Tre punti sono il minimo, vietati blackout
Redazione TuttoAtalanta.com
Chi va in montagna lo sa: in salita non si corre. Chi parte di slancio si ferma dopo cento metri con il fiato corto, chi tiene il passo corto e regolare arriva in cima senza accorgersene. Bergamo, città che le montagne le ha in casa, questa regola la conosce da sempre. Ed è esattamente la regola che l'Atalanta di Maurizio Sarri deve applicare stasera contro il Kairat Almaty, alla terza giornata di Conference League.
I tre punti, prima di tutto, perché da quelli non si prescinde. L'Atalanta è a quota tre dopo il 3-1 al Pafos e lo 0-2 di Amsterdam; i kazaki sono a uno, con l'1-1 di Riga e l'1-5 incassato in casa dal Panathinaikos, e arrivano con un allenatore ad interim dopo le dimissioni di Rafael Urazbakhtin. Sarri ha ricordato che negli ultimi dodici mesi hanno perso soltanto 2-1 a San Siro con l'Inter e 3-2 a Londra con l'Arsenal, e ha ragione a non sottovalutarli. Ma esistono le differenze di valori, e davanti a queste differenze stasera l'Atalanta non può non vincere. Punto, e a capo.
Stiamo parlando di continuità, non di risultato, e la distinzione stasera è tutto. Perché il problema delle ultime tre partite di campionato non è stato l'assenza della squadra: il 4-4 col Frosinone, il 2-2 di Firenze e persino lo 0-3 col Parma hanno avuto quaranta, cinquanta, sessanta minuti in cui l'Atalanta c'era, e solo chi è in malafede può negarlo. Il problema è stato l'interruttore. Nove gol subiti in tre gare, quasi tutti arrivati dopo il primo episodio storto, con una squadra che — parole del tecnico — ha smesso di crederci una volta preso il primo gol. La diagnosi è chiara: la cura, stasera, si chiama controllo. Serve stasera un'Atalanta che voglia ritrovarsi forte, e che lo dimostri soprattutto fin dal primo minuto.
Curiosità che dice del clima: il primo a difendere pubblicamente il tecnico è stato un arrivato da due mesi, Eljif Elmas, che ha parlato di pazienza e di un gruppo che deve dare una mano. E a Zingonia, dove la squadra dorme da due notti, è rimasto appeso uno striscione che pretende grinta e responsabilità. Le due cose insieme — un giocatore che si espone e una curva che non abbandona ma esige — sono il perimetro dentro cui questa squadra deve muoversi. Ma torniamo al campo, perché domenica c'è già il Monza di Ivan Jurić, che proprio a novembre di un anno fa lasciò questa panchina, e il calendario non fa sconti a nessuno.
Nessuno chiede guarigioni in due notti di ritiro. Il punto raggiunto lunedì è troppo basso per uscirne in settantadue ore, e chi promette il contrario mente. Ma un passo avanti, anche piccolo, anche lento, è indispensabile. Questo conta stasera. Il resto, Monza compreso, viene dopo.
In montagna non si guarda la vetta: si guarda il sasso successivo. Stasera il sasso si chiama Kairat.
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