ESCLUSIVA TA - Massimo Giupponi (ATS Bergamo): "L'Atalanta non è solo una squadra: è la pelle della nostra città"
Ci sono partite che, a Bergamo, non restano solo dentro lo stadio, ma finiscono per entrare nelle famiglie, nei ricordi e nei racconti. Tifoso atalantino da sempre, il direttore generale di ATS Bergamo, Massimo Giupponi, racconta un legame con l'Atalanta nato da bambino, trasmesso dallo zio e oggi condiviso con il figlio Luca. Nell'intervista concessa ai nostri microfoni di TuttoAtalanta.com, però, il calcio diventa anche il punto di partenza per parlare del rapporto speciale tra la squadra e il territorio, del peso che l'Atalanta ha avuto per Bergamo nei mesi più duri della pandemia, e del valore educativo e sociale che una realtà sportiva può esprimere dentro una comunità.
Direttore, partiamo dall'inizio. Quando è nato il legame tra lei e l'Atalanta?
«Sono tifoso atalantino da sempre, da quando mio zio Lorenzo, a quattordici anni, ha iniziato a portarmi allo stadio. Andavamo in Curva Sud. Lui partiva da Nembro con il Vespino e io arrivavo col pullman da San Pellegrino, dove abitavo. Ci incontravamo e andavamo insieme allo stadio. È stato lui a iniziarmi a questa passione».
Da allora è sempre andato?
«Per alcuni anni sì, anche se abitare a San Pellegrino era un po' scomodo. Poi un po' meno: andavo quando riuscivo, un po' con mio papà e un po' da solo».
Adesso ci va ancora?
«Sì, non in modo assiduo, ma mi piace molto. Ho fatto anche delle trasferte europee, come quella di Liverpool con l'Everton in Europa League, vinta 5-1. Tornare in Europa dopo tanto tempo è stato bellissimo. Quest'anno ero presente a tutte le partite casalinghe di Champions».
Quale l'ha emozionata di più?
«Quella con il Borussia Dortmund, con il rigore di Samardzic che ci ha regalato la vittoria proprio allo scadere, al 94'. Ce lo ricorderemo per tutta la vita».
E del passato ha un ricordo particolare?
«È un momento non proprio bello, ma ero giovane e mi è rimasto dentro. In una partita in casa con la Roma ci furono dei tafferugli tra tifoserie in Curva Sud e mi ritrovai tra gli atalantini schiacciati contro la barriera che divideva i due settori».
Non si è spaventato?
«Non dissi nulla ai miei genitori. Lo appresero solo dalla televisione. Ma non cambiò nulla per me: per noi di Bergamo l'Atalanta è la nostra pelle. Qualsiasi cosa succeda, noi ci siamo. È stato così anche quando siamo retrocessi in C1. Ricordo, per esempio, una trasferta a Portogruaro. Il vero tifoso atalantino c'è sempre».
Sembrano passati anni luce da quei tempi. Qualcosa è rimasto?
«La dedizione alla maglia. La cosa più importante resta che i giocatori diano sempre il massimo. Poi ci possono essere annate più o meno favorevoli in base a tante dinamiche».
Secondo lei quest'anno la squadra ha dato il massimo?
«Qualcuno ha dato tutto e altri hanno dato molto di meno, come capita in ogni gruppo».
È deluso?
«No. Primo perché una qualificazione in Europa è sempre qualcosa di cui leccarsi i baffi, e poi perché sono consapevole che portare a casa i risultati richieda un grande impegno da parte di tutta la struttura, quindi non solo i giocatori ma anche la società. Vede, ho due ricordi speciali del passato. Il primo è la formazione che ci ha portato in Serie A nella stagione 1976-77».
Se la ricorda a memoria?
«Pizzaballa, Andena, Mei, Mastropasqua, Marchetti, Tavola, Fanna, Rocca, Scala, Festa e Bertuzzo».
E l'altro ricordo?
«Uno dei momenti più emozionanti è stato quando siamo retrocessi in Serie B con Delio Rossi. L'ultima partita di quel campionato ero allo stadio e a fine gara i tifosi avevano applaudito i giocatori, perché dall'arrivo del nuovo tecnico avevano dato il massimo. Quel momento descrive perfettamente i tifosi atalantini e il tipo di legame che hanno con la squadra. Quando ci si rende conto che chi scende in campo dà il massimo, si accetta qualunque risultato».
È quello che è successo anche quest'anno nella gara casalinga con il Bayern?
«Intanto, secondo me con il Bayern abbiamo sbagliato formazione e peccato di presunzione. Va bene l'idea che schierandoci in difesa avremmo preso più gol, ma bisogna anche essere consapevoli di chi si ha di fronte. Quella non mi è sembrata una formazione equilibrata, fermo restando che l'allenatore conosce la situazione e i suoi giocatori e schiera gli undici titolari in base ai feedback che ha avuto in settimana. Si assume la responsabilità di mandare in campo chi ritiene più opportuno. Certo, è stato bello che, nonostante la pesante sconfitta, a fine partita i tifosi abbiano ringraziato la squadra. Quando ci si rende conto di essere di fronte a un avversario molto più forte, non resta altro che applaudire. Io ero in Curva Sud e quando, durante il riscaldamento, ho visto all'opera Olise, ho capito subito che non ci sarebbe stata partita. La perfezione che esprimeva era impressionante e quando il divario è così ampio c'è poco da fare».
Lei va ancora in Curva, quindi?
«Dipende da come voglio vivermi la partita. Lì c'è più passione. Quando abbiamo vinto con l'Olympique Marsiglia ero nella Nord con mio figlio Luca, a cui ho trasmesso questa grande passione per l'Atalanta. L'atmosfera lì è diversa da ogni altro settore dello stadio. Ho visto partite anche accanto alle panchine, dove in realtà non ti rendi conto di cosa succede dall'altra parte del campo, ma dove respiri l'aria tecnica. È un'emozione diversa: ti rendi conto che i calciatori sono persone che svolgono, come noi, un lavoro, che reagiscono di fronte alle cose che succedono, che vivono le stesse dinamiche. La differenza è che hanno di fronte ventimila persone che li guardano e il livello di tensione è molto elevato. Pensiamo a ragazzi molto giovani che si trovano in quelle condizioni. Tutti commettiamo errori, ma lì diventa difficile reagire, soprattutto per chi è più fragile. Da questo punto di vista, credo che il nostro settore giovanile stia facendo un lavoro interessantissimo, costruendo l'uomo ancor prima del calciatore, rendendo responsabili ragazzi che arrivano da situazioni familiari e contesti diversificati e non sempre facili, alcuni anche con procuratori — o presunti tali — che anziché volere il loro bene pensano solo al proprio».
Prima parlava di giocatori che hanno dato tutto. Lei è stato tra i firmatari della benemerenza civica a de Roon. Il capitano nerazzurro dà sempre tutto?
«Sì, ha qualche limite tecnico che riesce a colmare con una dedizione esemplare, come aveva saputo fare Bellini e come fa Djimsiti. Giocatori che magari non eccellono tecnicamente, ma che recuperano mettendoci l'anima. Un po' il contrario di Scamacca».
Non le è piaciuto quest'anno?
«Rientra tra quelli che hanno dato meno e, soprattutto, tra quelli che hanno dato la sensazione di crederci meno. Ha sempre quell'atteggiamento un po' indolente, sembra si tiri indietro, nonostante abbia segnato anche gol eccezionali che soltanto uno con le sue doti riesce a fare. Ci vorrebbe un attaccante che unisca le potenzialità di Scamacca con la grinta di Krstovic. Avremmo probabilmente il centravanti perfetto. Forse questo mix l'avevamo trovato in Retegui».
Secondo lei quanto conta una realtà come l'Atalanta anche dal punto di vista del benessere collettivo del territorio?
«Molto, perché a Bergamo l'Atalanta è vista come qualcosa che ci appartiene, che fa parte della nostra storia, e questo non accade in nessun altro territorio. Proprio per questo penso che la società nerazzurra debba investire molto anche nel raccordo con il territorio, con le associazioni e le istituzioni. Non deve essere una società che vive solo all'interno del suo mondo, scollegata dal resto. La scelta di coltivare relazioni — così come già sta facendo, per esempio, con il progetto "La Scuola allo stadio" a cui ATS collabora — è importante».
È importante, quindi, che una società di calcio entri anche nella formazione dei ragazzi?
«Certo, e il fatto che questa non sia una pratica comune porta ad avere società che non riescono a valorizzare appieno i propri giovani. Se tutte le società avessero consapevolezza delle fatiche dei ragazzi, probabilmente darebbero loro più spazio, investendo sui vivai invece di comprare all'estero sconosciuti. Se, oltre all'Atalanta, lo facessero anche gli altri club, sarebbe meglio. Non investire sui giovani è semplicemente sbagliato».
Alla luce del fatto che tanti giovani vivano tra social e isolamento digitale, una società sportiva può diventare anche un presidio educativo?
«Lo è già nei fatti. Le società sono oggi tra i pochissimi punti di aggregazione dei nostri giovani e devono avere la consapevolezza di dover far crescere uomini e non solo calciatori. Dall'altro lato deve esserci una rete di strutture pronte a collaborare. Le associazioni che fanno calcio con i nostri ragazzi vanno aiutate e accompagnate in questa funzione. Noi, per esempio, abbiamo alcuni progetti sul tema delle dipendenze, che cercano di raggiungere i ragazzi anche attraverso le società sportive».
Utilizzare le società sportive per promuovere corretti stili di vita potrebbe diventare una risorsa?
«A Bergamo abbiamo già utilizzato l'appeal delle società sportive per far passare messaggi di prevenzione e di responsabilità. È sicuramente un filone su cui investire e da incentivare».
Durante la pandemia, ATS e Atalanta si sono confrontate spesso. Ha avuto la sensazione che la gente avesse bisogno di aggrapparsi al calcio?
«In quel momento il percorso in Champions League dell'Atalanta ha aiutato ad alleggerire, almeno per qualche attimo, una situazione drammatica che tutti insieme stavamo vivendo».
Tornando a oggi, come vede il futuro dell'Atalanta? È ancora una favola?
«Per me l'Atalanta non si è ridimensionata e la favola non è finita. Gasperini è stato una figura importante. La storia è fatta di persone e quando una persona riesce a essere più performante delle altre si possono ottenere grandi risultati, che però vanno condivisi con squadra e società. Mi auguro che la società faccia il meglio possibile per allestire una rosa ancora competitiva e che i giocatori diano il massimo, perché la squadra vale di più del singolo. Spero ci siano altri anni felici, ma non dimentichiamo la nostra dimensione da provinciale. Non dobbiamo abituarci troppo bene. Se invece avremo le forze per combattere ogni stagione per l'Europa, non potremo che esserne felici».
In panchina chi vorrebbe vedere la prossima stagione?
«A me piace Sarri. Palladino non mi è dispiaciuto. È venuto un po' meno nelle ultime partite nella capacità di guidare il gruppo, ma quando è arrivato eravamo tredicesimi e avremmo messo la firma per chiudere settimi».
Non crede che le insistenti voci di mercato possano averne condizionato l'operato?
«Un professionista deve restare concentrato fino alla fine, senza farsi distrarre dal rincorrere voci esterne. Se non ci riesce, significa che non è all'altezza del suo compito. La rosa di quest'anno era buona e c'erano le condizioni per fare bene».
Sarri, invece, perché le piace?
«La sua pacatezza, e il fatto che prenda appunti senza che si capisca cosa scriva, me lo rende simpatico a pelle. Guardando ai risultati, nella sua carriera ne ha portati a casa diversi. Quest'anno non ha vissuto una stagione facile e ha tenuto in piedi la Lazio, una squadra fragile in un ambiente in piena contestazione, con i tifosi che hanno disertato lo stadio. Reggere una situazione del genere significa avere solidità. Mi dà l'idea di mettere sempre la squadra davanti a tutto, e credo sia alla ricerca di un'esperienza coinvolgente. Bergamo potrebbe essere la piazza giusta».
Sarebbe bello chiudere con una vittoria a Firenze?
«La partita non ha più nulla da dire. Mi auguro che giochino i giovani, chi ha trovato meno spazio, dando anche a loro il giusto riconoscimento. Se fosse disponibile, mi piacerebbe vedere all'opera Rossi e qualche giocatore dell'Under 23».
Nel racconto del direttore Giupponi, l'Atalanta resta sì una passione sportiva, ma soprattutto un pezzo dell'identità bergamasca. Un filo che unisce generazioni diverse — dal padre al figlio Luca — e che negli anni ha saputo intrecciarsi con temi come educazione, salute, comunità e benessere collettivo. Perché in una terra che vive il calcio in modo così profondo, l'Atalanta non rappresenta soltanto una squadra da tifare, ma spesso diventa un luogo emotivo in cui una provincia intera continua a riconoscersi.
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