Il capitolo scuse dopo il fallimento: un atto dovuto quanto ipocrita
Conclusa la contesa sul rettangolo verde e consumato il disastro sportivo, si è aperto puntualmente il triste teatrino dei social network con il canonico capitolo dedicato alle scuse ufficiali dei tesserati: un rito che somiglia molto a un atto dovuto ma che porta con sé una dose massiccia di profonda ipocrisia. Il primo a esporsi pubblicamente attraverso i propri profili è stato Esteves, seguito a ruota nella giornata di ieri da Rao e Dorval: due messaggi scritti con il bilancino che aprono la strada a una lunga serie di dichiarazioni standardizzate che gli altri compagni di squadra pubblicheranno nei prossimi giorni. Se da un lato ammettere le proprie colpe di fronte alla città resta un passaggio obbligato e un minimo segno di responsabilità professionale, dall'altro è impossibile non scorgere in queste parole la classica retorica delle lacrime di coccodrillo: un pianto tardivo che arriva quando ormai il danno è fatto e la categoria è stata polverizzata.
Questi fiumi di parole digitali si sarebbero potuti evitare molto semplicemente sul campo: sarebbe bastato sputare sangue e metterci l'anima in ogni singolo contrasto, una dote caratteriale che questo gruppo non ha quasi mai mostrato di possedere durante l'anno e che è mancata del tutto proprio in queste ultime due sfide decisive. Il playout contro il Sudtirol doveva rappresentare l'ultima spiaggia a cui aggrapparsi con la forza della disperazione, il momento esatto in cui gettare il cuore oltre l'ostacolo per salvare il salvabile: la squadra ha invece affrontato il doppio confronto con la solita flemma e una timidezza agonistica disarmante, quasi spettatrice passiva della propria stessa fine. Le scuse via Instagram non cancellano la vergogna di una retrocessione meritata sul campo: una macchia indelebile che rimarrà impressa nella carriera di chi ha preferito affidare il proprio rammarico a un post postumo piuttosto che dimostrare sul prato verde il reale valore di questa maglia.






