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L'INTERVENTO - Luigi Vergallo: "Buoni come folletti, concreti come la Juve"

autore
Raffaella Bon
Fonte: di Luigi Vergallo, scrittore e ricercatore di Storia contemporanea
martedì 5 luglio 2016, 16:45Primo piano
autore Raffaella Bon
05.07.2016 16:45Primo piano
Federico De Luca
Federico De Luca

C’era un giocatore che mi piaceva tantissimo, quand’ero bambino. Si chiamava István Vincze. Nato a Tatabánya, in Ungheria, il 22 gennaio del 1967, arrivò al Lecce nel 1988. Mi faceva impazzire perché, pur essendo attaccante, segnava pochissimo. E segnava pochissimo perché perdeva un sacco di tempo a farti innamorare del calcio: tocchi morbidi, un sinistro lezioso, indolente come pochi ma leggero, leggero, così leggero che nascondeva il pallone a tutto uno stadio. Non era magro, ed era lungo non molto: se dovessi buttarla lì direi 174 centimetri (naturalmente ho controllato, ma farò finta di niente). Sembrava uno di quei folletti buoni di certi cartoni animati: un incrocio perfettamente riuscito fra Gargamella e il Puffo Brontolone. Più di una volta, giocando in cortile, io e Davide, un mio amico di Gallipoli, ci siamo contesi il diritto di chiamarci così per quella partita soltanto: però il sottoscritto, essendo nato a Lecce città, godeva comunque di un diritto di prelazione territoriale.

Il calcio ha bisogno di somigliare alla vita, dunque ha bisogno di giocatori così. La Juve ne ha avuti diversi. Rui Barros è stato uno di quelli. Ricordo quando segnò quel gol di testa, che ancora non ho capito se fu lui a colpire il pallone tre volte prima di infilarlo finalmente in fondo alla porta o se fu il pallone a colpirlo ripetutamente, come per ricacciarlo nella terra da cui quello strano folletto era sicuramente sbucato. Di che partita si trattava? Davvero non lo ricordo, ma sicuramente mio padre conserverà ancora il VHS in fondo a qualche cassetto. Se qualcuno di voi lo ricorda, per favore, me lo scriva su un social. Un altro giocatore così, anche se imparagonabile ai primi, con i piedi quadrati ma con lo stesso spirito un po’ follettesco, fu Roberto Galia. Di Galia mi piaceva che fosse incredibilmente scuro, quasi più scuro di Gargamella. Che non mollasse mai e che in mezzo al campo sembrasse sempre preciso e ordinato. Non so come spiegarvelo ancora… Sono giocatori di cui ti puoi sempre fidare: 1. perché sono forti; 2. perché se non sono forti ci mettono sempre tutto quello che hanno; 3. perché se non sono forti e sono pure incostanti ti ricordano - almeno - il folletto buono di qualche vecchio cartone.

È questo, che vorremmo noi altri. Un calcio senza pretesa di esser perfetto. Telecronisti senza pretesa di esser perfetti. Riprese senza pretesa di esser perfette. Arbitri senza pretesa di esser perfetti. Tifosi senza pretesa di esser perfetti. Altro che calcio totale: ci accontentiamo di un calcio che vale.

* Luigi Vergallo, scrittore e ricercatore di Storia contemporanea.

Fonte: di Luigi Vergallo, scrittore e ricercatore di Storia contemporanea

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