Come se non fosse cambiato nulla. Con il piccolo dettaglio che non andremo al Mondiale
Gravina non se ne va. Mancini non se ne va. Bonucci, ovviamente, non se ne va. A quattro giorni dalla sciagurata serata del Barbera, quando l'Italia ha detto addio inopinatamente al Mondiale grazie al tiro di Trajkovski, la situazione è quasi gattopardesca, come del resto spesso capita. Era successo così anche con Tavecchio, ma non con Ventura, esonerato pochissimi giorni dopo la devastante eliminazione con la Svezia, la prima in sessant'anni. È chiaro che se Mancini non avesse vinto l'Europeo, qualcosa sarebbe cambiato. O meglio, lui sarebbe stato cambiato, Gravina anche, Bonucci magari sarebbe rimasto lì per l'ultimo quadriennio della sua vita calcistica.
Ma è come se davvero non fosse cambiato nulla. La vita scorre e va avanti, Mancini preferisce rimanere in sella rispetto a salutare e cambiare. È ovvio che farlo prima della trasferta senza senso di Konya non fosse possibile. Forse nessuno pensava che il commissario tecnico sarebbe rimasto. È però un segnale rispetto a quello che succede in Italia, dove ogni mezzo fallimento viene visto come una opportunità di cambiare l'allenatore. Più di una sconfitta tecnica, quella di Mancini è stata una batosta psicologica. Da martello è diventato incudine troppo presto, forse con la pancia piena e la sensazione che la maturità di alcuni calciatori facesse la differenza.
Il Mancio gode di una stampa molto migliore di quella di Ventura. Però c'è sempre un aspetto da considerare, perché il piccolo dettaglio è che non andiamo al Mondiale. Non è un qualcosa da poco, ma da ogni fallimento ci può essere una ripartenza. A patto che non sia solo un modo di riempirsi la bocca come hanno fatto già in troppi, dall'eliminazione fino a ora. Il movimento calcio avrebbe bisogno di riforme radicali che non possono essere fatte, in questo momento, anche per le regole vigenti. Sarebbe facile dire di ripartire dai vivai, a patto di farlo davvero, ma vorrebbe dire ripensare completamente un meccanismo, dalla A in giù, che sta bene un po' a tutti. Tranne ai tifosi.






