Il paradosso del rivale sano
Questo articolo ha un assunto provocatorio solo in superficie.
La sostanza, se mi seguite, non lo è.
In un momento storico in cui il Milan ha un presente anomalo e un futuro incerto. In una stagione in cui la Juventus non è riuscita a qualificarsi nemmeno per la Champions, è inevitabile che i tifosi interisti gongolino. E’ giusto, è sano ed è naturale.
Tuttavia, se analizziamo meglio la questione sarebbe meglio che il declino non fosse inarrestabile.
Prendiamo in mano i bilanci. La Serie A ha recentemente toccato un fatturato aggregato di 2,9 miliardi di euro. Sembrano tanti, e lo sono, ma se si guarda il tasso di crescita, l'Italia è l'ultima della classe tra i grandi campionati europei. La fetta più grossa di quella torta arriva dai diritti televisivi. Un mercato da circa 900 milioni di euro l'anno, di cui una parte significativa è distribuita in base ai cosiddetti "seguaci popolari", ovvero quelli che attirano l'audience: Inter, Juventus e Milan. I dati sono evidenti: nella stagione 2025/26, gli ascolti TV della Serie A hanno sfondato il muro dei 266 milioni di spettatori, crescendo dell'8%. E a guidare questa classifica? Juve, Inter e Milan, nell'ordine. Le partite che fanno impennare l'audience, e quindi il valore del pacchetto televisivo, sono quelle stracittadine. Milan-Inter, Inter-Juve, Milan-Juve. Se una di queste big dovesse diventare un'irrilevante comparsa, l'intero mercato televisivo ne risentirebbe. E i ricavi televisivi sono la linfa vitale per tutti, Inter compresa.
Nella stagione 2024/25, i ricavi complessivi di Inter, Milan e Juventus hanno superato 1,6 miliardi di euro. Solo questi tre club hanno valicato la soglia dei 300 milioni di euro di ricavi. Sono loro, e solo loro, il motore economico del sistema. Sono loro che, con i loro ingaggi, i loro stadi (o progetti di stadio) e il loro brand globale, riescono a spingere in alto la barca di tutti gli altri.
Immaginiamo per un attimo uno scenario da film distopico. Milan e Juventus spariscono dalla scena. Non retrocedono, ma diventano meteore, club inconsistenti che lottano per la salvezza. Cosa succede?
Il prodotto Serie A, già in crisi oggi, perderebbe il suo fascino più grande: la rivalità ad alto livello. Gli interisti forse sarebbero felici ma gli spettatori, italiani e stranieri, si stuferebbero di vedere l'Inter vincere 4-0 tutte le domeniche. L'audience crollerebbe, e con essa il valore dei diritti TV. L'Inter si ritroverebbe a dover rinegoziare un contratto nazionale da fame, perdendo decine di milioni di euro all'anno.
I grandi sponsor globali (es. Emirates, Adidas, Nike, Pirelli) firmano contratti pesanti solo con brand storici e globali. Senza club dal forte richiamo commerciale nei comitati europei, l'Italia perde peso politico nelle riforme dei tornei e nella spartizione dei premi finanziari.
Nel periodo drammatico tra il 2012 e il 2019, quando la Juventus non aveva quasi rivali, ad eccezione di Napoli e Roma, mentre Inter e Milan avevano problemi societari, il fatturato della Juventus è passato da circa 213 milioni (2012) a oltre €460–490 milioni nel 2019. L'Inter ha oscillato a lungo intorno ai €160–200 milioni, faticando a crescere fino all'arrivo di Suning. Nel triennio 2012-2015, i diritti TV domestici della Serie A valevano circa €830 milioni a stagione. Nel triennio 2015-2018 sono saliti a circa €945 milioni. La vera crisi è stata sui diritti TV esteri: mentre la Premier League superava i 1,5 miliardi a stagione all'estero, la Serie A incassava appena €180–300 milioni a stagione fuori dall'Italia, proprio a causa della mancanza di appeal internazionale del prodotto.
I coefficienti UEFA si costruiscono vincendo partite in Europa. Servono squadre che vadano lontano in Champions, Europa League e Conference. Se Milan e Juventus non sono competitive, il ranking italiano sprofonda come già sta accadendo (l'Italia è attualmente quinta nel ranking UEFA, alle spalle di Portogallo e Francia). Meno squadre italiane in Champions League significa meno posti, meno soldi e meno appeal per i top player. L'Inter si ritroverebbe a giocare una Champions League da sola, circondata da squadre minori, in un campionato che non la prepara più alle scintille europee.
I grandi marchi pagano profumatamente per essere associati a un campionato vibrante e competitivo. Juventus e Milan sono tra i club con gli sponsor tecnici e main sponsor più ricchi d'Italia: il Milan incasserà 35 milioni dalla Emirates dal 2026/27, così come l'Inter. Se diventassero irrilevanti, anche il potere contrattuale dell'Inter ne risentirebbe, perché il "prodotto" Inter sarebbe meno attraente se giocasse in un campionato senza grandi rivali.
In pratica, l'Inter diventerebbe il PSG della Ligue 1 ma senza i finanziamenti che arrivano dal Qatar. Un club che vince sempre, ma che non cresce mai veramente, perché la competitività interna è la vera forgiatura dei campioni.
Puoi vincere lo scudetto con 20 punti di vantaggio. Puoi accumulare ricavi record come quelli di 567 milioni di euro registrati dall'Inter nel bilancio 2025. Puoi anche vantare un utile di 35 milioni, il primo della tua storia recente. Tutto bellissimo. Ma in Europa, contro i colossi che hanno budget tripli e campionati iper-competitivi, la differenza la fa l'esperienza maturata in partite vere, contro avversari ostici, giocate in un ambiente di pressione costante.
Se il tuo campionato è una passeggiata, le gambe e la testa non sono abituate a correre per 90 minuti contro le corazzate del continente. Se Milan e Juventus sono a terra, l'Inter si priva dei due grandi termometri che misurano la sua reale temperatura europea. Perde la possibilità di testarsi contro altre filosofie di gioco, contro altri campioni, contro altre pressioni.
La prossima stagione l’Inter dovrà sperare che anche Roma, Napoli e Como vadano avanti in Champions e che Milan e Juventus vadano in fondo (anche senza vincere la competizione). Un avversario forte non è solo un nemico da abbattere. È uno strumento per crescere, uno specchio per migliorarsi, un motore per alzare l'asticella.


