IL TERZO TEMPO - Il vaso è colmo: senza scudetto sarà fallimento. La strada per la vittoria non è univoca, ma è l'unica che la Juventus può prendere
Luigi Risucci
Ora Sarri rischia davvero. Con la sconfitta nella finale di Coppa Italia, che fa il paio con la Supercoppa consegnata alla Lazio, il rischio di terminare la stagione senza titoli si fa concreto. Certo, diranno i sostenitori del tecnico ex Napoli, la Juventus è in testa al campionato che si appresta a ricominciare e può ancora giocarsi le sue chance in Champions League. Vero, ma se non darà una svolta alla stagione, il punticino di vantaggio sulla Lazio non sarà che un’inezia spazzata via al primo pareggio e la rimonta da operare sul Lione sembrerà una montagna insormontabile da scalare. Non sono pochi i problemi che sono parsi lapalissiani prima e dopo il Covid-19.
A partire dalla sterilità offensiva, preoccupante se si guarda la mole di calciatori offensivi a disposizione, capitanata da Cristiano Ronaldo, non più verdissimo, ma pur sempre calciatore da oltre mille gol in carriera. Centottanta minuti dalla ripresa e zero gol, con opportunità da rete rarefatte quasi quanto il pubblico sugli spalti. Se la semifinale contro il Milan aveva offerto solo indizi, nella sfida dell’Olimpico si sono trovate preoccupanti, agghiaccianti conferme. Solo in quarantaduenne Buffon ha tenuto in piedi una squadra preda del calcio all’italiana di Gattuso, tutto organizzazione e contropiede, che ha comunque prodotto almeno cinque nitide opportunità da rete per i partenopei che, dalla loro, hanno rischiato poco e niente. Partita sviluppatasi sulla falsariga di quella di campionato, persa al San Paolo per 2-1.
Predominio territoriale e di possesso dei bianconeri, barricate ordinate e contropiede fulminei per i partenopei. Ma Sarri, evidentemente, ha imparato poco da quella cocente sconfitta, arrivata in un momento decisivo del campionato e contro un avversario in balia di una crisi di risultati e martoriata dagli infortuni. La Juventus è noiosa, prevedibile, supponente. Lo sterile tiki taka prodotto dalla manovra teoricamente armoniosa dei Sarri-boys, ingabbia tremendamente il talento e l’estro dei tre davanti, calciatori che farebbero invidia a molti top club europei. Ronaldo irriconoscibile in un ruolo ibrido tra l’esterno ed il centravanti, Dybala a fare il tuttocampista o “falso nueve”, Douglas Costa relegato sulla linea laterale manco fosse un terzinaccio di bassa categoria. Come riempire l’area di rigore? Ma ovvio, con gli inserimenti dei centrocampisti.
Le statistiche di fine partita sono state impietose: presenza delle mezzali in area di rigore prossima al 5%. Risultato: pericolosità che rasenta lo zero, se si eccettua una conclusione dalla distanza di Bentancur. Khedira, ancora vittima di noie muscolari, da molti additato come una zavorra per il centrocampo, sarebbe servito come il pane. Stessa cosa dicasi per Ramsey che, al netto dei problemi fisici, è l’unico della mediana che può portare gol alla causa. Rabiot? Desaparecido di lusso, succulenta commistione tra il ritardo nel presentarsi alla Continassa nel post lockdown ed i sette milioni sette di ingaggio netti percepiti. Punti positivi? Buffon, che nonostante le primavere ha mostrato guizzi da ragazzino ed i riflessi dei tempi migliori e De Ligt, sempre più a suo agio nel centrodestra della difesa.
Qualche buono spunto da parte di Alex Sandro, quasi sempre rovinato da cross indecenti. Per il resto, poco o nulla. Nonostante la sconfitta sia arrivata solo alla lotteria dei rigori, fossimo stati su un ring anziché nel deserto animato dagli spettatori virtuali dell’Olimpico, il Napoli avrebbe stravinto ai punti. Due pali e un paio di miracoli di Buffon hanno negato la vittoria che gli azzurri avrebbero legittimamente meritato anche nei novanta minuti. Non ci resta che affrontare la cruda realtà. La Juve, questa Juve, si perde nei momenti decisivi della stagione e delle partite. Lo insegnano le due sconfitte contro la Lazio, quelle contro il Napoli, quella di Lione: tutti avversari sulla carta inferiori, ma che l’hanno spuntata con l’abnegazione e l’organizzazione che mancano ai bianconeri.
Gattuso in sei mesi si è preso il Napoli e l’ha trasformato. Chapeau e complimenti per la reazione discreta, ma eccezionale alla sciagura familiare che l'ha colpito. Stessa cosa può dirsi per l’Inter di Conte che, al netto di qualche passo falso, ha un’identità precisa. Ci costa dirlo, la Juve “sarriana” si è vista forse per tre-quattro spezzoni di partita. Per il resto si è vista una compagine storpiata nel suo DNA, costretta a fare cose per le quali non è tagliata, ingabbiata in un modulo standard che non prevede variazioni sul tema, che non ha l’imprevedibilità che gli uomini a disposizione le potrebbero garantire. Sarri deve fare in fretta, perché mancano dodici partite alla fine del campionato e (si spera) quattro scogli per regalarsi una Champions che oggi appare un miraggio.
Perdere la Serie A, dopo 8 anni di dominio assoluto, potrebbe essere fatale e relegarlo nella sezione “Fallimenti” dell’archivio storico sabaudo. Lo attendono Maifredi e compagnia bella. Vincere il nono tricolore di fila potrebbe essere l’ancora di salvezza dell’ex bancario, il viatico ideale per puntare alla coppa che conta di più. In fondo, basterebbero quattro partite fatte bene per arrivarci. È un’occasione più unica che rara. Alla Juventus conta solo vincere: qualcuno lo renda edotto del semplice, ma fondamentale concetto.


