Palladino-Atalanta: il percorso del mister tra alti, bassi e l'Europa conquistata
L’Atalanta è proiettata verso il futuro, ma come tutti non è esente da bilanci e analisi al termine di una stagione molto particolare: un’annata che alla fine ha visto la Dea (tra alti e bassi) qualificarsi per la Conferenze. Nel mezzo c'è l’operato di Raffaele Palladino, caratterizzato da un mix di soddisfazione per il lavoro svolto e qualche considerazione per una non conferma che si sta avvicinando. Com’è stata la stagione del mister nerazzurro?
Intervento a stagione in corso: inizia la risalita
13° posto, morale sotto i tacchi e mancanza d’identità. Così l’Atalanta si presentava a novembre quando è arrivato Palladino al posto di Juric: un tecnico già ricercato in estate e voluto dalla famiglia Percassi prima di puntare tutto su Ivan. L’allenatore si era presentato bene, con la voglia di portare entusiasmo, compattezza e soprattutto una mentalità vincente per iniziare la scalata. È stata una missione graduale, ma l’Atalanta ha cominciato a sgrezzarsi, rispecchiando molto le intenzioni del tecnico nonostante qualche alto e basso con le piccole: il suo non era un gioco in stile Gasperini, bensì un calcio semplice che tende a riadattarsi in base all’avversario, ma sempre con la volontà di portare a casa i tre punti. I risultati arrivarono, tanto che a gennaio la Dea riesce ad agganciare il settimo posto. Anche nelle coppe l’Atalanta stupisce: in Europa riesce ad arrivare agli ottavi battendo il Borussia e in Coppa Italia si spinge fino alla semifinale.
Dal rinnovo mancato al calo fatale in primavera
Le cose però cominciano a cambiare tra l’andata e il ritorno della sfida contro il Bayern, dove il tentennamento sul rinnovo fino al 2029 dopo l’1-6 a Bergamo ha portato Palladino a essere visto in un’altra maniera. Per pura fatalità, da lì inizia un calo non indifferente nel quale l’Atalanta non riesce ad agganciare il treno delle prime sei perdendo punti con le piccole (lo stesso difetto riscontrato a Firenze) e soprattutto mostrando un atteggiamento diverso rispetto ai primi mesi: che nel frattempo diventano una giustificazione a fronte di certe prestazioni, e i cosiddetti “giorni liberi” sono stati la pietra scagliata dalla critica contro il tecnico. Gli ultimi messi hanno visto l’Atalanta perdere in maniera evitabile anche contro la Lazio in Coppa Italia, il che ha dato un ulteriore contraccolpo seppur l’Europa sia praticamente arrivata.
Palladino meritava la riconferma? Per quello che aveva fatto vedere, sulla carta, sì: soprattutto considerando come sia riuscito a rigenerare una squadra con diverse problematiche (non costruita per lui) e a portarla in Europa. Lui ha sottolineato che il suo obiettivo era rimanere per costruire un’Atalanta più forte, ma è chiaro che la situazione si sia ribaltata completamente rispetto a febbraio.
Il tentennamento è passato dal mister alla società dopo il rinnovo rifiutato, e il modus operandi primaverile non ha convinto, seppur Raffaele sia il quarto mister ad aver portato la Dea in Europa al primo anno. Resta forse la sensazione di aver lasciato un lavoro a metà. Eppure, al netto delle difficoltà e dei dubbi riscontrati, Palladino ha riportato l’Atalanta in Europa: un risultato non scontato visto il caos di novembre. Impresa per cui Bergamo, comunque vada, sarà sempre riconoscente.
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