Vincere è l'unica cosa che conta. Ma anche raccontare bene una storia ha il suo perché
Un anno fa Igor Tudor riusciva a qualificarsi in Champions League. Cristiano Giuntoli era a un passo dal nuovo allenatore Antonio Conte - che ora non ha nulla in mano, è vero, ma dodici mesi aveva la possibilità di andare alla Juventus - mentre le polemiche infuriavano sui social. Male Thiago Motta, indiscutibilmente vero uscendo ai quarti di Coppa Italia e ai playoff di Champions, invece l'ex difensore aveva puntato tutto sulla retorica del gruppo, della grande Juventus, di quanto era bella la maglia. Risultato: via Giuntoli perché non arriva Conte, dentro Comolli che fa due anni di contratto a un Tudor già scaricato dalla piazza (e scaricato dalla Juve appena si è potuto).
Poi arriva Luciano Spalletti. Condottiero del Napoli di tre anni fa, quando aveva Kvara, Kim e Osimhen - che Conte non aveva - e senza un vero avversario, in un anno stranissimo laddove l'Inter arriva fino alla finale di Champions ma rischia di licenziare Simone Inzaghi a marzo perché ha subito undici sconfitte. Poi tutto viene rivalutato e Spalletti finisce in Nazionale: buona scelta, pessimo epilogo per quanto si è visto con la Norvegia.
Un anno dopo la Juventus è uscita dalla Champions perché ha fatto un punto in due partite fra un Verona retrocesso e una Fiorentina già salva. Eppure Spalletti è saldo al suo posto. Non è sbagliato, è giusto dare del tempo. Però vincere, dall'anno prossimo, tornerà a essere l'unica cosa che conta. Perché per più di dodici mesi raccontare una storia - indorando la pillola - ha avuto il suo perché.
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