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Il Milan saluta Leao, il campione che non è diventato. Arbitri, il muso duro non basta. Malagò decide tutto da solo, Serie A di sasso: ma non lo conoscevano?TUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Ivan Cardia

Il Milan saluta Leao, il campione che non è diventato. Arbitri, il muso duro non basta. Malagò decide tutto da solo, Serie A di sasso: ma non lo conoscevano?

Se ti contendono Aston Villa e Galatasaray, con tutto il rispetto, qualche domanda te la devi porre. Bradley Barcola e Rafael Leao sono separati da tre anni e un centinaio di milioni di euro: il gap tra il trasferimento multimilionario del francese e la telenovela low cost del portoghese è solo un riferimento da fine mercato, per raccontare cosa il Milan si appresta a salutare. Un giocatore decisivo per l’ultimo scudetto rossonero, questo sì, che poi però si è fermato e ha iniziato a segnare sempre meno gol, proprio mentre il mondo s’aspettava che esplodesse. Lascia Milano un campione solo in potenza, che a 27 anni non è mai davvero riuscito a entrare nel novero dei calciatori top in giro per il mondo, pur spesso considerato tra i 2-3 migliori della Serie A. Non è un talento sprecato, non esageriamo: a meno di uno scatto nei prossimi mesi - e Rafa ne ha tuttora possibilità e potenzialità -, resta però uno dei tanti what if che raccontano in una certa misura com’è diventato il nostro campionato. Sì competitivo e avvincente, per carità, ma dove un non più ragazzo resta promettente in eterno. È un campionato, quello italiano, dove negli anni si è progressivamente abbassato il livello della classe arbitrale, e pure della disponibilità a un confronto serio, non polemico. Pronti via, la prima giornata fa segnare una bella polemica per il gol di De Bruyne, e non c’è nemmeno Open Var - tornerà prossimamente, in una veste ancora più edulcorata e corretta del giustificatorio visto nelle ultime puntate - a spiegare perché e per come. Chi ha visto Daniele Orsato arbitrare non si stupisce che il metro di giudizio suggerito ai suoi fischietti sia questo, all’inglese per usare una terminologia desueta: lui dirigeva così, non potrebbe essere credibile chiedendo altro alla sua squadra. Il problema è che, se fissi un benchmark, poi devi mantenerlo, e non fischiare un paio di contatti molto simili (per esempio) in Juventus-Frosinone. Non sono gli errori a far arrabbiare, è semmai il constatare che sono tutti diversi. La linea, un po’ celodurista e un po’ giochista, la fissa anche Roberto Rosetti a livello internazionale. Gli piacerebbe che il VAR tornasse alle origini, dedicato ai chiari ed evidenti errori e non alla sevizia dell’episodio più borderline: il VAR c’è da un po’ di anni e siamo ancora qui a parlare di come funzioni, incredibile. Allo stesso tempo, Rosetti boccia il challenge, visto in C italiana e spagnola con il Football Video Support: “Gli arbitri arbitrino, gli allenatori allenino e i giocatori giochino”. Molto poetico, ma in questo mondo di decisioni soggettive è difficile pretendere che un tecnico stia calmo se vede un giudizio bislacco. Gli arbitri devono tornare protagonisti, dicono in sostanza Rosetti e Orsato: giusto, per carità. Il problema è che loro, come pure Rocchi (che ingiustizia che ha subito con un’inchiesta basata sul nulla), Rizzoli per non arrivare a Collina, potevano permettersi il pugno e il muso duro. Perché erano bravi. Se oggi un Marinelli o un Maresca - nomi a caso, fino a un certo punto - vanno a tu per tu con un giocatore, magari il capitano della squadra (è successo davvero), non risultano credibili perché non hanno lo stesso spessore. Per essere autorevoli bisogna alzare il livello, altrimenti si è solo autoritari e non la finiamo più di fare polemiche, già alla prima giornata. A proposito di polemiche: ne ha fatte Ezio Simonelli, presidente della Lega Calcio Serie A, per la decisione di Giovanni Malagò di ritirare il supporto a Gianni Infantino. Un atto che doveva arrivare un mesetto fa: l’impressione è che - al di là delle questioni tecniche e statutarie, sottigliezze che al grande pubblico fregano giustamente meno di zero - in via Rosellini la minima fuga in avanti (se si può considerare tale, l’Italia era tra le poche federazioni europee a non aver ancora formalizzato l’inevitabile, che non è detto diventi utile) sia stata il pretesto per mettere i puntini sulle i dopo un paio di vicende che hanno spiazzato i club del massimo campionato. In primis, ovviamente, la nomina di Roberto Mancini, a cui la Serie A (o meglio, i grandi club della Serie A) non ha mai nascosto di preferire Antonio Conte (a ragione, ma questo è un giudizio personale). E poi soprattutto quella di Diana Bianchedi a capodelegazione, che nessuno ha capito anche perché le modalità di comunicazione sono state oggettivamente discutibili. La Serie A (in parte: Marotta ha smorzato la polemica, del resto è uno dei pochi che è stato quantomeno informato della novità su Infantino) è un po’ spiazzata dal fatto che Malagò decida (quasi) tutto da solo, e francamente non si capisce perché dovrebbe fare altrimenti: è nello sport da parecchi decenni, il suo modus operandi è sempre stato quello, ha ottenuto risultati e credibilità. Può non piacere, ma proprio la Serie A - che l’aveva già avuto come commissario di Lega e ci aveva bisticciato - l’ha scelto come candidato federale. Viene il sospetto che non ricordassero con chi avessero a che fare. O che magari servisse davvero solo un nome di grido dopo tre Mondiali saltati, affinché gattopardescamente tutto rimanesse com’era.

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