Retroscena D'Amico: non ha rescisso ma è stato rimosso. La Roma deve trattare con l'Atalanta per averlo
Il comunicato ufficiale parlava di «ringraziamenti», di «quattro anni di storia» e di «auguri sinceri per il futuro». Parole calde, istituzionali, che non lasciavano trapelare nulla di più di un addio di comune accordo. Ma il retroscena che emerge oggi — svelato da L'Eco di Bergamo — racconta una storia diversa, e con implicazioni concrete sul futuro di Tony D'Amico. La separazione tra il dirigente pescarese e l'Atalanta non è stata una rescissione consensuale: è stata, nei fatti, una rimozione dall'incarico. Una distinzione che non è solo semantica, ma che ha ricadute dirette e immediate sul mercato dei direttori sportivi.
ANCORA A LIBRO PAGA: PERCHÉ CAMBIA TUTTO - il comunicato ufficiale con cui l'Atalanta ha annunciato la separazione da D'Amico si limitava a ringraziarlo per i quattro anni di lavoro e a augurargli buona fortuna, senza entrare nei dettagli tecnici della rottura. Ma quei dettagli tecnici esistono e pesano. Essendo stato rimosso e non avendo rescisso, D'Amico è formalmente ancora vincolato al club nerazzurro: ha un contratto in essere, continua a percepire lo stipendio dall'Atalanta e — aspetto cruciale — non può autonomamente legarsi a un'altra società senza il consenso della Dea. La Roma, che ha in D'Amico la prima scelta per raccogliere l'eredità di Frederic Massara, dovrà dunque negoziare con i Percassi prima ancora di poter parlare direttamente con il dirigente.
LA ROMA DEVE BUSSARE A ZINGONIA - Tony D'Amico è l'unico dirigente che Gian Piero Gasperini vuole al suo fianco alla Roma, lo stesso che aveva chiesto l'allontanamento di Massara. Ma ora i giallorossi si trovano di fronte a un passaggio obbligato: aprire una trattativa con l'Atalanta per liberare D'Amico dal contratto che lo lega a Bergamo. Le opzioni sul tavolo sono essenzialmente due. La prima: pagare un indennizzo economico alla Dea per svincolare il dirigente con anticipo rispetto alla scadenza naturale. La seconda: proporre un affare di mercato vantaggioso per i nerazzurri, inserendo una contropartita tecnica o un'agevolazione su un'operazione futura. Senza uno di questi accordi, D'Amico resta formalmente un dirigente atalantino, qualunque cosa dica il comunicato di saluto.
IL PESO DI UNA SCELTA SOCIETARIA - Dietro la rimozione — e non la rescissione — c'è una scelta precisa della famiglia Percassi. Non affidandosi a una separazione consensuale, il club ha mantenuto una leva contrattuale su D'Amico che oggi si rivela significativa. Che si tratti di una strategia deliberata per ottenere qualcosa dalla Roma in cambio del dirigente, o semplicemente di una posizione di principio in merito alle modalità di interruzione del rapporto professionale, il risultato è lo stesso: la Dea siede al tavolo delle trattative, e la Roma deve convincerla. Tony D'Amico lascia Bergamo con un palmares straordinario: quattro anni, oltre 400 milioni di plusvalenze, una Coppa Italia, un'Europa League. Chi lo vuole sa perfettamente quanto vale. L'Atalanta, da parte sua, lo sa altrettanto bene. E per il momento tiene il coltello dalla parte del manico.
Non è un addio semplice, quello tra D'Amico e l'Atalanta. Lo dicono i toni istituzionali del comunicato, lo conferma il retroscena dell'Eco. La Roma vuole il dirigente. Zingonia non lo regala.
© Riproduzione Riservata






