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Zauri e Bergamo: "Arrivai a 12 anni e piangevo tutti i giorni"
Oggi alle 07:01Primo Piano
di Redazione TuttoAtalanta.com
per Tuttoatalanta.com

Zauri e Bergamo: "Arrivai a 12 anni e piangevo tutti i giorni"

L'ex terzino dell'Atalanta si racconta: la bambina tratta in salvo da una voragine, gli anni a Bergamo, la Juventus sfumata e le notti della Lazio

Il calcio gli ha dato una carriera lunga e ricca, ma il gesto più importante Luciano Zauri lo ha compiuto lontano da un campo. In una lunga intervista concessa a La Gazzetta dello Sport, l'ex esterno cresciuto nell'Atalanta, oggi 48enne e allenatore, ripercorre la sua vita tra aneddoti, rimpianti che non esistono e un episodio che non dimenticherà mai. A partire da una rivelazione curiosa sugli esordi: «Se avessi dato ascolto ai miei genitori, forse avrei suonato la fisarmonica a tempo pieno. Ma ha prevalso l'amore per il calcio».

LA VORAGINE E GIULIA - Il 20 gennaio 2013, giorno del suo compleanno, l'ex difensore si trovava in un ristorante quando intuì che qualcosa non andava. Il racconto è ancora vivido: «Si era aperta una voragine di almeno sei metri, dentro c'era una bambina». Al buio, puntellandosi con schiena e gomiti fino a trovare un appoggio per i piedi, riuscì a raggiungerla. Il momento decisivo lo descrive così: «Illuminai il tutto col telefono, la afferrai e lei mi abbracciò, così salimmo insieme». La piccola era Giulia Santopadre, 7 anni, nipote di Zbigniew Boniek e figlia di Vincenzo Santopadre, l'ex allenatore di Matteo Berrettini. Quella sera arrivò un messaggio firmato dal nonno, e da allora ogni 20 gennaio i due si scrivono.

LE PRIORITÀ DELLA VITA - Un episodio che ha cambiato la sua scala di valori, come ammette senza giri di parole: «Mi ha fatto capire le priorità della vita: famiglia, figli, poi il resto». Una lezione che ha trasferito anche nel suo modo di guardare al calcio.

GLI ANNI DI BERGAMO - Il capitolo nerazzurro è quello delle radici. Partito da Pescina, in Abruzzo, figlio di un idraulico e di una negoziante, arrivò in città da ragazzino, e l'inizio fu durissimo: «Andai a Bergamo a 12 anni e piangevo tutti i giorni, loro mollarono tutto e mi raggiunsero». Il debutto in Serie A arrivò a 19 anni, nel maggio 1997 contro la Roma, per scelta di Emiliano Mondonico. E la svolta tattica porta la firma di un altro allenatore nerazzurro: «L'intuizione fu di Vavassori, alla Dea», racconta a proposito del ruolo di terzino destro, quello che gli ha dato più soddisfazioni tra le tante posizioni ricoperte.

MORFEO, IL GENIO INCOMPRESO - Nei ricordi del convitto c'è soprattutto Domenico Morfeo, conterraneo e compagno di mille difficoltà lontano da casa. Il giudizio è netto: «Era un genio come Totti o Del Piero. Non è stato capito». Sempre grazie all'Atalanta arrivò anche l'azzurro, cinque presenze in tutto, con un primo viaggio verso Coverciano vissuto accanto a Maldini in un silenzio totale per l'emozione.

LA JUVENTUS SFUMATA - In quegli anni su di lui si mosse anche la Juventus, a caccia di un terzino. Marcello Lippi andò a osservarlo di persona e Luciano Moggi si sbilanciò pubblicamente, ma l'affare non decollò per una ragione precisa: «L'Atalanta chiese una cifra troppo alta». Il salto arrivò poco dopo con la Lazio, la squadra che gli ha cambiato la vita.

LE NOTTI DI FORMELLO - A Roma trovò uno spogliatoio di campioni, tra rispetto e goliardia, con scommesse su qualsiasi sfida tecnica. Il re indiscusso era uno: «Sinisa puntava il pieno della Ferrari sulle punizioni. Nessuno riusciva a batterlo». Poi l'avvento di Claudio Lotito nell'estate 2004, con una squadra ridotta all'osso subito dopo la Coppa Italia. Tra i ricordi più divertenti, quello di Miroslav Klose ospite a Pescina per la tradizionale uccisione del maiale, convinto di doversene occupare in prima persona.

LA MANO E LA SAMP - Non manca un'ammissione sincera su un episodio di Lazio-Fiorentina: «Un gesto di cui non vado fiero: tolsi il pallone dalla porta con la mano». Alla Sampdoria, invece, la doppia faccia della medaglia: prima i preliminari di Champions conquistati grazie alla coppia Giampaolo Pazzini-Antonio Cassano, poi una retrocessione vissuta come «una coltellata».

IL PRESENTE IN PANCHINA - Oggi Zauri, legato per sempre alle due maglie che hanno segnato più a fondo la sua carriera, è senza squadra. Dopo l'ultima avventura in panchina, quella con il Campobasso, chiusa nonostante il traguardo dei playoff, spiega le ragioni del distacco: il rinnovo automatico valeva per lui ma non per i collaboratori, e alla richiesta di un riconoscimento per lo staff «ci fu un rifiuto secco». Lo sguardo, ora, è rivolto avanti: «Ora cerco una nuova sfida».

Un calciatore duttile, un uomo che ha scelto di buttarsi nel buio per salvare una bambina. La carriera di Zauri, in fondo, sta tutta qui.

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