergamo con sei partite ufficiali nelle gambe contro le zero della Dea. È come rimettere sul fuoco una pentola che qualcun altro ha già portato a bollore: chi parte da freddo perde minuti preziosi. Lo ha ammesso lo stesso Maurizio Sarri, che ha parlato di sorteggio complicato, di avversario con più qualità di quanto si pensi e — a sessantasette anni, alla vigilia del suo esordio ufficiale in nerazzurro — di farfalle nello stomaco.
Il 4-2-3-1 di Barda, Turiel e la Dea che cambia pelle. Sul campo l'Hapoel si dispone con un 4-2-3-1 che vive di ripartenze e di esterni rapidissimi, con Stav Turiel — dodici gol in campionato la scorsa stagione — a fare da riferimento offensivo mobile, e con una compattezza difensiva che nei preliminari non ha quasi mai concesso praterie. Dall'altra parte c'è un'Atalanta che sta imparando una lingua nuova: il 4-3-3, il palleggio, la zona. Il nuovo sistema ha già ridisegnato le gerarchie, e il caso più eloquente è la fascia da capitano: con Marten de Roon avviato verso la panchina, a guidare i suoi sarà Éderson, cioè il giocatore che l'estate aveva già spedito in Premier League e poi restituito a Bergamo, con una fascia da capitano in più e un contratto ora blindato fino al 2031. Mancheranno Charles De Ketelaere, tornato ad allenarsi solo ieri, e Kamaldeen Sulemana, per cui la strada è ancora lunga; dietro, l'addio improvviso di Berat Djimsiti verso l'Arabia ha costretto Cristiano Giuntoli ad accelerare su Thomas Kristensen, definito senza giri di parole un acquisto repentino.
Centottanta minuti, non novanta. Ecco perché stasera conta la testa più del talento. Dal 2017 a oggi, nei confronti a eliminazione diretta, l'Atalanta ha messo insieme 15 vittorie, 6 pareggi e 12 sconfitte in 33 partite: un bilancio che racconta di una squadra abituata a queste serate, ma anche di una squadra che qualche volta ci è inciampata. E il ritorno del 27 agosto si giocherà al DVTK Stadium di Miskolc, in Ungheria, su un campo neutro che l'Hapoel considera casa propria — glielo hanno già annunciato dalla sala stampa. Aggiungiamoci una serata blindata, con le tensioni che da giorni accompagnano questa partita ben oltre il perimetro del pallone, e si capisce che la New Balance Arena stasera non è un dettaglio: è l'unico vantaggio vero, e va speso tutto adesso.
Noi in Europa ci siamo andati per nove anni di fila, e ci siamo andati partendo da posizioni ben più scomode di questa. La partita numero 101 nelle competizioni UEFA non è un traguardo, è un promemoria.
L'Europa, dalle nostre parti, non è un premio. È l'indirizzo di casa.
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