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ESCLUSIVA TA - Giulia Mazzoleni: "Conference? L'Atalanta può riportare un altro trofeo a Bergamo. Su Palestra e CdK..."
Oggi alle 00:45Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Giulia Mazzoleni: "Conference? L'Atalanta può riportare un altro trofeo a Bergamo. Su Palestra e CdK..."

La giornalista bergamasca, tra i campi di provincia e la tv, parla di giovani che emigrano, del caso Palestra, di De Ketelaere e della sua idea di giornalismo d'assalto

A 26 anni ha già scelto quale giornalismo vuole fare: quello sul campo, a contatto con i protagonisti, per raccontare ciò che vede in prima persona. Giulia Mazzoleni, di Capriate San Gervasio, si occupa di calcio, dalla Serie A alle realtà provinciali e giovanili, e più in generale di sport. Diverse le collaborazioni all'attivo, da MondoPrimavera, testata dedicata al calcio giovanile, a Telelombardia, dove partecipa alla trasmissione Alta Quota, fino a TuttoLodi.it, progetto online nato insieme ad altri colleghi, che punta sull'hockey su pista, ma si dedica anche al calcio locale. Nel suo percorso anche l'esperienza da inviata al seguito dell'Atalanta per Oggi Sport Notizie e alle spalle pure dodici anni vissuti direttamente sul campo da calciatrice, fino ai 18 anni. Un'esperienza che inevitabilmente influenza il suo modo di osservare e raccontare il calcio. TuttoAtalanta.com l'ha intervistata in esclusiva per parlare di giornalismo, giovani, Atalanta e futuro.

Giulia, partiamo da te: quando hai capito che il giornalismo poteva diventare qualcosa di più di una passione?
«Il giornalismo è diventato progressivamente qualcosa di più di una passione. Ho iniziato facendo tanta gavetta e ancora oggi continuo a farla, perché non è un ambiente semplice. Mi occupo di calcio e di sport in generale, con diverse collaborazioni. Insieme ad alcuni colleghi abbiamo creato TuttoLodi.it, un sito nel quale raccontiamo le realtà sportive lodigiane, soprattutto l'hockey su pista, ma anche il calcio provinciale. Collaboro inoltre con MondoPrimavera, che segue il calcio giovanile dalla Primavera alle categorie inferiori, e con Telelombardia nella trasmissione Alta Quota».

Hai già fatto esperienze diverse, dalla carta stampata alla televisione. In quale veste senti di essere più te stessa: quando scrivi o davanti a una telecamera?
«Mi piace raccontare lo sport in tutte le sue forme, ma quello che sento maggiormente mio è il lavoro sul campo. Mi piace essere presente, vedere quello che succede e poter raccontare una notizia perché ero lì, non semplicemente perché l'ho letta altrove. È il tipo di giornalismo con il quale sono cresciuta professionalmente, soprattutto seguendo i campi del calcio provinciale».

Il calcio è diventato una parte importante del tuo lavoro. È sempre stato anche una tua passione oppure ci sei arrivata professionalmente?
«Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita. Ho giocato per dodici anni, fino ai 18. Quando ho smesso, nel 2018, il calcio femminile stava iniziando un percorso per cercare di raggiungere livelli più alti, ma la situazione era molto diversa rispetto a oggi. E ancora adesso, se guardiamo Paesi come Inghilterra, Germania o Francia, vediamo realtà molto più sviluppate. All'epoca avevo capito che sarebbe stato molto difficile poter vivere giocando a calcio e ho intrapreso un'altra strada, rimanendo però sempre legata a questo mondo».

Recentemente si è parlato anche del poco spazio riservato ai risultati della Nazionale Under 20 femminile, protagonista di un grande percorso al Mondiale. È un problema che avverti?
«Secondo me è un discorso che riguarda il calcio femminile, ma anche quello maschile, a livello giovanile. Del femminile si parla ancora troppo poco, ma anche nel maschile l'attenzione è quasi esclusivamente concentrata sulla prima squadra e sulla Nazionale maggiore. Da anni sentiamo ripetere che bisogna puntare sui giovani, però poi delle nostre Nazionali giovanili si parla pochissimo. Io le seguo per lavoro e vedo tanti prospetti interessanti: con Under 21, Under 20, Under 19 e Under 18 arriviamo spesso alle fasi finali di Europei e Mondiali, ma questi risultati non vengono valorizzati abbastanza. Abbiamo talento, eppure continuiamo a vedere ragazzi che vanno all'estero e riescono a emergere lontano dall'Italia. È una sorta di fuga di cervelli applicata al calcio».

Restando proprio in tema Atalanta, Samuele Inacio può essere uno di questi esempi?
«Sì. È giovanissimo e deve ancora compiere il salto definitivo, ma è già al Borussia Dortmund, in una società che compete ai massimi livelli europei. Il fatto che un ragazzo della sua età possa trovare spazio in una realtà del genere è significativo».

Secondo te in Italia sarebbe possibile vedere un ragazzo così giovane trovare spazio a quei livelli?
«È molto più difficile. Forse l'introduzione delle Under 23 ha aiutato, ma vedo ancora tanti ragazzi che avrebbero le qualità per essere inseriti in prima squadra e che, invece, non vengono lanciati, quasi ci fosse sempre il timore di bruciarli. Ho avuto modo di confrontarmi con diversi addetti ai settori giovanili e in molti mi hanno fatto notare la stessa cosa: i nostri ragazzi sono spesso molto preparati dal punto di vista tecnico e tattico, addirittura fin dalle scuole calcio, ma talvolta manca un lavoro altrettanto importante sulla crescita umana e caratteriale. Può capitare che un giovane arrivi a vivere un momento forte e destabilizzante, anche in senso positivo, come un ritiro estivo con la prima squadra o una convocazione importante, e non sia ancora mentalmente preparato a reggerne il peso. All'estero c'è un approccio differente anche sotto quest'aspetto. In Italia, secondo me, bisognerebbe ripensare la gestione dei ragazzi fin dai primi passi nei settori giovanili, lavorando non soltanto sulla formazione del calciatore, ma anche su quella della persona, altrimenti rischiamo di continuare a vedere i nostri talenti andare all'estero, affermarsi lì e magari tornare in Italia soltanto successivamente, sempre che accada. È qualcosa che, in fondo, è successo anche all'Atalanta quest'estate».

Ti riferisci a Palestra? Secondo te l'Atalanta avrebbe dovuto tenerlo?
«Per me sì. Non avrei mai immaginato che potesse compiere un salto così importante in così poco tempo, ma con il Cagliari si è consacrato. Credo che all'Atalanta avrebbe potuto fare non bene, ma benissimo, soprattutto in questa stagione. È un altro giovane cresciuto a Zingonia che siamo riusciti a valorizzare, ma che poi abbiamo visto esplodere altrove».

Tu segui da vicino il calcio giovanile. Nell'Atalanta vedi altri ragazzi che potrebbero avere una prospettiva importante?
«Nell'Under 23 c'è Steffanoni, che sta facendo molto bene. L'ho visto crescere dalla Primavera, ha fatto un bel percorso ed è un classe 2008. Anche in Primavera ci sono prospetti interessanti, tra cui Cakolli. Mi auguro che vengano gestiti bene e che l'Atalanta abbia il coraggio di scommettere su di loro».

Ci vorrebbero, insomma, più storie come quella di Bernasconi?
«Assolutamente sì. Bernasconi è l'esempio di quello che dovrebbe essere un percorso ideale: un giovane formato nel vivaio, passato attraverso l'Under 23 e poi arrivato stabilmente in prima squadra. Mi piacerebbe vedere più storie di questo tipo. Fa male vedere giocatori di qualità, nati e cresciuti in un vivaio importante, andare altrove invece di poter completare il proprio percorso nella società che li ha formati. In passato vedere ragazzi passare dal settore giovanile alla prima squadra era molto più frequente».

Dominic Vavassori, passato dall'Under 23 nerazzurra al Palermo, è uno di quelli ai quali avresti dato una possibilità?
«Secondo me Vavassori avrebbe potuto fare molto bene anche in prima squadra, se gli fosse stata concessa una vera opportunità. Non parlo di essere inserito semplicemente per completare la distinta: avrebbe potuto entrare concretamente nelle rotazioni. In Primavera e in Under 23 ha sempre dimostrato di poter fare la differenza».

Veniamo all'Atalanta prima squadra: che squadra hai visto finora?
«L'anno scorso ho seguito molto da vicino l'avvio di campionato con Juric ed era una situazione difficile da descrivere. Si percepiva un ambiente allo sbando e, soprattutto, un gruppo nel quale non sembrava esserci la giusta chimica con chi lo guidava. Poi è arrivato Palladino. Il suo lavoro forse non è stato apprezzato fino in fondo perché l'Atalanta ha chiuso qualificandosi per la Conference League, ma io considero quella qualificazione tutt'altro che negativa. Anzi, quest'anno la Conference può rappresentare una grande opportunità. Non vedo formazioni che, sulla carta, debbano spaventare l'Atalanta e penso che possa essere una competizione alla sua portata. Non la snobberei affatto: può esserci la possibilità di portare un altro trofeo a Bergamo».

Vedi qualche analogia tra le difficoltà vissute con Juric e quest'inizio con Sarri?
«Non fino in fondo. Juric aveva un carattere molto forte e probabilmente non era l'allenatore più adatto per portare avanti un gruppo che era stato forgiato per anni da una personalità come quella di Gasperini. Raccogliere quell'eredità era già di per sé pesante e scomodo. Palladino era un allenatore più malleabile e credo che anche i senatori riuscissero a gestire meglio determinate situazioni. Era più empatico, maggiormente aperto al dialogo e all'ascolto. Sarri è ancora un altro tipo di allenatore. Inoltre oggi non ci sono più de Roon e Djimsiti e credo che la loro assenza, dal punto di vista della personalità, si senta. Questa è una squadra molto giovane».

Chi può raccogliere allora il ruolo di leader?
«Tra i giocatori con maggiore esperienza penso a Zappacosta. Quando parlo di leader penso anche a qualcuno che abbia l'età e l'esperienza necessarie per trascinare e guidare i più giovani».

Però Zappacosta, in questo momento, sta trovando poco spazio...
«Ed è una cosa che mi fa pensare. Siamo comunque soltanto al secondo mese di campionato e credo che ci sia ancora un ampio margine di miglioramento. È normale che il tifoso atalantino, quando le cose non girano subito, possa entrare nel loop del "non ne verremo più fuori", ma io non penso che questa sia una squadra costruita male. Ha qualità e personalità. Bisogna trovare la chiave giusta per valorizzarle e metterle nelle condizioni di esprimersi».

Dove può arrivare quest'Atalanta?
«A oggi penso che possa puntare tranquillamente all'Europa League. Se nei prossimi mesi, però, la squadra dovesse avere una buona evoluzione e riuscisse a trovare la propria quadratura, credo possa giocarsi anche la Champions. Ormai il tifoso atalantino ha aspettative alte, perché Gasperini ha abituato Bergamo a vedere l'Atalanta stabilmente nell'Europa che conta, ai massimi livelli».

E tra i giocatori, chi è il tuo preferito?
«De Ketelaere. Lo seguivo già negli ultimi mesi al Bruges, quando si parlava dell'interesse del Milan. A Milano non è mai riuscito a sbocciare, anche perché in una realtà del genere difficilmente ti aspettano. Quando è arrivato all'Atalanta sono stata tra le prime a sostenerlo. Secondo me è un giocatore che deve essere utilizzato nella posizione giusta. Rende molto meglio quando parte dalla fascia e può accentrarsi, cercare la conclusione oppure servire un compagno. Ha dribbling, qualità e grande capacità nell'ultimo passaggio. Non è necessariamente un giocatore da tantissimi gol, ma può essere preziosissimo anche come assistman. Da prima punta, invece, secondo me perde qualcosa. Quest'anno sta facendo più fatica, probabilmente anche a causa dell'infortunio importante che ha avuto. In Nazionale con il Belgio, però, sta facendo bene. È un giocatore nel quale continuo a vedere grandissime qualità».

Dalle dichiarazioni che ha rilasciato la scorsa settimana non hai avuto l'impressione che in estate potesse esserci stata, da parte sua, anche la volontà di lasciare l'Atalanta?
«Io le ho lette in maniera diversa. In estate è stato avvicinato da club importanti, ma alla fine ha scelto di rimanere. Per me questo significa molto. Vuol dire che crede in questa realtà, che pensa di poter fare bene qui. Ha trovato a Bergamo una dimensione nella quale si sente valorizzato e credo che possa ancora dare molto all'Atalanta».

Può diventare lui il leader di questa squadra?
«Dal punto di vista tecnico e tattico può diventarlo. A livello di carisma, invece, credo debba ancora crescere. Ha una personalità timida e per trascinare un gruppo in Serie A serve qualcosa in più sotto l'aspetto caratteriale. Nel suo gioco mi piacerebbe vedere ancora più grinta. Le qualità per diventare un riferimento della squadra ci sono, ma la leadership non è soltanto tecnica».

Se avessi De Ketelaere davanti per un'intervista, che cosa gli chiederesti?
«Gli farei la domanda che credo ci facciamo un po' tutti: che cosa non ha funzionato davvero al Milan? Abbiamo sentito tante versioni, ma la verità può conoscerla soltanto lui. E poi gli chiederei che cosa gli ha dato l'Atalanta e che cosa continua a dargli. Vorrei capire che cosa ha trovato a Bergamo, cosa l'ha fatto innamorare di questa realtà e gli ha fatto pensare che questa può essere la sua dimensione».

Giulia, per concludere: tra cinque anni dove ti vedi?
«Tra cinque anni spero innanzitutto di continuare a fare la giornalista e, senza troppi giri di parole, di riuscire a vivere di questo lavoro. Non è un ambiente facile e la gavetta è dura. Il mio desiderio è riuscire a portare avanti questa carriera con continuità e ottenere, anche in termini di stabilità, qualcosa che mi ripaghi di tutto quello che sto investendo. Io concepisco il giornalismo un po' alla vecchia maniera, quello d'assalto. Il mio sogno è fare la bordocampista o l'inviata: essere allo stadio, sul campo, nel posto in cui accadono le cose e poter dare una notizia in prima persona, perché ero lì e l'ho vista. La mia formazione giornalistica nasce così, sui campi del calcio provinciale. Non mi riconosco in un giornalismo fatto esclusivamente dietro a un computer. La rassegna stampa naturalmente ha un suo senso, così come il lavoro di desk, ma non è quello che sento mio. Sono orgogliosa quando realizzo un'intervista esclusiva e vedo pubblicato qualcosa che nasce dal mio lavoro. Se penso al futuro, quindi, mi vedo in giro per il mondo, sui campi da calcio, ma non soltanto: nei circuiti, nei palazzetti, ovunque ci sia dello sport da raccontare».

Giulia Mazzoleni ha le idee chiare: il futuro che immagina non è dietro una scrivania, ma là dove nasce la notizia. Dai campi di provincia agli stadi, con l'Atalanta e il calcio a occupare inevitabilmente un posto importante nel suo percorso, ma con uno sguardo rivolto allo sport a 360 gradi. Il filo conduttore resta lo stesso: esserci, osservare e raccontare. Perché, nella sua idea di giornalismo, prima di riportare una storia, bisogna viverla da vicino.

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