Italiano prepara l’addio? Bologna attende il summit decisivo tra tecnico e società
Tra presente e futuro, tra parole d’amore e frecciate neanche troppo velate, il rapporto tra Vincenzo Italiano e il Bologna sembra essere arrivato a un bivio. E l’intervista rilasciata ieri a Repubblica, più che rassicurare l’ambiente rossoblù, ha lasciato la sensazione opposta: quella di un allenatore che stia lentamente preparando il terreno per un possibile addio.
Perché le parole contano. E quando Italiano ribadisce più volte il concetto di “programmazione”, quando sottolinea che lui è ambizioso e lascia intendere che pretenderebbe che anche la società lo fosse allo stesso modo, inevitabilmente il messaggio arriva forte e chiaro. Così come arriva chiarissimo il richiamo ai “rapporti umani” e a quel “i contratti valgono fino a un certo punto” pronunciato nelle scorse settimane. Frasi che sembrano quasi una premessa, una maniera elegante per dire che, senza determinate garanzie, il matrimonio potrebbe interrompersi.
Eppure, nel mezzo di tutto questo, resta una contraddizione difficile da ignorare. Da una parte Italiano spende parole pesanti e importanti per Bologna, per la città, per il pubblico e per l’affetto ricevuto in questa stagione. Dall’altra, però, sembra anche volersi togliere qualche sassolino dalla scarpa. E qui il discorso diventa più delicato.
Perché restare così colpiti dai fischi arrivati dopo nove sconfitte al Dall’Ara fa sinceramente discutere. Nove sconfitte casalinghe. Numeri pesanti, soprattutto per una squadra che per lunghi tratti della stagione, davanti al proprio pubblico, ha offerto prestazioni spente, confuse, senza ritmo e senza reazione. E allora viene spontaneo chiedersi: davvero ci si scandalizza per qualche mugugno?
A Bologna, in realtà, il clima attorno all’allenatore è stato quasi sempre protettivo. Italiano è stato difeso anche nei momenti peggiori, quando il gioco spariva e i risultati pure (vedesi i giri di campo a fine partita per raccogliere gli applausi anche dopo l’ennesima sconfitta casalinga). Altrove sarebbe arrivata una contestazione vera. Lui, che arriva da Firenze, dovrebbe sapere meglio di chiunque altro cosa significhi allenare in una piazza capace di travolgerti quando le cose vanno male.
Per questo sorprende sentirlo soffermarsi addirittura su un insulto isolato urlato dalla tribuna, su quel “sei un fallito” che evidentemente gli è rimasto dentro. Episodi spiacevoli, certo, ma che fanno parte del calcio da sempre. E se questa viene vissuta come pressione insostenibile, allora forse il dubbio è legittimo: quanto sarebbe davvero pronto per ambienti ancora più esigenti?
Perché in piazze come Napoli o Milan, con questa sensibilità, rischi di essere travolto nel giro di poche settimane. Lì non bastano due fischi: lì vieni divorato.
Ma il punto che lascia maggiormente perplessi è un altro. Nelle parole di Italiano manca quasi sempre un vero mea culpa. Non arriva mai una presa di responsabilità netta, una frase semplice e diretta: “In casa abbiamo fallito”. Il focus torna sempre sull’ambiente, sui fischi, sull’amarezza personale. Ed è inevitabile che qualcuno inizi a pensare che dietro queste dichiarazioni ci sia soprattutto la volontà di preparare un’uscita, costruendosi una narrazione che sposti parte della responsabilità all’esterno.
Anche perché il passaggio più significativo è forse proprio quello legato al futuro: “Se mi chiamano, valuterò”. Una frase che apre scenari, alimenta dubbi e lascia una domanda sospesa sopra Casteldebole: cosa vuole davvero Italiano?
Dal punto di vista tecnico, il valore dell’allenatore resta fuori discussione. I risultati europei ottenuti col Bologna hanno peso, così come la crescita di diversi giocatori e la capacità di dare identità alla squadra nei momenti migliori della stagione. Se fosse solo una questione di campo, probabilmente Joey Saputo farebbe bene a tenerselo stretto.
Ma il calcio non è soltanto schemi, pressing e principi di gioco. Conta anche la gestione emotiva, il rapporto con l’ambiente, la capacità di reggere le critiche senza trasformare ogni fischio in una questione personale. Conta la leadership. Conta il modo in cui affronti i momenti difficili.
E allora il vero nodo diventa questo: ha senso andare avanti insieme se la fiducia reciproca inizia a incrinarsi? Se Italiano sente che il progetto non sarà abbastanza ambizioso per lui, oppure se la società percepisce un allenatore già mentalmente altrove, allora forse la soluzione migliore è separarsi subito.
Perché trascinarsi in un’altra stagione fatta di allusioni, frecciatine e conferenze stampa cariche di tensione rischierebbe di logorare tutto. Molto meglio una scelta chiara, da adulti, senza rancori né recite. Restare insieme, nel calcio, ha senso solo quando entrambe le parti guardano davvero nella stessa direzione.
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