IL TERZO TEMPO - Una divinità del calcio si è ricordata di quel rinvio assurdo. Champions fondamentale, ma il rinnovamento deve proseguire
Luigi Risucci
Finale thrilling per la stagione più difficile dell’ultimo decennio in casa Juventus. In una serata nella quale si sono incrociati i destini di amici ed ex compagni di squadra (Pirlo e Gattuso), allenatori arrabbiati (Juric e Gasperini), altri che desideravano raccogliere i frutti di venti mesi di sacrifici e tanti complimenti (Pioli).
L’hanno spuntata le big del nord, lasciando al Napoli le briciole dell’Europa League ed il rimpianto per i tantissimi milioni sfumati contro la fatal Verona, per giunta al “Maradona”, dopo una cavalcata di risultati positivi che durava dalla sconfitta proprio contro i bianconeri di Pirlo. Proprio l’ex fantasista bresciano rientra tra i volti più contenti per l’esito di un campionato difficilissimo, pieno zeppo di insidie e scivoloni sui quali è cascato in più di un’occasione.
Ieri ha chiuso la pratica Bologna in un tempo, lasciando per giunta in panchina il ‘pichichi’ CR7, a suo dire affaticato dopo un tour de force di cinque incontri in quindici giorni. Risultato? Come spesso è accaduto senza il portoghese in campo, la squadra si è espressa meglio, con maggiore fluidità e libertà di manovra, al netto di un Bologna con pochissime pretese e poca voglia di lottare (Sinisa dixit).
Dybala, seppure lontano dalla forma migliore, ha dato sfoggio della sua classe cristallina, mancata come il pane in questa tormentata stagione. Morata, con la doppietta ai felsinei, ha timbrato 20 gol stagionali, suo record personale. Chiesa si è confermato come l’acquisto più azzeccato della passata estate, avendo messo a segno 15 reti con 12 assist, moltissimi dei quali decisivi per le sorti della stagione. Bene anche Kulusevski, che dopo il gol all’Atalanta in finale di Coppa Italia, si è esibito nelle sue classiche giocate funamboliche, anche se troppe volte prive della necessaria concretezza. E’ pur sempre un 2000, alla prima stagione in un grande club: possiamo perdonarlo.
Proprio quella finale di Coppa Italia, vinta mercoledi scorso contro la quotatissima Atalanta di Gasperini, ha dato un volto diverso alla stagione. I bianconeri hanno alzato il secondo trofeo stagionale in un match bellissimo, ad altissima intensità, con un livello di calcio superiore, continentale. Il quarto posto raggiunto ieri a discapito nel Napoli rende una stagione difficile, ad un tratto fallimentare, meno amara e con prospettive positive in vista del futuro.
Il ringiovanimento della squadra si è avviato prepotentemente e proseguirà dirompente, con l’addio certo di Buffon e quelli probabili di Ramsey, Chiellini e Ronaldo. Rimpiazzare certi nomi, non è cosa da poco, dal punto di vista tecnico e soprattutto di personalità all’interno dello spogliatoio. La dirigenza dovrà attrezzarsi al meglio per evitare un altro campionato difficile, a galleggiare tra il quinto ed il terzo posto e senza speranze di scudetto già da marzo. C’è bisogno di ritrovare unità d’intenti ed identità di squadra, DNA zebrato: caratteristiche che per lunghi tratti sono mancate in questa stagione, dove Pirlo ha capito con ritardo, e immemore dell’esperienza maturata da Sarri, che la Juventus richiede che siano gli altri ad adattarsi a lei e non viceversa.
Alla fine, nonostante tutto, quel “6 di stima” che riteneva di darsi fino a qualche mese fa, l’allenatore bresciano se l’è meritato, per tanti motivi: una stagione priva di preparazione, con partite impossibili da preparare ogni tre giorni, i tantissimi infortuni dei giocatori chiave, il Covid e l’assenza totale di pubblico sugli spalti. Il tutto, mescolato al forte ringiovanimento della squadra, ha contribuito ad un anno in chiaroscuro, da ritenersi sufficiente alla luce dei due titoli vinti e della qualificazione conquistata sul filo di lana ieri sera.
Ha meritato la qualificazione anche il Milan di Pioli. Da quando l’ex laziale è atterrato sul pianeta Milan ha tenuto un ritmo di punti eccezionale, portando la squadra dall’ottavo al secondo posto. Dopo un inizio di stagione addirittura in vetta, ha alternato cadute e risalite, travolto anch’egli dalle defezioni di un anno così particolare. La vittoria, meritatissima, allo Stadium, e quella di ieri contro la Dea certificano il record assoluto di vittorie esterne in un campionato (ben sedici) e che il Diavolo è tornato. Complimenti a Pioli, uomo sempre onesto e sincero. Idem dicasi, a livello umano, per il volto triste dell’ultima giornata: quello di Rino Gattuso.
L’ormai ex tecnico partenopeo ha combattuto contro una dirigenza ostile, la malattia che l’ha colpito, il silenzio stampa impostogli nelle ultime settimane ed una squadra refrattaria al recepimento di certi principi. Difficoltà emerse clamorosamente contro un Hellas Verona che appariva in caduta libera, da tempo a secco di risultati, ma che ha venduto cara la pelle, inchiodando il Napoli al pareggio ed alle sue responsabilità. Rino avrebbe da rivelare tutto quanto accaduto negli ultimi, travagliati, mesi ma parlerà a tempo debito, senza peli sulla lingua, come ci ha abituati.
A me piace pensare che esista una divinità del calcio, e che ieri costei si sia ricordata di quell’assurdo ed ingiusto rinvio, accaduto quasi un campionato fa alla vigilia di un Juventus-Napoli. Due giocatori positivi nei partenopei, un paio di amici nelle ASL competenti ed il rinvio forzato. Il 3-0 a tavolino poi revocato. L’assurdità di giocare il ritorno prima dell’andata. La doppia assurdità di giocare l’andata con due positivi, stavolta nelle fila bianconere, senza che nessuno battesse ciglio. Ecco, se questa divinità esiste davvero, ieri ha fatto il suo dovere.


