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ESCLUSIVA TA - Marzo Zanotti: "Dal 1987 penso di aver perso meno di dieci partite dell'Atalanta"

autore
Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com
Oggi alle 00:00Primo Piano
autore Claudia Esposito
08.10.2026 00:00Primo Piano
Lo steward in campo e fondatore di Chei de la Coriera, tra retrocessioni, trasferte europee, le partite a porte chiuse e la fiducia in Sarri

Tifoso atalantino praticamente da sempre, Marco Zanotti ha attraversato decenni di storia nerazzurra da una prospettiva particolare. Prima bambino sugli spalti, poi presenza costante allo stadio e in trasferta, fino alla collaborazione con l'Atalanta iniziata nel 1987 e al suo attuale ruolo da steward all'interno del campo di gioco. È inoltre uno dei fondatori di Chei de la Coriera, realtà nata quasi per caso da una trasferta e diventata negli anni un punto di riferimento per tanti tifosi. In esclusiva per TuttoAtalanta.com, Zanotti ha aperto l'album dei ricordi di una vita nerazzurra: dalle prime domeniche allo stadio alle trasferte europee, dalle retrocessioni che facevano male alle notti che sembravano impossibili anche soltanto da immaginare, fino all'Atalanta di Sarri.

Marco, tifoso atalantino da sempre?
«Sì, anche se da piccolo avevo un debole anche per un'altra squadra, dovuto alla passione di mio papà per Gianni Rivera. Mio padre era atalantino ma anche milanista, aveva questa doppia fede».

Qual è la prima Atalanta che ricorda dal vivo?
«La prima volta allo stadio mi portò mio papà, alla fine degli anni Sessanta, per un Atalanta-Napoli finito 0-0. Avrò avuto sei anni. Mi ricordo che ero rimasto molto stupito perché non c'era il telecronista. Continuavo a chiedere a mio papà: "Ma chi spiega qui?". Verso i dieci anni ho cominciato ad andarci più frequentemente. L'Atalanta faceva delle tessere speciali per i ragazzi: con mille lire potevi vedere tutto il campionato. Così andavo allo stadio con un amico di papà e suo figlio. All'epoca stavamo in tribuna coperta».

C'è qualche partita di quegli anni che ricorda in modo particolare?
«Atalanta-Vicenza finita 1-0, quella della retrocessione. Ero in Curva Sud. C'era un prezzo speciale per i bambini e avevo talmente paura di non riuscire a entrare che fui il primo a entrare in Sud. Allora avevo nove o dieci anni e allo stadio ci andavo anche da solo. Quella partita fu legata a un'infausta retrocessione. Lo stadio aveva ancora la pista di atletica e ricordo che si andava con i cuscini per sedersi più comodamente sui gradoni. Alla fine la pista era coperta dai cuscini che la gente, delusa, aveva buttato in campo».

Ci sono state altre delusioni altrettanto forti?
«Quella fu fortissima. A tre giornate dalla fine eravamo praticamente salvi, poi perdemmo le ultime tre partite e la Sampdoria si salvò a spese nostre. Più avanti, sempre alla fine degli anni Settanta, ci fu un'altra partita all'ultima giornata contro il Vicenza. Dovevamo salvarci noi o il Bologna ed eravamo tutti attaccati alle radioline per conoscere il risultato dei rossoblù. Allora vivevi le partite così. Noi vincemmo in casa 2-0 con il Vicenza, ma retrocedemmo per il risultato del Bologna, che si salvò. Io quel giorno ero alla festa per la Cresima di un mio cuginetto, ma poi ero andato allo stadio».

E delusioni in tempi più recenti?
«Qualche partita, soprattutto di coppa, ci ha lasciato l'amaro in bocca. Penso in particolare alle partite con Athletic Bilbao e Union Saint-Gilloise della scorsa stagione, quando la qualificazione in Champions tra le prime otto era a portata di mano. Negli ultimi dieci anni, però, abbiamo vissuto esperienze bellissime che non avremmo mai sognato. Alla fine i ricordi tendono ad andare soprattutto alle cose belle. Ma qualche altra delusione c'è stata, come i famosi spareggi con la Reggina all'inizio degli anni Duemila, con una partita rinviata per il diluvio. Io ero in campo e avevo recuperato un k-way rosso: alla fine mi aveva colorato di rosso anche la polo che indossavo sotto».

Perché era in campo?
«Dal 1987 collaboro con l'Atalanta in forme di servizio allo stadio. A gennaio saranno quarant'anni. Oggi sono steward e sono responsabile all'interno del campo. All'inizio non esisteva ancora il servizio steward come lo conosciamo oggi. È stato normato molto più tardi, intorno ai primi anni Duemila. Allora il servizio era organizzato diversamente».

Tra i giocatori che ha visto, ce n'è uno al quale è rimasto particolarmente legato?
«Mi piaceva moltissimo Scirea. L'ho visto per poco tempo, ma ho avuto la fortuna di vedere Gaetano Scirea con la maglia dell'Atalanta. È uno dei ricordi più belli che ho di quel periodo. Senza dimenticare Stromberg e quel bellissimo periodo culminato nell'anno in cui, pur essendo in Serie B, arrivammo fino alla semifinale di Coppa delle Coppe».

Quella semifinale andò a vederla?
«Sì, ero andato anche in Belgio. Eravamo partiti in due amici, organizzando tutto così, quasi all'improvviso. Avevo 25 anni. Ci siamo detti: "Dai, andiamo in Belgio". A quei tempi era più facile reperire il biglietto. Partimmo il martedì sera dopo il lavoro e facemmo due notti in auto, tra andata e ritorno, con una Uno diesel: duemila chilometri praticamente in bianco. Fu un'esperienza bellissima, una delle prime trasferte. Alla fine c'era il dispiacere per l'eliminazione, ma soprattutto tanto orgoglio. Non succedeva mai di vedere l'Atalanta in prima pagina sulla Gazzetta e tutta Italia simpatizzava per questa Cenerentola rimasta nelle coppe. C'era davvero molto orgoglio».

Allora l'Atalanta era diventata la squadra simpatia d'Italia. Lo è ancora oggi?
«Probabilmente lo siamo stati soprattutto quando rappresentavamo una novità, negli anni di Gasperini. Oggi l'attenzione sale e scende rapidamente. Dopo tutte queste partecipazioni alle coppe è normale che l'attenzione si sia spostata anche da altre parti. Il Como, per esempio, sta facendo cose degne di attenzione. Personalmente, però, nei confronti diretti con loro non mi è piaciuto molto l'atteggiamento in campo. Oltre a essere troppo spagnolizzata, mi sembra una squadra che cerca di portare la partita sul terreno delle provocazioni. Penso, per esempio, alla sceneggiata sull'espulsione di Ahanor, nella gara di ritorno dello scorso campionato. Detto questo, fa sempre piacere vedere squadre che sparigliano un po' le carte, evitando che siano sempre le solite grandi metropolitane a prendersi la scena».

A un certo punto sono nati Chei de la Coriera. Come è cominciata questa esperienza?
«In tre, nel 2013, in modo abbastanza casuale, abbiamo organizzato una trasferta a Trieste, dove l'Atalanta giocava in campo neutro contro il Cagliari. Raccogliemmo una ventina di adesioni, senza essere ancora particolarmente strutturati. Abbiamo pensato di dare continuità alla cosa e vedere se la gente ci avrebbe seguito. La trasferta successiva era un mercoledì sera a Parma: provammo a organizzare un altro pullman e da lì siamo andati avanti, cercando di farle tutte. Con il tempo ci siamo dati un'organizzazione sempre più puntuale e professionale. Soprattutto nel primo anno di trasferte in Europa le richieste ci assorbivano tantissimo tempo ed eravamo continuamente al telefono. Abbiamo quindi creato un sito internet per riuscire a organizzarci meglio, gestire le richieste e verificare le disponibilità. Abbiamo anche creato una sorta di partnership con un'azienda locale di autotrasporti che ci fornisce i mezzi e con la quale nel tempo è nato anche un rapporto di amicizia. Il gruppo è formato da me, Alessandro "Lissa" Pezzotta, presidente dell'associazione, e Fabio Gennari».

Quanto condiziona la sua vita questa passione per i colori nerazzurri?
«Per le vacanze mi sincronizzo con le pause del campionato (ride, ndr). Dal 1987 penso di aver perso meno di dieci partite dell'Atalanta, comprese un paio durante il viaggio di nozze. Le altre sostanzialmente per qualche malanno».

Tra tutte queste trasferte, qual è stata la più bella?
«Ce ne sono alcune molto particolari. Gli stadi inglesi, per esempio, sono molto coinvolgenti dal punto di vista del pathos e dell'atmosfera. Ricordo anche Sarajevo, nei preliminari di Europa League del 2018: partimmo il mercoledì sera e tornammo il venerdì pomeriggio, facendo due notti in autobus. Fu una trasferta abbastanza movimentata. La polizia locale aveva un atteggiamento non intimidatorio, ma molto attento, e questo ci costrinse anche a modificare un po' i programmi e i tempi di arrivo. Ricordo anche trasferte in van, come per un Crotone-Atalanta di qualche anno fa».

E a Dublino, per la finale di Europa League, c'eravate?
«Siamo andati consorziandoci con altre associazioni e abbiamo noleggiato dei charter. In aeroporto c'è stato un po' di caos. Dopo la partita, alcuni sono riusciti a ripartire verso l'una o le due di notte e a rientrare, mentre altri non hanno trovato lo slot. Qualcuno è stato più sfortunato e ha dovuto organizzarsi per la notte, dormendo anche per terra. Ma ne è valsa la pena tutta la vita. È stato un po' il coronamento di un percorso. Incontravamo una squadra imbattuta, che sembrava un ostacolo quasi proibitivo. È stata una gioia e un'emozione enorme, come espugnare Anfield 3-0 con il pubblico presente dopo esserci già riusciti nel periodo del Covid».

Le partite vissute nello stadio vuoto durante il Covid restano indimenticabili?
«Avendo un ruolo allo stadio, sono stato uno dei pochi che ha potuto vedere dal vivo quelle partite a porte chiuse. L'atmosfera era particolarissima. Sentivi rumori e voci che normalmente non avresti mai percepito, in uno stadio completamente silenzioso. Noi eravamo lì anche a luglio, con temperature altissime, mascherina e guanti, ed era faticoso. Venivamo utilizzati anche per fare i raccattapalle e ogni volta che toccavi il pallone dovevi disinfettarti. C'era un'attenzione enorme perché bastava un caso nello spogliatoio per fermare tutta la squadra. Giustamente c'era un'attenzione quasi maniacale a ogni dettaglio: contatti, distanze, temperature. È stata un'esperienza indimenticabile, anche se ripensandoci adesso mi assale ancora la tristezza. A Bergamo abbiamo vissuto quella situazione in maniera particolarmente forte. Anche gli stessi giocatori ne hanno sofferto. Poi, da parte loro, è subentrata una sorta di abitudine: erano molto focalizzati sul portare a casa il risultato e con Gasperini non potevano di certo distrarsi, ma l'ambiente rimaneva davvero particolare. A questo proposito posso raccontare anche un episodio dell'ultima partita prima della chiusura?».

Racconti…
«Giocavamo a Lecce e avevamo organizzato il viaggio in aereo: eravamo una ventina, siamo volati a Brindisi e abbiamo noleggiato le auto per andare a Lecce. Durante il viaggio continuavano ad arrivare notizie sul fatto che forse non ci avrebbero lasciato entrare. Ci avevano lasciato volare, girare per la città e poi non ci permettevano di entrare in un settore dove c'eravamo soltanto noi? Era una situazione particolarissima. Trovammo uno schieramento di volontari della Croce Rossa e ci provarono la febbre. Fu tutto molto strano. La settimana successiva chiusero tutto. Bergamo in quel momento era la zona rossa per eccellenza».

Arriviamo all'Atalanta di oggi. Che squadra sta vedendo?
«Siamo in una fase completamente nuova. È stato fatto un cambiamento importante nel modo di giocare. Dopo dieci anni nei quali la squadra era abituata a giocare a uomo, adesso si è passati a concetti legati all'occupazione degli spazi. È un modo di giocare molto diverso e serve un processo di apprendimento, di studio e di preparazione di determinati movimenti. Per me, dal punto di vista qualitativo, questa è una squadra di ottimo livello e credo possa arrivare tra le prime cinque o sei del campionato. Si tratta di avere un po' di pazienza, fiducia e soprattutto di non perdere l'entusiasmo nei confronti della squadra. Anche in Nazionale i nostri giocatori si sono fatti valere e questo lascia ben sperare. Contro la Juventus, però, ho visto una squadra alla quale mancava fiducia. Probabilmente abbiamo bisogno di qualcosa di positivo che crei entusiasmo e sicurezza».

Tipo una vittoria sul Venezia?
«Esatto. Quello può essere un buon punto di partenza, ma non è affatto scontata. Anche se a livello europeo il nostro campionato non è più trainante come un tempo, il livello resta alto e non ci si può permettere cali di tensione né pensare di avere una vittoria in tasca soltanto per il nome che si porta. Bisogna battagliare sempre, ma una vittoria sul Venezia potrebbe essere una buona iniezione di fiducia. Quello che spero non succeda è passare dall'entusiasmo al disfattismo. Certi processi hanno bisogno di tempo per essere assimilati. Se si fanno continuamente ribaltoni, poi bisogna sempre ripartire e ricostruire daccapo».

Si riferisce a Sarri, che quindi per lei non deve essere in discussione?
«Per me Sarri non è assolutamente in discussione. È stato fatto un investimento e parliamo di un tecnico che negli anni ha sempre dimostrato di avere idee e portare risultati. Non vedo perché non possa riuscire a trasmettere le proprie idee anche in questo contesto. Questo spezzatino dovuto alle Nazionali, qualche piccolo infortunio e anche il mercato lungo non hanno agevolato il processo. La squadra al completo si è allenata pochissimo insieme e questo tipo di gioco necessita di sedute di allenamento importanti».

La mancanza di fiducia che vede nella squadra può dipendere anche dall'assenza di un leader?
«Questa mancanza oggi ce la troviamo in casa. Pašalić può essere un leader silenzioso. Un giocatore carismatico può essere Kolasinac, un campione in campo e fuori. Poi ci sono giocatori, come Ederson, che probabilmente devono crescere anche sotto quest'aspetto e trascinare gli altri, perché abbiamo perso figure molto carismatiche come de Roon e Djimsiti. Sono vuoti che vanno colmati: serve una leadership forte anche all'interno dello spogliatoio».

Dove pensa di trovare l'Atalanta a fine stagione?
«Adesso è difficile fare previsioni, ma penso che questa squadra abbia tutte le potenzialità e i mezzi per raggiungere l'Europa, qualunque essa sia. Conquistare l'Europa League attraverso il campionato può essere una strada, ma non c'è soltanto il campionato. Abbiamo una Conference League che dobbiamo giocare e onorare e nella quale possiamo provare ad arrivare lontano. C'è anche la Coppa Italia: la sua formula, in questa fase, ci agevola e con un paio di partite favorevoli puoi ritrovarti in finale. In questo momento è un aspetto che può aiutarci».

Quasi sessant'anni dopo quel primo Atalanta-Napoli vissuto da bambino chiedendo al padre chi dovesse "spiegare" la partita, Zanotti continua a guardare l'Atalanta da vicino, anzi vicinissimo. Sono cambiati lo stadio, il calcio e soprattutto le dimensioni raggiunte dalla Dea, capace di trasformare trasferte un tempo quasi avventurose in appuntamenti sulle più grandi scene europee. Non è cambiato, invece, il filo che lega tutte le tappe del suo racconto: una presenza nerazzurra diventata parte della vita, al punto da mettere in calendario persino le vacanze soltanto dopo aver controllato quando gioca l'Atalanta.

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