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Lorenzo Venuti: “Con l’infortunio mi è mancata la terra sotto i piedi, ma ora sono pronto”
Il difensore classe 1995 è pronto a tornare: “Vorrei un percorso che sviluppi idee. De Zerbi? Il suo calcio mi ha cambiato”
“Mi è mancata la terra sotto i piedi, ma adesso sto bene e ho voglia di tornare a correre per onorare il sacrificio con il sudore”. Lorenzo Venuti affronta il presente con grande serenità, parla della sua condizione da svincolato e dell’infortunio patito nel dicembre del 2025, quando nel corso della partita tra Sampdoria e Reggiana il suo ginocchio destro ha ceduto: lesione del legamento crociato anteriore. Un brutto imprevisto che ha costretto ai box il difensore, obbligandolo a un periodo di inattività che Venuti ha saputo rendere produttivo: “Non posso negare che è stata dura, ho perso di punto in bianco tutta la mia quotidianità e riorganizzarsi, anche mentalmente, è un esercizio che prevede molta elasticità”.
Dove hai trascorso questo periodo di cura e riabilitazione?
“Firenze, ho scelto casa. L’ho fatto per avere il sostegno delle persone che mi vogliono bene. Anche per distrarmi e portare un po’ la testa altrove”.
Si dice che periodi così possono aiutare a conoscersi meglio. Su di lei che effetto ha avuto?
“È stato un viaggio a tappe, ho superato tutte le fasi. All’inizio prevale un po’ di angoscia. Quando intravedi il primo bagliore, non puoi ancora avere il fisico a sostegno e c’è uno squilibrio testa-corpo che va appianato nel tempo, nutrendo lo spirito”.
Sono più le cose che hai perso o quelle che hai guadagnato?
“È un bilancio aperto, una situazione che ti nutre e ti svuota. Come al solito dipende molto dalla reazione che riesci ad avere quando ti ritrovi spalle al muro. La prima cosa che capisci concretamente è quanto possano essere vicine cose che invece sei abituato a percepire lontane. Quando poi ti ci ritrovi dentro…”
Cosa cerchi adesso che ti senti bene?
“Ambizione e crescita. Non può bastarmi il compitino, vorrei far parte di un progetto che sviluppi idee”.
Un bel punto di partenza. Anzi, di ripartenza…
“Il lavoro di Roberto De Zerbi mi ha cambiato. Quando smetterò di giocare, e spero quindi un giorno molto lontano, inizierò ad allenare. Proprio per quella che è stata la sua influenza”.
Cosa ti ha impressionato di De Zerbi?
“La maniacalità nella continua ricerca di organizzazione e soluzioni. La credibilità, la costanza di insistere su un’idea di gioco anche di fronte alle avversità che si presentano. Si segue e si applica un’idea, la si condivide e si va avanti con quella”.
Aiuta a dare certezze a chi è in campo?
“Un calciatore si aggrappa alle certezze. Guardate il mio Benevento, presi singolarmente non eravamo certo dei fenomeni, eppure il collettivo ha elevato ognuno di noi”.
Come mai sei dovuto andare all’estero?
“L’assillo del risultato può creare divergenze tra allenatore e società. Ma stanno arrivando altri tempi e sarà necessario per tutti iniziare a vedere il calcio anche in modo diverso. De Zerbi non si limita a dirti di fare una o l’altra cosa, ti spiega anche perché, dove e quando. Ti offre la soluzione all’imprevisto”.
Hai avuto anche Vincenzo Italiano…
“Un altro maestro nel preparare le partite nel minimo dettaglio. Quando vai in campo sai tutto quello che devi fare e questo ti aiuta. È come presentarsi a un appello d’esame con la coscienza pulita di chi sa di aver studiato al massimo”.
In cosa sta cambiando il calcio?
“Per ogni allenatore, in passato, era sufficiente essere dei buoni gestori. Adesso non basta più, occorre conoscenza e organizzazione”.
Che idea ti sei fatto in merito al momento che attraversa il calcio italiano?
“Mi piacerebbe che ogni problema si affrontasse partendo sempre dal campo, ma mi rendo conto che invece le soluzioni le si cerchi spesso a distanza del rettangolo di gioco”.
Cosa intendi?
“La formazione degli allenatori è fondamentale per elevare il sistema calcio e ce lo sta spiegando la Spagna, che ai Mondiali non era forte quanto la Francia, ma ha vinto con la propria idea. E se anche avesse perso, con quei principi, che coltiva da anni, tutti i giorni, può competere ad alto livello”.
C’è tanta differenza tra i giovani della tua generazione e quelli di adesso?
“Ai miei tempi, quando mi allenavo in prima, mi spogliavo in qualche sgabuzzino. Oggi c’è una tutela diversa e si sentono tutti in dovere di fare immediatamente le stesse cose che magari un altro calciatore ha conquistato dopo cinque o sei anni. Io credo che all’inizio si debba pensare innanzi tutto ai doveri e che ognuno debba costruirsi una strada con rispetto”.
C’è qualche colpo di questo mercato che ti ha colpito particolarmente?
“Sono molto curioso di vedere Mastantuono a Firenze”.
Se fossi un ds, chi prenderesti?
“Sarei alla continua ricerca della duttilità. I ruoli diventano posizioni ed è necessario capire in breve tempo le dinamiche di una partita o di un momento. Kvaratskhelia a oggi è il calciatore più determinante al mondo, per quella rabbia che ha dentro quando ti attacca e allo stesso tempo per la determinazione che mette in quelle corse all’indietro di 50 metri”.
Ce n’è un altro?
“Sì, l’altro è Valverde. Gioca ovunque e questo dimostra grande elasticità di pensiero”.
Non hai nominato Venuti…
“Perché non posso mica peccare di superbia (ride, ndr). Però sono pronto, questo posso dirlo”
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