Dietro le quinte di Zingonia con Samaden: "Ecco come la famiglia Percassi cresce campioni e uomini veri"
Tagliare il traguardo delle sessanta primavere rappresenta sempre un momento di profonda riflessione, un giro di boa che impone di voltarsi indietro per ammirare il cammino percorso e scrutare con rinnovata ambizione l'orizzonte. Per Roberto Samaden, attuale e stimatissimo responsabile del settore giovanile dell'Atalanta, questo compleanno ha il sapore dolce di una scommessa vinta. Cresciuto a pane e pallone tra i campi in cemento di Metanopoli, l'esperto dirigente ha saputo trasformare la sua infinita passione in una professione d'eccellenza, diventando il vero architetto dei sogni per centinaia di aspiranti calciatori e un punto di riferimento assoluto a livello nazionale.
IL MODELLO ZINGONIA E L'IMPRONTA DEI PERCASSI - L'approdo in terra orobica, avvenuto nell'estate del 2023, è stato definito senza mezzi termini da Luca Percassi come il miglior acquisto della sessione estiva. Una responsabilità enorme, affrontata però con la consueta e lucida determinazione. L'obiettivo primario era chiaro fin dal primo incontro: rivoluzionare lo scouting interno, affiancandolo all'ormai consolidata e letale rete estera del club. Ma a fare la differenza, più delle infrastrutture all'avanguardia, è stato il fattore umano. «Ciò che mi ha colpito è stata la grande attenzione della famiglia Percassi: non devi entrare in campo per vedere la differenza, basta varcare i cancelli di Zingonia», ha confessato il manager. La società esige in primis un comportamento inappuntabile, trasformando il centro sportivo in un'autentica scuola di vita dove il «Fate i bravi» presidenziale rimbomba nelle orecchie dei ragazzi come un dogma assoluto.
LA SVOLTA MILANESE E L'INTUIZIONE GENIALE - Il percorso professionale del dirigente è tuttavia indissolubilmente legato alla sua lunghissima militanza interista. Partito dai dilettanti della Snam ad appena diciannove anni, la svolta arriva nel 1990 quando viene chiamato a sostituire un monumento come Benito Lorenzi all'Inter. È l'inizio di un'epopea, segnata dalla gratitudine eterna verso figure chiave come Massimo Moratti e Giampiero Marini, i primi a credere ciecamente nelle sue doti. Il vero salto di qualità manageriale avviene però nel 2006, grazie a un'intuizione di Piero Ausilio che lo spinge ad abbandonare la tuta da campo per assumere la direzione gestionale dell'attività di base. «All'inizio ci resto malissimo, poi capisco la lungimiranza: arriva un punto in cui fare troppe cose non è più un valore, ma un limite», ammette oggi con saggezza. Un intuito straordinario che gli ha permesso di avviare alla panchina Cristian Chivu e di lanciare talenti del calibro di Federico Dimarco, Andrea Pinamonti, Michele Di Gregorio e i fratelli Esposito.
IL CORAGGIO DI BRUCIARE LE TAPPE IN NERAZZURRO - La filosofia applicata oggi al vivaio bergamasco è tanto affascinante quanto spietata nei confronti dell'albo d'oro giovanile: se un ragazzo è maturo, deve immediatamente confrontarsi con la categoria superiore. Questo approccio comporta inevitabili dazi da pagare in termini di risultati nel breve periodo, ma garantisce una crescita accelerata e vertiginosa dei prospetti più brillanti. È esattamente questo il percorso formativo virtuoso che ha portato pedine preziose come Marco Palestra, Lorenzo Bernasconi e Marco Carnesecchi ad affacciarsi con prepotenza nel calcio dei grandi, rendendoli frecce appuntite per lo scacchiere tattico orchestrato da mister Raffaele Palladino sul prato della gloriosa New Balance Arena.
IL MALE OSCURO DELL'ITALIA E IL REGALO PERFETTO - Il bagaglio di esperienze di Samaden vanta anche prestigiose parentesi in ambito federale, maturate lavorando a stretto contatto con profili dello spessore di Demetrio Albertini e Michele Uva. – come racconta nell'intervista al Corriere di Bergamo – la recente e vibrante vittoria dell'Italia nei playoff mondiali non deve assolutamente illudere il sistema nascondendo i problemi strutturali. «Il parametro non deve essere andiamo o non andiamo al Mondiale. In Italia ci sono pochi progetti educativi, strutture o calcio nelle scuole», sentenzia senza peli sulla lingua, auspicando un profondo cambio di rotta ispirato al modello vincente e programmatico del tennis tricolore. E spegnendo le sue sessanta candeline, il desiderio espresso è tanto intimo quanto collettivo: godersi il dono lavorativo anticipato rappresentato dall'Atalanta e sperare che l'intero Paese smetta finalmente di riempirsi la bocca di vuote promesse, iniziando a fare i fatti per salvare le future generazioni del pallone.
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