La coppa della "vergogna"
Una delle caratteristiche che fanno del calcio lo sport più bello del mondo è l’imprevedibilità. La Juventus di Champions (che tradotto vuol dire “Campioni”!), quella “ammirata” contro il Villareal, ha abbattuto definitivamente il muro di questa naturale peculiarità, costruendo in quattro anni consecutivi una terribile e mortificante certezza assoluta che non fa più notizia: l’eliminazione costante, con allenatori diversi, agli ottavi di finale, per giunta con “squadrette”, dopo quelle con Ajax (ai quarti, ma stessa pasta), Lione e Porto. Tanto è vero che stranamente nessuna tifoseria italiana avversaria ha fatto festa sparando fuochi artificiali e scendendo in piazza a bere birra, perché ormai è diventata triste consuetudine; così come a Torino i bianconeri quasi non brindavano più agli scudetti (ora lontana chimera!), così i rivali si sono abituati con molto piacere e normalità a questa tradizione juventina perdente europea.
Dopo il triplice fischio finale dell’arbitro e sommersi dai giusti fischi dei tifosi i bianconeri in campo erano dispiaciuti, occhi lucidi, qualcuno forse per congiuntivite, altri per inizio sintomi covid (vedi Locatelli), qualche altro con lo sguardo imbambolato rivolto alle stelle. Un Allegri che consolava un po’ tutti, chissà invocando di stare calmi, come si fa quando si combatte fieramente in un leggendario incontro sportivo e lo si perde con l’onore delle armi. Uno spettacolo surreale paurosamente vero. Non mi pare sia stata una partita, seppur persa, da celebrare nei secoli! I “leoni di Highbury” sono ben altra cosa, e invito i nostri calciatori a sfogliare le pagine di storia del calcio, commuovendosi per le gesta dei loro predecessori, tentando di emularli. Se una partita di calcio viene trasformata in una lunga soporifera attesa, sperando che l’arbitro usi al più presto per tre volte il suo fischietto, senza emozioni e battiti accelerati, meglio non giocarla e risolverla a tavolino, perdendola ugualmente 3 a 0!
Al posto degli “stralunati dell’Allianz” avrei provato “vergogna”, non per aver semplicemente perso e buttato via una qualificazione (può succedere!), ma per il modo in cui si è arrivati ad una ennesima “Caporetto europea”. Sì, vergogna. Spero fortemente che lo stesso impulso lo abbiano provato anche loro, e forse solo nascosto dinanzi alle telecamere. Quel sentimento nobile è espressione di chi ha un cuore; un profondo senso di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna di altre persone per comportamenti tenuti in campo, oggetto di giudizi sfavorevoli, di disprezzo o di discredito. Meglio ancora descritta da un illustre linguista dell’Ottocento: “Quel sentimento penoso e umiliante che l’uomo prova dal non essergli ben riuscita un’opera, un’impresa, dall’avere errato, riconoscendo egli esserne stata cagione la sua inesperienza o la sua ignoranza, o la sua imprevidenza”.
Ovviamente “vergogna sportiva”, ma qui di calcio si parla, e le partite di pallone, non ci prendiamo in giro, si giocano per vincerle, almeno provandoci con tutte le armi lecite in dotazione: con l’anima e con il corpo, con la tecnica e con la tattica, con la personalità e la classe, con la grinta e l’intelligenza, con l’allenatore e con la società. Mercoledì sera nulla di tutto questo. C’era il buio, il caos, lo smarrimento, la mollezza, l’incapacità di reazione.
Non m’importa del gioco bello o brutto: a marzo, a stagione che volge alla conclusione, non si può, non si deve discutere di estetica. Importano solo i tre punti, il passaggio del turno e i trofei alzati. Purtroppo la Juventus in campo non c’era; c’erano undici pedine di legno della dama, undici ologrammi di una squadra che fu, in attesa di un deus ex machina che non sarebbe mai atterrato. Anzi, talmente desiderato finalmente è sceso, ma per quelli vestiti di giallo: la leggerezza di Rugani, il calcio di rigore e il gol di Moreno che era appena uscito dall’infermeria e poi il baratro!
Se come molti esperti dicono abbia giocato bene il primo tempo, questa a mio giudizio è semplicemente una aggravante, in quanto i professionisti, stipendiati con fior di milioni, devono ricordare che le partite di calcio durano fino a quando l’arbitro fischia, come diceva il saggio Boskov, gestendo le forze fisiche e mentali fino all’ultimo secondo.
Probabilmente tutti eravamo caduti nella dolce illusione dell’ingresso non complicato ai quarti di finale, sogno che mai come quest’anno però era vicino alla realtà: ma con una squadra lenta, arrendevole, incapace a fare gioco, se non quello inutile, orizzontale e autolesionistico di Arthur, senza mai, e sottolineo mai, effettuare un passaggio filtrante in velocità, in Europa si fanno soltanto figuracce. E in Italia? Beh con la casalinga arte di arrangiarsi forse la vetta del fantomatico quarto posto è raggiungibile, grazie ai continui balbettamenti delle altre compagini nostrane, che ci precedono e che ci seguono.
L’unico vero alibi, ma comune un po’ a tutte le squadre a dir la verità, è il gran numero di infortunati e indisponibili, veri o presunti, malati giustificati come i poveri Chiesa e McKennie e quelli di molieriana memoria.
Inutile ora rompersi il capo per trovare risposte che riguardano la singola partita: 1) Perché Allegri nel secondo tempo ha lasciato che la partita si congelasse come un bastoncino di pesce, nonostante servisse la vittoria? 2) Perché non ha controbattuto subito alle mosse, dimostratesi poi vincenti, di Emery? 3) Perché dalla panchina, quindi disponibile e arruolabile, uno come Giorgio Chiellini, l’unico che conosce il significato di “garra charrua”e che riesce ad iniettare ai compagni tenacia, coraggio e voglia di vincere, è rimasto a guardare il disastro senza mettere piede in campo? 4) Perché impiegare Dybala (ai saluti finali? abbonato in infermeria? felice o infelice di esser dove è?) 11 minuti soltanto, come Valcareggi si servì di Gianni Rivera per soli 6 minuti nella finale mondiale contro il Brasile nel 1970? Di amletici dubbi ne avrei tanti altri, ma rimarrebbero tutti senza riscontro e riuscirei solo a tediare ancor di più il lettore, già dispiaciuto (come il sottoscritto!) non poco per l’argomento dell’editoriale domenicale.
Ora c’è da rimboccarsi le maniche e costruire un qualcosa che al momento non esiste, o è in un embrione infinitesimale. Se la Juventus vorrà dire la sua in Europa, quella dei grandi, dovrà salutare e ringraziare educatamente molti suoi calciatori inadatti a indossare il bianconero, e comprare uomini-giocatori che abbiano personalità, tecnica, freschezza mentale, esperienza e voglia di vincere, vestendo una maglia unica al mondo, dal fascino vincente immortale.
Nelle retrovie si salvano a pieni voti Danilo e de Ligt, gli altri, chi più chi meno, denotano gravi lacune; i due senatori, Chiellini e Bonucci dovranno essere valutati non solo dal mister, ma soprattutto dal J Medical. De Sciglio, Pellegrini e il “colpevole” Rugani sono tre discreti rincalzi niente di più, quindi almeno un paio di rinforzi seri per la linea Maginot è doveroso. Dell’involuzione di Alex Sandro c’è poco da dire.
Il centrocampo è completamente da rifare, tenendo per buoni, con grande sforzo, soltanto Locatelli, Zakaria (per ora soprattutto confidando nel suo nome biblico, il cui omonimo si preoccupò della ricostruzione del tempio di Gerusalemme) e McKennie. Il buon Deschamps, conoscendo bene la favola dei fratelli Grimm, difende il suo Rabiot, sapendo che un ranocchio baciato da Pogba e Kantè può diventare un principe!
L’acquisto di almeno due veri campioni per quella zona del campo è indispensabile, e uno dei due - chiamatelo regista, metronomo, play - dovrà essere il faro illuminante l’intera squadra, (Cfr. De Jonj, Jorginho, Pogba, Milinkovic Savic… o un signore che abbia le caratteristiche del Modric madrileno).
L’attacco, con il ritorno di Chiesa e il sempreverde Cuadrado, con Vlahovic e Morata, sembra il reparto meno traballante. Certo non farebbe male un puntello (Scamacca, Raspadori…), visto che ormai si giocano tre partite alla settimana e la prossima stagione sarà inframmezzata dal campionato del mondo natalizio. Ho omesso di citare Dybala volutamente: troppe parole da parte di tutti – comprese quelle del sottoscritto innamorato dei numeri 10 -, ora però aspetto i fatti, qualsiasi siano.
L’allenatore c’è, si chiama Massimiliano Allegri, sa come vincere ed è stato (ri)voluto fortemente dalla società (anche quella c’è) per rifondare la Juventus. Teniamocelo, soprattutto per evitare, nel caso di improbabili addii, di regalare titoli a giornali umoristici.
Signori cari, la coppa, quella dalle grandi orecchie, ormai è andata via ancora una volta, e ci siamo resi conto tutti come sia stata scaraventata contro un muro ignobilmente. Dalla fonte di questa sconfitta la Juventus deve saper estrarre solo acqua pura, chiara e vincente. Trasformiamo una volta per tutte la “vergogna”, patita da tutti i cuori bianconeri in questa sventurata competizione, in una virtù positiva, e riprendiamoci con onore, dignità e volontà il posto che ci compete più degnamente, sulle vette di ogni competizione, a cominciare da oggi pomeriggio contro la Salernitana. Un suggerimento, se mi è permesso: non scendere in campo pensando che l’avversaria sia l’ultima in classifica e che la partita duri 45 minuti… ragionare in tal guisa vorrebbe dire che i “disastri” e i fischi non hanno insegnato nulla!
P.S. Rispondendo al signor Freud…nel calcio, per fortuna, le rivincite esistono eccome! Cominciamo subito!


