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C’è luce in fondo al tunnel: la boccata d’ossigeno azzurro che serviva. Malagò re senza trono: stiamo perdendo tempo che non abbiamo. Cuesta deve aver perso una partitellaTUTTOmercatoWEB
ieri alle 23:15Editoriale
di Ivan Cardia

C’è luce in fondo al tunnel: la boccata d’ossigeno azzurro che serviva. Malagò re senza trono: stiamo perdendo tempo che non abbiamo. Cuesta deve aver perso una partitella

Fuori di ipocrisia: è più facile scrivere dopo un tracollo che dopo una vittoria. La pars destruens è più semplice: tutti giù dalla torre, e vediamo se non crolla. E però meno male che non è questo il caso. L’Italia vista a Bursa non ha certo fatto rinnamorare i tifosi dell’azzurro: c’è ancora tantissima strada da fare, ci sono maggiorenni che non hanno un ricordo della Nazionale ai Mondiali, la ferita sanguina ancora. Però c’è una luce in fondo al tunnel: Roberto Mancini, il ct che nessuno - noi compresi - voleva, ha messo in campo una squadra giovane ma non giovanissima, che ha giocato, vinto e pure divertito. Era la boccata d’ossigeno che serviva, difficile da confermare ora che ci sarà la sfida con quei giganti cattivi della Francia, ma che almeno alimenta una fiammella di piccolo entusiasmo. Da coltivare e raccontare a bassa voce: non siamo mica tornati, al massimo saliamo e scendiamo. Però ci sono i dribbling di Sebastiano Esposito e c’è il gigante buono di suo fratello Pio, c’è la classe di Tonali, c’è qualche giovane da inserire con i tempi giusti. C’è vita, oltre l’azzurro tenebra di Zenica. E questa è comunque una bella notizia. In tribuna a sorridere, giustamente, c’era Giovanni Malagò, presidente della FIGC che a breve si appresta a non esserlo più. Un appunto sulle tribune: all’Olimpico ha fatto discutere l’immagine dello stesso Malagò che seguiva la gara insieme agli ex amici - oggi decisamente avversari politici - Andrea Abodi e Luciano Buonfiglio. Verrebbe da dare ragione a Daniele De Rossi, se non fosse che qui il problema non è chi parla di calcio senza un minimo di background professionale, ma chi parla di come si sta al mondo senza saperne evidentemente nulla. Vivaddio che tre esponenti politici di alto livello riescano a seguire una partita senza guardarsi in cagnesco o litigare come se fossero gli ultimi dei villani. Sarebbe stato preoccupante il contrario. Che poi a Malagò stiano per fare le scarpe, ormai non è più in dubbio. Solo un mezzo miracolo potrebbe salvare la FIGC dal commissariamento, e poco importa che la vicenda da cui è nato tutto possa sembrare un’inezia. Lo è rispetto al consenso raccolto da Malagò, non se si considera che le regole elettorali - cioè le regole del gioco - devono necessariamente essere uguali per tutti. Malagò, peraltro, poteva fare un sacco di cose per evitare questo finale, a partire dal non infastidire un po’ tutti con una serie di scelte (Bianchedi capodelegazione ancora prima di Mancini ct) per nulla condivise con chi l’aveva eletto, che oggi l’appoggia più per dovere istituzionale che per convinzione. Su tutte, sarebbe bastata una mossa: dimettersi agli albori della questione, sistemare il problema e chiedere un nuovo voto. Avrebbe stravinto; se si presentasse domani, chissà. Sta di fatto che da questa vicenda perdiamo tutti: il calcio italiano era arrivato all’elezione di Malagò nel momento più basso della sua storia recente, ed è ancora immerso nelle sabbie mobili. C’è un Europeo da difendere con i denti. C’è una Nazionale che ha bisogno di rimettersi al centro del villaggio. Il commissariamento aprirà una lunga fase di ricorsi: prima dell’inizio del 2027 - nel migliore dei casi - l’impasse non si sbloccherà. È tutto tempo che non abbiamo e che stiamo bruciando. Chiudiamo con una vicenda che sa di nazionale solo se si considera l’approssimazione uno sport nazionale, appunto. Carlos Cuesta forse ha perso una partita in allenamento. Sarebbe l’unica spiegazione logica per le tempistiche di un esonero che ormai non si aspettava più nessuno. Una vicenda abbastanza grottesca: questo giovane ragazzo che prima o poi tanti sono convinti di vedere all’Arsenal - il suo modello, dichiarato o meno, è Mikel Arteta - saluta la Serie A dopo cinque giornate. Al suo posto Alberto Gilardino (auguri): un esonero arrivato molto presto, se si considera la fase del campionato in cui siamo - ma è già la terza panchina a saltare -, o molto tardi, se si pensa che già in estate a Parma c’era chi mugugnava. Eppure l’anno scorso Cuesta ha salvato il Parma, una squadra buona ma non ottima, con relativa facilità. Gli si contestava l’haram football di cui a livello europeo è un nuovo sostenitore proprio Arteta: a causa del suo calcio troppo speculativo, il giovane spagnolo non avrebbe valorizzato a sufficienza la rosa a sua disposizione. Poi, certo, in estate il Parma ha venduto a suon di milioni Suzuki, Circati e Pellegrino. Portiere, difensore centrale e centravanti: la spina dorsale di una squadra. Chissà chi li ha valorizzati.

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