La grande lezione di vita di Roberto Muzzi
Vittorio Arba
Roberto Muzzi, nell'arco della propria carriera e soprattutto nell'arco della sua esperienza cagliaritana, si è contraddistinto per i gol e non solo. L'ex numero 11 rossoblù ha sempre dimostrato attaccamento alla maglia, sicurezza nei propri mezzi e soprattutto ha sempre avuto quella "fame" che contraddistingue quei giocatori partiti dal basso e che con tanta voglia e determinazione raggiungono determinati obiettivi. Negli ultimi giorni, come spesso accade in questo periodo ogni anno, sono spuntate fuori sui aocial delle dichiarazioni di Muzzi, viste come un'autentica lezione di sport e di vita. In realtà, queste parole risalgono al novembre del 2028 e furono rilasciate ai colleghi di ToroNews. Nonostante ciò, le dichiarazioni di Bum Bum Muzzi, risultano tuttora attuali: "Le ultime generazioni sono cambiate tanto dalla mia. Nessuno gioca più per strada. Di campetti ne sono rimasti pochi e c’è anche più delinquenza per cui i genitori non si fidano più a lasciar andare i figli. Da piccolo io scendevo di casa al pomeriggio e tornavo alle 9 di sera. Quella è una scuola che mi è servita tantissimo e come a me anche ai vari Baggio, Del Piero, Vialli, Mancini. Con Francesco Totti io ci sono cresciuto e dopo scuola buttavamo giù le serrande dei negozi chiusi a furia di pallonate.
Il primo giorno in cui sono entrato a Trigoria per allenare gli Esordienti della Roma ho fatto fare una partitella. Non ho dato le casacche ai ragazzini e i responsabili mi hanno rimproverato: “Roberto, non puoi non far indossare le casacche, i ragazzi poi non si riconoscono in campo”. “Ma tu da piccolo ci hai mai giocato per strada? Avevi le casacche?”. Io sapevo che ero in squadra con il bambino col maglione blu, con quello vestito di rosso e con quello con la maglietta gialla. In questo modo ho imparato ad alzare la testa e guardare dove passare la palla.
In tutta Europa la situazione è praticamente la stessa. Invece l’unico posto che continua a sfornare campioni sapete qual è? Il Sud America. Lì si continua a giocare per strada, tra le case e quando poi i ragazzini si confrontano con i nostri, a pari età, sono tecnicamente molto più forti. Ma davvero tanto. Se i giocatori più forti della storia sono Maradona, Pelè, Ronaldo, Messi e arrivano tutti da là, un motivo ci deve essere.
Mio figlio purtroppo è già di quella generazione che non ha vissuto queste cose. Io ho cercato di spingerlo ad andare ai giardini o a giocare in qualche campetto, però ero l’unico. I suoi amichetti preferivano stare a casa a giocare con la Playstation.
Gliel’ho detto un sacco di volte: “Fai la tua strada, se ti piace continui, altrimenti vai a lavorare”. Non c’è nulla di male e non è detto che lui diventi un calciatore. A 14 anni io facevo il carrozziere e so quanto valgono 1.200 euro al mese. Quello del calciatore o dell’allenatore è un mestiere che richiede grandissimi sacrifici, ma ripaga con tantissimi soldi. Ma chi fa il muratore, l’operaio, il meccanico si fa un culo enorme per uno stipendio molto, ma molto più basso. Bisogna rispettare tutti i lavori, soprattutto quelli più duri del nostro. A me interessa solo che mio figlio sia felice e vorrei fargli vedere che anche la gente normale che ha un lavoro normale e non può permettersi la Ferrari, ma soltanto una macchina normale, può e sa essere felice e costruirsi una famiglia stupenda". Questa, la grande lezione, di uno dei giocatori più amati nella storia del Cagliari.


