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La poetica della JuventusTUTTO mercato WEB
domenica 10 dicembre 2023, 21:15Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

La poetica della Juventus

Ti aspetti di trovare poesia in una rivista di poesia? Le cose non sono così semplici. (Charles Bukowski)

Quella di Juventus-Napoli speravo fosse una serata particolare, come quella che canta Dalla nella Sera dei Miracoli, una sera così dolce che si potrebbe bere da passare in centomila in uno stadio. E dolcezza è stata, tutta da sorseggiare, gustandola fino in fondo, caramellata dalla vittoria contro i campioni d’Italia, scucendo dal loro petto un bel tratto di scudetto tricolore.

Tra i miracoli vi è una fiaba, quella di un uomo puro che onora, con la fatica e l’abnegazione, l’intelligenza e la cultura dello sport, lasciandoci negli occhi la sua immagine di ragazzo invulnerabile che rinvia al mittente le critiche iniziali che nemmeno sono riuscite a scalfirlo: è Federico Gatti, la sentinella del fortino bianconero, trasformatosi in goleador e match winner.

Non c’è dubbio, il calcio è poesia, è un gioco che vale la vita, perché anche il poeta ha il proprio campo verde ove parole, colori e suoni vanno verso l’esito felice. Fa anche lui il gol o lo lascia fare, dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di avere colpito il segno. Gatti, sulla carta gregario, in campo poeta, ci ha preso tutti per mano portandoci in quella rete azzurra, proiettandoci verso vette da capogiro. Poeta, sì, di una poesia dura, faticosa. Del resto l’etimo della parola lo rivela con chiarezza: non servono lauree, allori sul capo, né diplomi per creare poesia, né possono dirsi tali tutte quelle che giacciono catalogate in un’antologia. Serve invece darsi da fare, a fatica e con onestà. Il contrario di poesia non è banalmente prosa, è piuttosto atarassia, cioè il non sentir nulla di fronte ad un tramonto, ad una melodia, ad un affresco michelangiolesco, ad un Allianz impetuoso e sventolante dodicesimo uomo in campo, al cuore che palpita per un’impresa di battere l’avversario e ritornare sulla vetta della classifica: tutti i bianconeri venerdi sera hanno composto versi indelebili. È giunto il momento di poetizzare ogni partita, senza fermarsi più fino alla fine, non trascurando mai il verbo greco di partenza, ποιέω, fare, darsi da fare!

Il successo immortale, la popolarità e diciamo pure l’innocenza del calcio sta appunto nel modo come in esso si realizza questa moderna forma di fiaba poetica, nonostante i pensieri pregni di invidia di gente che vorrebbe cancellare ciò che di fantastico il calcio vuole ancora regalarci. L’intuito è nella fantasia dei poeti e dei fanciulli, e si sostanzia in quella parata futurista boccioniana di Szczęsny sul tiro a botta sicura del capitano del Napoli: da scolpire, per rappresentare simbolicamente il movimento e la fluidità del gioco che fa ruzzolare il mondo dei tifosi nei sogni più desiderati e timidamente sognati.

La Juventus d’oggi ricorda vagamente quella della rinascenza degli anni settanta, dove erano scomparsi gli assi stranieri, consunti dalla lunga autarchia imposta dalla federazione d’allora. Una Juventus che aveva rinunciato anche alla sacra figura del regista centrale per affidarsi a un centrocampo di cursori e di guerrieri. Era una Juventus molto equilibrata, certamente meno spettacolare, ma con un tasso medio elevatissimo, senza punti deboli. Con meccanismi trapattoniani perfetti, la copertura di Furino per le avanzate di Scirea, gli interscambi fra Benetti e Tardelli. E se c'era da battersi in trincea, nessuno tirava indietro il piede, potete scommetterci. Qualcuno obietterà che l’allegriana d’oggi è piena di gregari, forse troppi e si sa, nello sport, sono quelli che sacrificano tutto per il leader, facendosi portatori dei fardelli altrui, delle borracce piene di acqua e delle frustrazioni, perché è dalla loro sconfitta che avrà origine la sua vittoria, la loro vittoria... Ma se non c’è il campionissimo, questi gregari per chi si sacrificano? Chi infine vincerà? È vero, forse non ci sono campionissimi che vestono oggi il bianconero, ma se anche ci fossero in campo soltanto undici gregari - campioni invisibili - combatterebbero tutti per la loro stella fissa, la luccicante e immortale Juventus, accompagnandola senza più indugiare verso l’agognata vittoria tricolore.

Roberto De Frede