ESCLUSIVA TA - Alessandro Ruggeri: "Mio padre Ivan dava tutto per la Dea. Palladino? Un predestinato, credo nella Champions"
Alcune storie non si limitano al calcio. Entrano nella vita delle persone, nei ricordi, nei silenzi. Quella della famiglia Ruggeri è una di queste. Ivan Ruggeri, presidente dell’Atalanta dal 1994 al 2008, ha segnato un’epoca fatta di cadute e risalite, scelte forti e un legame profondo con il territorio. Poi, all’improvviso, il gennaio 2008 cambia tutto e a 21 anni il figlio Alessandro si ritrova a raccogliere un’eredità enorme, diventando presidente dell’Atalanta dal 2008 al 2010, il più giovane nella storia della Serie A, in un momento complesso, umano prima ancora che sportivo. Oggi Alessandro Ruggeri vive a Dubai con la famiglia. Lavora come consulente nel mondo del calcio ed è orgoglioso di far parte della storia nerazzurra. In quest’intervista in esclusiva a TuttoAtalanta.com racconta ciò che resta di quella storia: il rapporto con il padre vissuto tra campo e vita quotidiana, il peso di una responsabilità arrivata troppo presto, il lato meno visibile di un presidente spesso percepito come duro e distante. E ancora, il valore dato al settore giovanile, l’idea di calcio costruita sulle persone prima che sui risultati e quel legame con l’Atalanta che, anche a distanza, non si è mai interrotto. A tredici anni dalla scomparsa di Ivan, avvenuta il 6 aprile 2013, questo non è solo un ricordo. È un passaggio raccontato da chi l'ha vissuto da dentro, tra ciò che è stato e ciò che, in fondo, continua a restare.
IL LEGAME CON BERGAMO E I RICORDI D'INFANZIA
Alessandro, in passato il suo nome è stato accostato a possibili acquisizioni o nuovi ingressi nel mondo del calcio. Era qualcosa di concreto o si è trattato solo d'indiscrezioni?
«Alcune dinamiche erano veritiere, altre magari meno – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Nel passato c’è stata la volontà di guardare attentamente a determinate situazioni, poi per varie circostanze non se n’è fatto nulla. Oggi sono sempre in questo mondo, mi piace quello che faccio con le persone con cui lavoro. Poi un domani non si sa mai. Il mio futuro è sempre nel calcio».
Quella per l’Atalanta è una passione che spesso si tramanda di padre in figlio. È stato così anche per lei?
«Sicuramente. Quando mio papà ha acquistato il club avevo 8 o 9 anni. Come la maggior parte dei bambini avevo la passione per il calcio e con un padre che aveva l’onore e l’onere di gestire una squadra professionistica, ovviamente, come sarebbe stato per qualunque altro bambino, è scattata subito la scintilla».
Prima che suo padre entrasse in società, lei aveva già un rapporto con la squadra nerazzurra?
«Come tutti i bambini, avevo anch’io delle simpatie per alcune squadre. A quell’età, quando sei ancora piccolo, sei molto legato ai risultati e ai quei tempi, tra i miei coetanei, la maggioranza tifava per Milan, Inter o Juventus, squadre più blasonate. Oggi è diverso. Sempre più bambini sposano fin da subito i colori nerazzurri di Bergamo. È una cosa bellissima perché il calcio è passione prima d’interessi e dinamiche varie. Creare uno zoccolo duro, un legame con la tifoseria, con i bambini, è qualcosa che va oltre i risultati. E significa che quello che stai facendo è corretto, che sei sulla strada giusta».
La immagino bambino, catapultato nel mondo di Zingonia e dello stadio, con gli occhi che brillano. Che ricordi ha di quei primi momenti?
«Sono ricordi piacevoli. Il sabato o la domenica andavo a vedere la rifinitura con papà e stavamo a pranzo con la squadra, con l’allenatore. Erano momenti molto belli, soprattutto perché potevo stare un po’ di tempo con lui, che poi vedevo poco perché era molto impegnato, spesso all’estero per lavoro. Quello diventava anche un nostro modo per stare insieme, al di là della bellezza di poter vedere i calciatori, l’allenatore, i dirigenti o andare allo stadio. Era importante proprio il fattore umano, il fatto di potermi godere dei momenti con lui. Questo è il ricordo più bello, umano, che mi rimane e lo devo all’Atalanta».
Anche a casa si parlava della squadra? Era un tema che vi accompagnava anche nella vita quotidiana?
«Era sicuramente una cosa che ci univa. Era il tema più comune. Quando ero piccolo avevo la mia vita. Andavo a scuola, ma il sabato seguivo papà, anche in trasferta. Compatibilmente con gli impegni scolastici, andavo con lui, insieme a mia mamma e mia sorella».
LA PRESIDENZA A 21 ANNI E IL SETTORE GIOVANILE
Da papà lei non ha ereditato solo una passione, ma anche una responsabilità. Quando è successo aveva solo 21 anni. In quelle due stagioni alla guida del Club, ha mai sentito il peso di essere presidente dell’Atalanta?
«Ogni cosa ha il suo tempo. Non mi ha pesato essere stato presidente, ma quello che è successo a papà. Ero giovane e mi è mancata una figura di riferimento. È stato in coma per tanti anni, in uno stato vegetativo, ed è successo da un giorno all’altro. Non ho avuto il tempo per metabolizzare e quando a 20 anni ti capita una cosa del genere non è semplice, per quello che rappresenta un padre per ogni ragazzo, indipendentemente dal fatto che fosse presidente di un club o meno. A 20 anni ne hai ancora tanto bisogno. Far parte della storia gloriosa della società nerazzurra, invece, non è stato un peso, ma un onore. Per la mia famiglia è stato sempre un orgoglio e credo di poter dire che abbiamo gettato basi importanti, a partire dal centro sportivo creato, uno dei primi in Italia, e oggi modernizzato. Magari una stagione si retrocedeva e quella dopo si risaliva, ma in quegli anni abbiamo creato qualcosa di profondo. Abbiamo dato qualcosa all’Atalanta e a Bergamo, soprattutto in termini d’infrastrutture e professionalità».
Negli anni della vostra gestione l’Atalanta è stata un modello per quel che riguarda il vivaio e la valorizzazione di giovani giocatori. È ancora così o, secondo lei, oggi si è perso qualcosa?
«Oggi, forse, è più facile e più economico rispetto a un tempo fare scelte diverse. È magari più semplice e redditizio andare a prendere giocatori all’estero, ma così viene a mancare qualcosa al nostro sistema calcio. Lo dimostrano anche i risultati della Nazionale. Noi avevamo valorizzato molto il territorio. Ancora oggi da Bergamo escono giocatori nati qui o cresciuti nel settore giovanile. L’impegno prosegue. Alcuni sono esteri perché vengono presi già grandicelli, a 16 anni, e magari rivenduti due o tre anni dopo, ma anche questo è un lavoro del vivaio. Noi avevamo sfruttato il patrimonio del territorio e le capacità di persone come Mino Favini e del maestro Bonifaccio. Di Favini si parla tanto, ma anche Bonifaccio è stato fondamentale, soprattutto per i ragazzi più giovani. Poi passavano sotto la guida di Favini, ma prima c’era lui. Era davvero un maestro, non solo dal punto di vista calcistico, ma umano. Per noi era imprescindibile. Se un ragazzo non aveva la sufficienza a scuola, la domenica non giocava. Si dava un’impronta chiara: prima l’uomo, poi il calciatore. Ancora oggi mi capita d’incontrare ragazzi che hanno fatto la trafila con noi e mi ringraziano per quello che gli abbiamo dato a livello umano. Nei professionisti arriva un ragazzo su mille, ma tutti devono avere delle basi a 360 gradi. Oggi, però, è tutto più veloce e più complicato. Ci sono anche più impegni, tornei continui. Sono cambiati i tempi e le dinamiche».
È vero che mentre lei piangeva per una retrocessione, suo padre le disse di non preoccuparsi perché sareste risaliti subito? Come si ripartiva ogni volta dopo una delusione sportiva?
«La forza di mio papà era proprio quella di non abbattersi mai e avere subito la capacità di ricostruire. A livello statistico, sotto la sua presidenza, siamo retrocessi 3 volte (1993/94 quando entrò in carica, 1997/98 e 2002/03, ndr) e in 2 occasioni siamo tornati in Serie A subito l’anno dopo. Una volta ci abbiamo messo due anni. Se non avesse avuto quest'attitudine, non ci saremmo riusciti. Dopo ogni retrocessione c’era subito la volontà di tornare in A».
IL RICORDO DI IVAN RUGGERI TRA VITA PUBBLICA E PRIVATA
Tra pochi giorni, il 6 aprile, saranno 13 anni dalla scomparsa di suo padre. Cosa le manca di più oggi di papà Ivan?
«Papà era una figura che, magari, dal punto di vista dell’opinione pubblica, risultava un po’ burbero, un bergamasco chiuso. In realtà, chi lo conosceva bene, gli amici che aveva, sanno che nel poco tempo libero era una persona molto solare e giocosa. Con mio nipote Tommaso era molto affettuoso. Aveva grande voglia, quando tornava a casa, di stare con lui e con tutti noi. Mi manca un po’ tutto».
Dall’esterno suo padre era spesso percepito come un duro. Tante volte è stato anche contestato dai tifosi: ci stava male o gli scivolava davvero tutto addosso?
«No, era impossibile che gli scivolasse tutto addosso. È normale che il peso di certe contestazioni si sentisse. È stato cocciuto e duro nell’andare avanti per la sua strada, ma quello che faceva era sempre per il bene della squadra e mai per un interesse personale. I tifosi era giusto facessero i tifosi. Mio padre, invece, aveva l’onere e l’onore di gestire il club e lo faceva nei termini che riteneva giusti. Però è ovvio che le contestazioni, essendo umano, pesassero. Ha sempre avuto una scorza molto dura. Nei momenti difficili andava avanti e poi con i risultati faceva sì che le cose si attenuassero. È normale, comunque, che tanti anni di contestazioni abbiano pesato, anche se non lo faceva vedere».
È corretto dire che non lo faceva solo per l’Atalanta, ma anche per il bene del calcio in generale visto che è stato uno dei pochi a combattere anche contro la violenza negli stadi e per le squadre medio-piccole?
«Ha fatto tante battaglie in Lega Calcio, anche per le squadre medio-piccole. Oggi fatturano molto di più grazie ai diritti televisivi e non sono paragonabili a quelle di quindici anni fa, ma mio padre si era speso molto per cercare di cambiare le dinamiche e fare in modo che non fossero solo le grandi a prendersi tutto, ma che ci fosse una distribuzione più equa degli introiti. Ha portato avanti tante battaglie in prima persona. Ci ha sempre messo la faccia e ha lavorato per il bene comune».
Accanto alla figura pubblica del presidente e a quella, improvvisa, del figlio chiamato a raccoglierne l’eredità, c’era anche un equilibrio familiare da mantenere. Quanto è stata importante la figura, sempre dietro le quinte, di sua madre, non solo nella malattia, ma lungo tutto il percorso?
«Un detto dice che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Mia madre ha fatto da ago della bilancia. Cercava di spegnere gli incendi quando mio padre s’infiammava. È sempre stata una figura dietro le quinte, ma fondamentale. Mio padre l’ascoltava. Si fidava ciecamente, anche nelle decisioni importanti, non di certo su questioni tecniche come il cambio di un allenatore, ma negli aspetti decisivi è stata sempre rilevante».
I suoi ex giocatori lo ricordano sempre come una delle figure che, nella loro permanenza a Bergamo, ha saputo fare la differenza. Che rapporto aveva con loro?
«Aveva un rapporto da presidente a calciatore, ma allo stesso tempo era molto presente. Il suo ufficio era sempre aperto, non solo per i calciatori, ma anche per i magazzinieri. Non faceva distinzioni».
Quindi si affezionava, non teneva le distanze?
«Sì, sicuramente. Con tanti calciatori si creavano rapporti che continuavano anche dopo, quando andavano via. Ad esempio, con Inzaghi c’era un grande rapporto anche dopo la sua cessione, così come con Vieri, che è stato tre volte a Bergamo. A livello umano era un presidente molto presente: quando nasceva un figlio o c’erano situazioni particolari, lui c’era. Si creavano legami forti. Ad alcuni si sentiva più simile, ad altri meno, ma con lui c’era sempre un rapporto diretto. Ricordo tante cene a casa nostra con i calciatori e le rispettive famiglie per creare alchimia, gruppo».
Ha un ricordo particolare che racconta questo suo lato umano?
«Una delle poche volte in cui l’ho visto davvero giù di morale è stato quando ha dovuto esonerare Mandorlini, che ci aveva portati in Serie A la stagione prima. Le cose non andavano bene. Aveva dovuto esonerarlo ed era distrutto. Tra loro si era creato un rapporto umano molto forte. Passavano del tempo insieme. Una volta erano anche andati a caccia insieme. Anche ai tempi di Mondonico si era creato un legame forte con la famiglia del mister, ma lui era un presidente atipico rispetto a quelli di oggi. Penso, per esempio, ai fondi d’investimento. Creava rapporti interpersonali veri ed era un punto di riferimento per i calciatori, per il capitano, per tutti quanti».
I SOGNI NEL CASSETTO E L'ATALANTA DI OGGI
C’era un giocatore che suo padre sognava di portare a Bergamo e che non è riuscito a prendere?
«Sogni veri non ne aveva. Era una persona sempre molto ancorata alla realtà. I voli pindarici o i sogni li lasciava a me che ero un ragazzino».
E lei chi sognava di portare in nerazzurro?
«Quando Baggio è andato al Brescia per me è stato un dispiacere, perché un calciatore di quel livello tutti lo avrebbero voluto vedere a Bergamo con i nostri colori. Ma se ci penso, sono venuti tanti altri giocatori importanti, come Vieri e Inzaghi, che hanno fatto la storia del calcio. E per noi è stato un grande onore aver portato in maglia nerazzurra tutti loro».
Un sogno, però, lo aveva anche suo padre: quello di un nuovo stadio. Oggi sarebbe contento del nuovo impianto, sebbene avesse idee progettuali diverse?
«Aveva idee diverse, ma spesso bisogna trovare dei compromessi per ogni momento di vita. Vent’anni fa il contesto era diverso e lui aveva in mente uno stadio fuori dalla città, con altre possibilità logistiche, però sicuramente sarebbe stato contento di vedere che oggi l’Atalanta ha uno stadio di proprietà, con la possibilità di creare ricavi diversi da reinvestire nel progetto. Il suo sogno era proprio questo: reinvestire i ricavi nelle infrastrutture e nei giocatori, che poi è stato quello che ha sempre fatto».
Lei è tornato allo stadio negli ultimi anni?
«No, non sono più tornato. Sono andato a vedere qualche volta l’Albinoleffe pochi mesi dopo la vendita della società, ma da allora non ci sono più tornato. Però prima o poi capiterà».
È una questione emotiva o semplicemente non c’è stata occasione?
«La nostra casa a Bergamo è a un chilometro e mezzo dallo stadio. L’occasione ci sarebbe stata, anche perché per lavoro vado regolarmente negli stadi in Italia e nel mondo. È più una questione emotiva. Oggi non mi sento ancora pronto, ma mi fa molto piacere ogni volta che mio padre viene ricordato, nei giorni della sua scomparsa e non solo. Fa sempre un grande effetto».
Magari ci tornerà con suo figlio, che ha chiamato come suo padre.
«È ancora piccolo. Ha 5 anni e non ha ancora quella passione forte per il calcio, anche perché da un anno e mezzo viviamo a Dubai e qui si vivono più intensamente altri sport. A scuola gioca a cricket e tennis, ma vede le partite con me».
Del nonno gli ha parlato?
«Certo, anche perché porta il suo nome. Me lo chiede e ne parliamo. È normale».
Ma lei oggi si sente tifoso?
«Sì, è inevitabile. Da bambino magari si poteva tifare l’Inter perché c’era Ronaldo il Fenomeno o il Milan dei tanti campioni, che vinceva tutto, ma da quando mio padre ha comprato l’Atalanta ci sono stati solo due colori».
Cosa pensa della squadra di quest’anno? Palladino è un allenatore che avrebbe scelto anche lei?
«Secondo me il gruppo sta andando bene. Non possiamo dimenticare quello che è stato incredibilmente fatto nei nove anni precedenti da Gasperini. Dopo tanti anni, tante vittorie e risultati, quando cambi allenatore è normale che ci possa essere una fase di assestamento, ma dopo l’inizio un po’ difficile con Juric, adesso le cose stanno andando molto bene. Palladino penso fosse un predestinato. Se due persone che hanno fatto la storia del calcio come Berlusconi e Galliani hanno scelto Palladino, che allenava la Primavera, e gli hanno dato in mano il Monza significa che in lui hanno visto qualcosa di diverso. Ormai Palladino non è più una sorpresa, ma una realtà e spero possa ripetere il percorso incredibile degli ultimi anni».
Secondo lei dove può arrivare la squadra quest’anno? Champions, Europa League, Coppa Italia?
«Io, sinceramente, mi auguro la vittoria della Coppa Italia, perché è un trofeo che manca da tanti anni. In campionato il trend è da Champions League e io credo che si possa ancora ambire a qualificarsi nella massima competizione europea. Ci sono tanti scontri diretti e credo che se la possa giocare. Se sta bene fisicamente può fare bene e vincere con tutti. E stadio e tifosi a Bergamo sono un valore aggiunto che io non sottovaluterei».
Lei era molto piccolo quando l’Atalanta giocò la finale di Coppa Italia con la Fiorentina. Ha un ricordo di quella partita?
«Ero presente, ma ero molto piccolo e non ho un ricordo nitido, ma mi auguro che quest’anno possa andare diversamente».
Per chiudere, a 13 anni dalla scomparsa di papà Ivan, Alessandro Ruggeri cosa vorrebbe che ricordassero di lui Bergamo e i tifosi più di tutto?
«Sicuramente che è stato una figura che ha sempre voluto il bene del club. Tutto quello che ha fatto è stato per la squadra e non per fini personali. Quando diventi proprietario di una società come questa, è qualcosa che non riguarda solo il calcio, ma tutta la città, il territorio. Mio padre ha dato tanto, anche togliendo tempo al lavoro e alle sue aziende, per cercare di fare qualcosa d’importante. Quello che mi piacerebbe fosse ricordato è l’amore che ci ha sempre messo per i colori nerazzurri».
Lei disse che gli brillavano gli occhi ogni giorno sapendo di gestire non solo un club, ma un patrimonio dell’intero territorio.
«A Bergamo il presidente lo conoscono tutti, forse anche più del sindaco. L’amore per questa squadra è qualcosa di viscerale e profondamente radicato. La cosa più bella, come dicevo all’inizio, è vedere oggi tanti ragazzini girare con addosso i colori nerazzurri. Del resto quello che fa andare avanti il tutto è questo: l’amore della gente, di chi si sposta per seguire la squadra in Italia e in Europa ed è qualcosa che vedo crescere sempre di più. In questo senso il lavoro che sta facendo la famiglia Percassi è importante anche da questo punto di vista».
Nelle parole di Alessandro Ruggeri non c’è solo il ricordo di un presidente, ma soprattutto quello di un padre e di un modo preciso di vivere l’Atalanta: dentro le difficoltà, senza mai arretrare, con l’idea di ricostruire sempre, anche dopo le cadute. È il racconto di un’eredità raccolta troppo presto e portata avanti in silenzio, tra responsabilità e legami che vanno oltre il campo. E forse è proprio lì che si misura davvero il segno lasciato dalla famiglia Ruggeri: non solo nei risultati, ma nelle persone, nelle strutture, in una visione che ancora oggi, a Bergamo, continua a essere riconoscibile.
© Riproduzione Riservata






